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Il paradosso italiano: sentirsi giovani da vecchi (e viceversa)

Il paradosso italiano: sentirsi giovani da vecchi (e viceversa)

I risultati di una ricerca: iniziamo presto a pensare al nostro invecchiamento, ma, più gli anni passano, meno ci sentiamo anziani

L’Italia invecchia? Nei dati anagrafici, senza dubbio: secondo gli ultimi dati Istat, l’età media degli italiani è salita dai 44,2 del 2014 agli attuali 47,1 anni. Ed entro il 2050 supererà quota 51.
Ma l’invecchiamento è un concetto che va al di là della biologia.
Incidono molto anche le costruzioni sociali associate alle aspettative, come quella che si potrebbe definire “età percepita
E, paradossalmente, lo studio “Human After All” di Hearts United e Doxa evidenzia come più diventiamo vecchi, più ci sentiamo “più giovani” di quanto dica la nostra carta d’identità.

L’età percepita: i “giovani vecchi” dell’Italia di oggi

Secondo i risultati della ricerca, svolta su un campione rappresentativo di 2 mila nostri connazionali, nella fascia tra 18 e 24 è il 22% della popolazione a sentirsi più giovane della propria età. E la quota di chi ha questa percezione cresce progressivamente all’avanzare dell’età.
Così, tra i 25 e i 34 anni tocca il 37%, tra i 35 e i 44 raggiunge il 58% e sopra i 65 anni tocca il picco, visto che si vede più giovane di quanto effettivamente è ben il 62% del campione.
Lo studio di Hearts United, insomma, evidenzia la necessità di ripensare il significato sociale ed economico dell’anzianità, non risultando più da sole sufficienti le categorie usate tradizionalmente per descrivere l’invecchiamento, che a sua volta diventa anche una questione di percezione. E sono per primi proprio gli “anziani” a rifiutare l’immagine con cui siamo abituati a identificarli, vedendo davanti a sé ancora molti anni di vita attiva, relazioni, progetti e nuove esperienze.

Una percezione di invecchiare che inizia però molto prima

A complicare il quadro, rendendolo ancor più paradossale, è un altro aspetto affrontato dalla ricerca: l’individuazione del momento in cui gli italiani iniziano a pensare al proprio invecchiamento.
Il 51% del campione complessivo ha risposto che lo fa almeno qualche volta, con la consapevolezza del tempo che passa concentrata soprattutto tra i 45 e i 64 anni e tra le donne. A sorprendere è però il fatto che il 13% inizia a farlo prima dei 25 anni e il 26% tra i 25 e i 34 anni.
La statistica può dipendere da una certa “ansia da prestazione sociale”. La minor linearità delle carriere, la difficoltà a raggiungere l’autonomia economica e la maggior imprevedibilità dei percorsi familiari possono cioè far sentire un trentenne “in ritardo” rispetto ai modelli sociali classici. C’è però modo e modo di affrontare l’invecchiamento. E la presa di coscienza che stanno passando gli anni viene vista con paura da appena il 19% di chi la prova, mentre il 41% considera l’invecchiamento una parte naturale della vita.

La reazione alla consapevolezza di invecchiare

Variegata è anche la gamma di reazioni che vengono poste in atto quando si inizia a prendere consapevolezza che si sta invecchiando. L’indagine sottolinea, al riguardo, che questo passaggio porta in alcuni casi a ripensare il rapporto con sé stessi e con il proprio tempo, ridefinendo priorità e distribuzione delle energie. Un 15% di intervistati ha risposto infatti di sentire questa necessità di una migliore gestione e il 13% di aver iniziato a prendersi maggiormente cura di sé.
Per il 51%, per vivere meglio e più a lungo è così fondamentale costruire giorno dopo giorno il proprio benessere, attraverso cura delle relazioni, un buon sonno, movimento, attenzione all’alimentazione e, in generale, il benessere mentale e l’attribuire senso alla vita. Solo il 10% collega invece la longevità al monitoraggio del corpo attraverso la tecnologia e il 6% ai progressi della medicina. “La longevità – conclude Emanuele Giraldi, managing director di Hearts United Italia – non sta cambiando solo il numero degli anni che viviamo, ma anche il significato del tempo”.

Alberto Minazzi

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