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Dolomiti: le “Maldive del Triassico”

Dolomiti: le “Maldive del Triassico”

Sotto le rocce dell’Agordino è rimasta la traccia di un ecosistema tropicale perduto: atolli, lagune, coralli, insetti e piccoli pesci. E una scoperta che collega le Dolomiti alla Cina

Prima delle Dolomiti c’era il mare. E dove oggi il Civetta si alza imponente sopra l’Agordino, 240 milioni di anni fa l’acqua lambiva isole tropicali, lagune e piccole barriere coralline.
Un mondo perduto, cancellato dal tempo e poi lentamente restituito dalle rocce.
A raccontarlo sono fossili minuscoli: pesci, molluschi, coralli, insetti, piante.
E soprattutto un pesce capace di planare sull’acqua, il Thoracopterus wushaensis,  il più antico pesce volante conosciuto, il cui fossile ha permesso di ipotizzare quale fosse l’ambiente dei nostri antenati, facendo emergere anche inattesi collegamenti con l’attuale Cina.
Per immaginare quell’epoca, il paleontologo Andrea Tintori usa un’immagine che rende bene l’idea: «Le Maldive del Triassico».
Solo che al posto dei resort c’erano conifere, felci, vulcani e un ecosistema marino che oggi possiamo ricostruire quasi fotogramma dopo fotogramma.

“Dire che una volta qui c’era il mare – spiega il paleontologo Andrea Tintori – non vuol dire che ci fosse già la montagna e che questa fosse coperta dall’acqua. Con le Pale di San Lucano e quelle di San Martino, probabilmente il Civetta formava una enorme piattaforma più o meno a pelo d’acqua, circondata da un bacino più profondo, con una laguna all’altezza dell’attuale casera Pelsa/Vazzoler”.

Le “Maldive del Triassico”

“Qui c’erano tanti atolli, separati da bacini profondi -continua Tintori -. Possiamo pensare a un ambiente tropicale, anche se non c’erano ancora le palme. E, sugli isolotti, c’erano anche insetti e piante, come ci raccontano i loro fossili”.
Una delle isole più importanti, secondo la ricostruzione, era a Nord del Civetta, nella zona del Coldai. “Nel versante meridionale dove lavoriamo noi – riprende il paleontologo – non ci sono evidenze, ma riteniamo che dovesse essercene un’altra. E le tante piante e felci fossili fanno dedurre che, al suolo, ci fosse uno strato di ceneri derivanti dai vulcani della Val di Fassa”.
La laguna di Pelsa/Vazzoler, inoltre, era circondata da una barriera corallina formata da organismi e colonie di coralli molto piccoli, della dimensione massima di una decina di centimetri. “Doveva essere – ribadisce Tintori – un posto piacevole, anche perché non c’erano grossi squali. E quelli di cui sono stati trovati resti avevano i denti piatti, per cui si nutrivano di molluschi”.

Maldive
molluschi silicizzati

La scoperta del pesce volante delle Dolomiti

Negli ultimi anni sono stati pubblicati diversi studi sulla fauna dell’area in generale e sul pesce volante in particolare. Anche se, sottolinea Tintori, la scoperta del fossile di quest’ultimo risale a oltre mezzo secolo fa. “Era il 1975 – ricorda – ed ero ancora studente di geologia. In quell’estate, accompagnai il professor Maurizio Gaetani per un paio di mesi sulle Dolomiti”.
Ci vollero poi più di 40 anni dal ritrovamento del primo frammento di pesce, insieme al fossile di un insetto, perché il paleontologo lecchese tornasse nel sito: “Andai di nuovo alla casera Pelsa nel 2016, con Matteo Montagna, soprattutto per l’insetto, perché questi sono più rari, nel Triassico, e ne avevo abbastanza di pesci, che avevo studiato in tutto il mondo”.
A una ventina di metri, però, balzò subito agli occhi il fossile del Thoracopterus. “Non è una bellezza, a guardarlo. Ma io l’avevo descritto nel 2012, basandomi soprattutto su materiale trovato in Cina, e capii subito di cosa si trattava. Così come mi resi subito conto che, pur essendoci già altri collegamenti, si trattava della prima volta di una specie comune all’interno dell’oceano di Tetide”.

