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Giornata mondiale del Caffé: Mi chiamo Chicco

Kahveh, qahwah, buncham, caova, kavè, kava, coffea, caffè… quanti nomi.
Insieme al vino forse sono io la bevanda più famosa al mondo. E tutto questo lo devo a Venezia e ai suoi commerci con l’Oriente. Valevo talmente tanto che la Serenissima ebbe un sacco di problemi per cercare di  reprimere il mio contrabbando.

Dunque sarete curiosi di sapere quando venni scoperto e come arrivai in Occidente. Devo ammettere che le mie origini rimangono avvolte nel mistero, anche se non ho mai sofferto di crisi d’identità. Anzi, ancora mi diverte leggere storielline strampalate sul mio conto. Tipo quella del pastore etiope Kaldi che un giorno notò le sue capre particolarmente euforiche dopo che avevano mangiato le mie tenere bacche rosse.

Bacche di caffè

Insomma su di me circolano tante leggende ma i documenti sono pochi. L’unica certezza, appunto, è che devo ringraziare la Repubblica Serenissima se verso la fine del 1600 i miei preziosi chicchi salirono a bordo di una galea. All’epoca i veneziani mi chiamavano la “negra bevanda” ma dovete sapere che io cominciai a fare notizia molti secoli prima, in lontane terre esotiche.
Ma cominciamo dall’inizio.

Caffé: droga e bevanda terapeutica

Più di mille anni fa crescevo spontaneo in una calda regione etiope e le mie bacche erano commestibili
La ricerca delle mie origini potrà sembrare una caccia al tesoro perché vi accorgerete che storia e leggenda si alternano continuamente.

 

Parto da due certezze: crescevo in tutta l’Africa e la prima volta in cui venni citato fu grazie ad Avicenna. Al suo “Canone della medicina”, scritto alla fine dell’XI secolo, il medico arabo allegò un manuale di preparazione di medicamenti inserendomi tra le “droghe”. Ammetto che non mi offese, all’epoca i miei effetti eccitanti potevano ben essere scambiati per una droga.
Avicenna chiamò “bunn” le mie bacche e  “buncham” la bevanda da essi ricavata e ne spiegò gli usi e le proprietà terapeutiche.

Caffè: una moda in tutto Oriente

Poi avvenne un fatto stranissimo: sparii dalla circolazione e nessuno parlò più di me fino al 1454, quando pare che un religioso yemenita si fece spedire un po’ di mie bacche dall’Etiopia per curare il suo cagionevole stato di salute: e lì feci il miracolo! A guarigione avvenuta fu ovvio che la voce si spargesse e nel giro di qualche decennio diventai di moda in ogni ceto sociale. Spopolai nel mondo arabo e raggiunsi La Mecca e Medina, poi il Cairo e infine Costantinopoli. Fu una fortuna arrivare nella capitale dell’impero Ottomano perché quello era un luogo frequentato da viaggiatori e mercanti occidentali, compresi i veneziani.

I veneziani: “Acqua negra, fatta coll’oppio”

Cominciai a essere conosciuto in fretta. Nel 1573 il senatore veneziano Costantino Garzoni scrisse “Costumano anco molti, per poter vivere allegri, di bere ogni mattina una certa acqua negra, fatta coll’oppio, la quale suole levarli da ogni pensiero, ed insieme dal buon sentimento…”. Nel 1585 fu la volta del bailo Gian Francesco Morosini che similmente raccontò “un’acqua negra bollente, quanto posson sofferire, che si cava d’una semente che chiaman Caveé, la quale dicono c’ ha virtù di far star I’ huomo svegliato.
Ma il primo in assoluto a descrivermi come pianta fu il medico marosticense Prospero Alpini nel suo “De Plantis Aegypti Liber”. Lo lessi appena pubblicato, era il 1592, e mi sorprese un poco perché mi raffigurò come un arbusto spoglio e senza bacche. Però Alpini fu bravo a spiegare che dai miei semi tostati si otteneva un decotto medicinale e fece anche un po’ di gossip raccontando delle coffe house turche (i cosiddetti “kahave-kane”) e della loro funzione religiosa e sociale all’interno delle città.

