Dalla revisione delle terapie alla gestione delle interazioni, il farmacista clinico entra sempre più nella presa in carico del paziente. In Veneto il cambiamento è già cominciato
Nell’idea comune, il farmacista viene troppo spesso immaginato come un semplice “distributore di scatolette”.
In realtà, si tratta di una figura che svolge, al pari di medici e infermieri, un ruolo fondamentale nella catena dell’assistenza sanitaria.
E svolge una professione che, oltretutto, si sta sempre più evolvendo.
Perché, anche se non molti lo sanno, esistono diversi tipi di farmacista.
Non c’è solo quello più noto, ovvero il professionista di una farmacia aperta al pubblico.
Soprattutto in ambito ospedaliero, ma adesso anche nelle farmacie di comunità dopo le novità introdotte qualche settimana fa da Agenas, stanno crescendo infatti i cosiddetti “farmacisti clinici”.
Professionisti che, per esempio, possono accorgersi che l’interazione di due farmaci può creare un problema, che possono suggerire al medico soluzioni alternative, che possono capire che un effetto indesiderato attribuito a una malattia è invece provocato da un farmaco. E, attraverso l’assistenza farmaceutica gestita dall’Ulss sul territorio, diventano così punti di riferimento per i medici di base nel controllo di chi assume diversi farmaci.
Ma anche, intervistando un paziente, il farmacista clinico può capire che un paziente smette di aderire correttamente a una terapia. “Spesso – sottolinea al riguardo Maria Cecilia Giron, farmacologa del Dipartimento di Scienze del farmaco dell’Università di Padova – i pazienti, avendo paura delle reazioni di un medico, sono più disponibili a raccontare le cose a un farmacista. E questo può anche intervenire cambiando modalità di somministrazione e formulazione di un farmaco, diventando sempre più fondamentale in un sistema che punta sempre più a curare la gente a casa”.

L’importanza della formazione dei farmacisti clinici
Anche in questo ambito, allora, diventa fondamentale garantire una formazione adeguata a chi è chiamato a svolgere un compito essenziale. E, visto che nel sistema italiano, per quanto riguarda i farmacisti, c’è uno scollamento tra teoria e pratica, a Padova è nato un master specifico (Facto, acronimo per Farmacia clinico-terapeutica Ospedale-Territorio), diretto dalla dottoressa Giron, che intende “rispondere a questo sempre più pressante bisogno formativo di conoscenza”.
All’interno del master, dopo il primo evento di gennaio in occasione dell’avvio dell’iniziativa, è stato dunque organizzato ora il workshop “Pharmagorà Veneto”, che si terrà venerdì 18 settembre al Dipartimento di Scienze del Farmaco dell’ateneo patavino, dedicato alla mappatura e alla condivisione delle buone pratiche di farmacia clinica ospedaliera e territoriale della regione. “Vogliamo – spiega Giron – aggregare le figure attive negli ospedali e sul territorio per far capire che i farmacisti clinici esistono, stanno già operando, fanno cose belle e devono essere sempre più riconosciuti”.
Dalla farmacia al paziente, la nuova sfida
In ambito ospedaliero, la figura sta emergendo, ma non è ancora presente in tutte le strutture. Nelle case della comunità, il percorso è da poco partito.
Ma anche a livello di farmacie aperte al pubblico “i farmacisti – spiega la docente – stanno iniziando a capire la necessità di diventare sempre più “clinici” ed esiste anche un libro dedicato sul tema. È difficile capire ora le tempistiche di questa evoluzione. Ma si può già dire che deve essere ricostruita dai farmacisti una stretta alleanza con i medici accanto alla capacità di interloquire col paziente”.

