Dal chicco etiope arrivato sulle rotte veneziane alla moka di casa, l’espresso è diventato molto più di una bevanda: è storia, economia, cultura e un rito quotidiano che in Italia vale miliardi
Oggi, 1° ottobre 2026, la Giornata Internazionale del Caffè viene celebrata per la prima volta ufficialmente alla FAO di Roma. L’Onu, il 10 marzo 2026, infatti, ha approvato una risoluzione con la quale ha proclamato in questa data l’International Coffee Day.
Un passaggio non soltanto simbolico. La FAO ricorda infatti che “dietro ogni tazza c’è una filiera globale che coinvolge milioni di persone, dai coltivatori ai commercianti, dai torrefattori ai baristi” e che “25 milioni di famiglie agricole producono circa l’80% del caffè mondiale”.
Il tema scelto per la giornata invita quindi a guardare oltre la tazzina: “Celebrare il caffè, onorare le persone dietro ogni tazza”.
Prima di essere “espresso” il caffè è stato una “droga”
La storia del caffè comincia molto prima del bancone del bar. Soprattutto, si colloca molto prima dietro ai banconi di farmaci e drogherie.
A cominciare da quelle di Venezia.
Attorno alle sue origini, in Africa, molte informazioni fanno parte della leggenda.
Una delle più famose è quella del pastore etiope Kaldi, che avrebbe notato l’insolita vivacità delle proprie capre dopo che avevano mangiato le bacche rosse della pianta.
Una delle prime testimonianze scritte si trova invece nel Canone della medicina, composto tra XI e XII secolo, dal medico e filosofo Avicenna, che descrive il caffè e i suoi effetti stimolanti, chiamando le bacche “bunn” e la bevanda “buncham” indicandole come sostanze medicinali, una “droga” nel senso antico del termine.

Quella bevanda capace di tenere svegli e di accompagnare le conversazioni
L’Italia entra nella storia del caffè con Venezia. Il chicco aveva già conquistato il mondo arabo.
Yemen, Mecca, Medina, Cairo e Costantinopoli erano tappe fondamentali della sua diffusione.
E proprio attraverso le rotte commerciali dell’Oriente il caffè cominciò a farsi conoscere anche dagli europei.
I primi racconti veneziani del Cinquecento descrivono una bevanda scura, bollente, capace di tenere svegli e di accompagnare le conversazioni.
Il medico Prospero Alpini, nel De Plantis Aegypti Liber del 1592, descriveva la pianta raccontando anche le kahveh-kane, le caffetterie turche, luoghi che avevano già una forte funzione sociale.
Ne nacque una anche in laguna: era il 1683 quando, vicino a Piazza San Marco, fu aperta una delle prime botteghe dedicate alla nuova bevanda.
Nel giro di pochi decenni il caffè smise di essere una stranezza esotica e diventò parte della vita urbana.
Il passaggio decisivo arrivò il 29 dicembre 1720, quando sotto le Procuratie Nuove aprì “Alla Venezia Trionfante”, presto ribattezzato Caffè Florian.

Alla fine del Settecento le botteghe del caffè a Venezia erano più di 200 e la loro importanza culturale era diventata tale da attirare anche l’attenzione delle autorità.
E il teatro fece il resto: Goldoni diede infatti al caffè un posto stabile nell’immaginario italiano con La bottega del caffè.
L’Italia è una repubblica fondata sull’Espresso
Gli ultimi dati sul rapporto degli italiani con il caffé può far tranquillamente dire che “l’Italia è una Repubblica fondata sull’espresso”.
Secondo le stime del Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food, nel 2025 “l’Italia ha consumato 287.143 tonnellate di caffè, pari a 4,9 chilogrammi pro capite. Il settore italiano conta circa 1.000 torrefazioni, ha generato 5,9 miliardi di euro di fatturato e nel 2025 ha prodotto 424.168 tonnellate di caffè tostato e solubile”.
Ma il numero che racconta meglio il rapporto degli italiani con questa bevanda è quello delle tazzine: nel 2026 ne sarebbero state consumate circa 35 miliardi, pari a 96 milioni al giorno, più di 1.100 ogni secondo.
Il caffè non è quindi semplicemente una voce della spesa alimentare. È un’abitudine nazionale, un gesto quasi automatico.
E infatti un’indagine AstraRicerche del 2026 rileva che il 95,6% degli italiani beve caffè ogni giorno e che il 59,9% ne consuma due o tre tazzine quotidiane.

Dalla “negra bevanda” alla filiera da 5,9 miliardi
Quello che a Venezia poteva sembrare una curiosità arrivata da lontano è diventato un pezzo importante dell’economia italiana.
L’Italia importa il caffè verde, lo seleziona, lo miscela, lo tosta, lo macina, lo confeziona e poi lo esporta in tutto il mondo. Nel 2025 sono state esportate quasi 280 mila tonnellate di caffè tostato, oltre a 4.550 tonnellate di solubile.
Il caffè dipende da una materia prima coltivata in aree particolarmente sensibili agli effetti del cambiamento climatico. Un albero medio di Arabica produce appena uno-due chili di caffè all’anno e la crescente domanda ha contribuito alla pressione sulle aree forestali e sulle risorse.
La FAO oggi inserisce proprio questo tema nel racconto della Giornata Internazionale del Caffè: una filiera più resiliente deve tenere insieme produttività, reddito dei coltivatori, ambiente e condizioni di lavoro.
Ogni tazzina, prima di arrivare al bancone ha attraversato campi, porti, magazzini, torrefazioni e una lunga catena internazionale.

I fondi: l’ultimo sorso non è più la fine del ciclo
C’è infine quello che resta sul fondo della moka, della macchina espresso o della cialda.
Per anni lo abbiamo considerato semplicemente uno scarto. Oggi la prospettiva è diversa.
I fondi di caffè esausti possono entrare nella filiera dell’economia circolare. Possono infatti essere trattati negli impianti per la produzione di compost di qualità.
Ma non è l’unica strada. La ricerca studia il loro impiego come biomassa, per produrre energia e pellet, mentre altri processi puntano a recuperare molecole e sostanze ancora utilizzabili.
Il CREA ha documentato, per esempio, che pellet ottenuto da scarti di caffè miscelati con segatura può avere una resa energetica superiore a quella del pellet di solo legno.
Il progetto ECOCAFÈ, coordinato anche con la partecipazione di ENEA e attivo nel periodo 2025-2027, studia proprio la valorizzazione degli scarti della filiera: dal caffè esausto ai residui della tostatura, con applicazioni che comprendono fertilizzanti, compost e altri bioprodotti.
Anche in Italia esistono esperienze concrete di questo tipo. In Friuli Venezia Giulia, un progetto sviluppato dalla società CDA di Talmassons insieme all’Università di Udine e a uno spin-off universitario ha sperimentato la trasformazione dei fondi esausti in pellet e fertilizzanti naturali, oltre ad altri possibili utilizzi biologici.
Così la storia del caffè può chiudersi nello stesso punto da cui era cominciata: nella terra. Un chicco cresce da una pianta, diventa una bevanda, attraversa una filiera lunga migliaia di chilometri e, dopo essere passato per una tazzina italiana, può tornare a essere materia, energia o nutrimento per un nuovo ciclo.
Consuelo Terrin
