Il caffè nella Dominante: solo in farmacia

Arrivò il 1624, anno della mia prima traversata mediterranea. Un carico massiccio dei miei chicchi neri faceva compagnia a quintali di altre spezie, ricordo ancora quella favolosa galea che ci accompagnava a Venezia. Non potete immaginare il mio stupore quando arrivai nella Dominante e il mio passaggio nelle calli non passò inosservato: molti fiutarono il mio aroma e soprattutto il mio potenziale economico. In verità i veneziani all’inizio furono un po’ titubanti ed era possibile trovarmi solo dai farmacisti e dai droghieri, venduto peraltro a prezzi esorbitanti.
Finchè nel 1683 vicino a Piazza San Marco nacque la prima bottega del caffè.
Quale onore essere richiesti da gentiluomini e nobildonne veneziane!
Ma non potevano vendermi tutti, solo gli “acquavitieri”, e sui banchi facevo compagnia a ghiaccio, rosolio, limonate. Fu frate Coronelli a farmi pubblicità quando scrisse: “Le migliori cioccolate, caffè, acque gelate e rinfrescative, ed altre simili bevande si compongono e si vendono in Calle delle Acque, presso il Ponte de’ Baratteri”.

Caffè: “bevanda del diavolo”

Confesso comunque di aver incontrato difficoltà. Ricordo, ma non vorrei sbagliarmi, che appena toccai il suolo dell’Occidente, la Chiesa osteggiò il mio consumo dicendo che ero “bevanda del diavolo”  perché venivo dal mondo arabo. Per fortuna Papa Clemente VIII volle assaggiarmi prima di proibirmi per sempre: lo deliziai a tal punto che mi benedì e divenni di punto in bianco “bevanda cristiana”.

Contrabbando e fama

Da lì in poi la mia fortuna fu un crescendo. I traffici della Serenissima aumentarono – e con essi il contrabbando dei miei preziosi chicchi -,  pensate che rendevo talmente tanto col mio gettito fiscale che si mormorava mantenessi da solo il consolato di Alessandria. Grazie a Venezia raggiunsi tanti altri paesi europei: Francia, Spagna, Germania, Olanda, il mondo mi reclamava.

Il primo caffè a Venezia

Il 29 dicembre 1720 sotto le Procuratie Nuove nacque il primo Caffè italiano. Il suo nome era “Alla Venezia Trionfante”, ben presto ribattezzato Florian, la venetizzazione di Floriano, il nome del suo proprietario.

Il Caffè Florian, a Venezia

Lì ho assistito a migliaia di appuntamenti dove personaggi famosi discutevano di politica, finanza, arte e letteratura. A proposito, c’è chi sostiene che Casanova si fermò al Florian per un breve coffe-break quella volta che scappò dai Piombi. Giuro di non ricordarmelo…

“La bottega del caffé”. Dal teatro alle torrefazioni

La mia popolarità si espanse molto anche  grazie al teatro. Chi di voi ancor oggi non conosce la commedia di Carlo Goldoni intitolata “La bottega del caffè”?.
Alla fine del 1700 le botteghe erano più di 200, il mio commercio veniva controllato dai Cinque Savi alla Mercanzia e da due Ministri, ma all’orizzonte si addensavano oscure nubi.
La Repubblica volgeva al termine e i Caffè si trasformarono in centri di propaganda politica tanto che gli Inquisitori di Stato ne chiusero parecchi.

Non mi preoccupai più di tanto, il mio successo ormai era inarrestabile e il resto è storia moderna.

 

 

 

 

4 commenti su “Giornata mondiale del Caffé: Mi chiamo Chicco”

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