Questa pratica è già partita in realtà straniere e sta crescendo in maniera significativa.
In Spagna, per esempio, la gestione dei pazienti cronici viene effettuata nelle farmacie aperte al pubblico. E altre testimonianze arrivano da Inghilterra e Paesi del Nord Europa.
“Anche in Italia – commenta Maria Cecilia Giron – dovrebbe diventare la normalità. Ritengo infatti che aumentare il numero dei farmacisti favorirebbe una miglior appropriatezza nell’utilizzo dei farmaci, una maggiore adesione dei pazienti nel seguire la terapia e una migliore gestione del paziente, che si sentirebbe più seguito”.
Il farmacista clinico
Ma chi è un “farmacista clinico”?
Se, per gestire una farmacia aperta al pubblico, servono una laurea quinquennale e l’ abilitazione alla professione, un farmacista deve specializzarsi in Farmacia ospedaliera, seguendo un apposito corso universitario di quattro anni per svolgere il suo ruolo all’interno di un ospedale. Ancora, con la specializzazione in Farmacologia, sempre di quattro anni, è possibile accedere ai concorsi da dirigente ed entrare poi in una farmacia ospedaliera.
“Queste figure – illustra Giron – sono tra le più importanti, nell’ambito dell’organizzazione ospedaliera, agendo a stretto contatto con il direttore generale. Seguono infatti tutto il percorso del farmaco: dall’acquisto alla distribuzione, al controllo. Ci sono interazioni con i medici per reperire i farmaci non disponibili. Preparano i farmaci ad hoc, per esempio per anziani, bambini o persone colpite da malattie rare, intervenendo nel caso anche sulle formulazioni per agevolare la somministrazione quando il paziente deve ricevere più farmaci diversi. E tanto altro”.

Le competenze del farmacista clinico, in questo quadro, si inseriscono nella parte in cui il farmacista ospedaliero va in reparto per ricevere il paziente.
“Per esempio – riprende la docente dell’Università di Padova – può effettuare la revisione di una terapia e ricontrollarla, nel caso modificandola, rispetto a prima del ricovero, in occasione della dimissione quando sono state effettuate delle modifiche nella terapia effettuata in ospedale”.
“Spesso – continua la farmacologa – gli specialisti non conoscono le altre comorbidità. Per esempio, un cardiologo non ha competenze specifiche se un ricoverato nel suo reparto è afflitto da osteoporosi o un neurologo per un paziente diabetico. Spetta allora al farmacista clinico cercare di aggregare, a livello di farmaci, tutte le figure coinvolte nello stesso caso. E l’alleanza tra il clinico che prescrive, l’infermiere che somministra e il farmacista che prepara e controlla che tutta la terapia sia corretta è destinata a diventare sempre più importante”.
La nuova squadra della terapia
Al farmacista clinico occorre, insomma, una preparazione non meno lunga di quella di un medico per riuscire a integrare la competenza farmacologico-farmaceutica nella gestione diretta del paziente attraverso attività di ottimizzazione della terapia, prevenzione e gestione delle reazioni avverse e risoluzione dei problemi farmaco-correlati.
“Ogni anno – ricorda Giron – vengono autorizzati dall’Agenzia europea circa un centinaio di nuovi farmaci. È quindi fondamentale una visione complessiva della terapia farmacologica del paziente.
All’interno di un ospedale, questa competenza può tradursi non solo nell’ottimizzazione e nella personalizzazione delle terapie, ma anche nell’individuazione delle modalità di trattamento più appropriate per il singolo paziente.
“Nei reparti, ciò si traduce tra l’altro nel miglioramento nell’uso degli antibiotici e nella gestione delle interazioni all’interno delle multi-terapie, visto che le risposte anomale, se non addirittura avverse ai farmaci costituiscono un’importante causa di morbilità e mortalità; alcune stime storiche le hanno collocate tra le principali cause di morte nei pazienti ospedalizzati”.
“Infine – conclude Maria Cecilia Giron – il farmacista clinico diventerà sempre più importante nel ruolo di assistenza farmaceutica sul territorio. Cioè, lavorando all’interno di un’Azienda socio-sanitaria, controllando tutte le farmacie aperte al pubblico e la distribuzione dei farmaci in diverse strutture extraospedaliere come ad esempio quelle delle carceri o case di riposo, contribuendo anche a ottimizzare le terapie per i pazienti che vengono seguiti a domicilio, favorendo una maggiore prossimità delle cure”.
Alberto Minazzi