Maldive
Thoracopterus wushaensis-Casera Pelsa 2016

I tanti punti in comune tra Dolomiti e Cina

I monti italiani e quelli del Sud della Cina, sottolinea Andrea Tintori, hanno infatti tanti punti simili, a partire dalla morfologia del paesaggio, con differenze più che altro di scala.
“I pinnacoli calcarei cinesi raggiungono appena i 2-300 metri, ma ci sono molte peculiarità comuni, così come sono molti i giacimenti, pur potendo lì scavare in aree molto più vaste”.
Visto che i pesci di 240 milioni di anni fa erano molto piccoli, sulle Dolomiti basta comunque un’area di lavoro di una decina di metri per avere campionamenti molto importanti. “Non dico che qui abbiamo trovato tutte le specie dell’epoca, ma una gran parte sì. Sono circa una ventina, che possono sembrare poche, pensando alle almeno 300 che caratterizzano per esempio oggi l’Adriatico”.
E si sale ancor di più sulle barriere coralline attuali, fino alle circa 1.200 di quella australiana. “Ma il mondo di un tempo era abbastanza diverso: la biodiversità massima era nell’ordine delle 20, 30, massimo 50 specie. Il sito Pelsa/Vazzoler è inoltre interessante non solo per i pesci, ma anche per coralli, molluschi, spugne e ricci di mare, oltre a piante e insetti, permettendo una possibile ricostruzione di un ecosistema più completo”.

I “segreti” del sito delle meraviglie

Ma a cosa si lega la straordinarietà del sito dolomitico? “È una domanda – risponde Tintori – giusta, ma alla quale si può rispondere solo con ipotesi. Sulle Dolomiti, per esempio, c’è il sito di San Cassiano, tra Cortina e Misurina, che rappresenta uno dei picchi di biodiversità precedente a quella attuale, con circa 1.500 specie di invertebrati e molluschi, ma non pesci”.
Nel giacimento di Pelsa – prosegue – c’è invece un po’ di tutto, forse per un ambiente particolare, diverso da tutti gli altri presenti sulle Dolomiti, ma anche sulle Prealpi lombarde. Per questo ritengo che potrà diventare uno dei siti più importanti, proprio grazie alla sua varietà. È un po’ come fare snorkeling ai Caraibi, trovando anche palme e zanzare una volta usciti dall’acqua”.
E il paleontologo guarda nuovamente al rapporto con la Cina. “Ho scavato diversi mesi in Oriente, trovando anche altri pesci, oltre a quello volante, che collegano con Pelsa e le stesse Prealpi. Anche se, curiosamente, tra giacimenti più o meno della stessa età ci sono più collegamenti tra Cina e Dolomiti che tra queste e, per esempio, quello del Monte San Giorgio, tra Varese e Ticino. Ma è il bello della paleontologia, in cui si può lavorare solo per ipotesi”.

Colonie di coralli -Monte Alto di Pelsa

In cerca di fossili

Ci vuole poi un pizzico di fortuna, per effettuare le scoperte. “Questa località l’ho scoperta nonostante ci avessero già lavorato diversi geologi”. Che si tratti di fiuto o feeling, in alcuni siti è però possibile anche per il visitatore comune rendersi conto del passato. “Se si passeggia in cima al Monte Alto di Pelsa – suggerisce – sul pendio con affioramenti rocciosi sui rododendri si capisce che si sta camminando sulle colonie fossili di corallo”.
Ed è qui che entra in gioco la divulgazione. “La gente cammina e si guarda intorno – ammette Tintori – ma raramente si chiede perché le cose siano così. Spero che in futuro le cose cambino, visto che il mio interesse è la divulgazione e far capire che le Dolomiti sono uniche non solo come paesaggio, ma anche come storia”.
“Negli ultimi tre anni – conclude il paleontologo – ho iniziato a collaborare con Davide Conedera, che sto seguendo nel dottorato a Padova, nel quale ha studiato soprattutto i pesci. È un ragazzo molto attivo e, essendo di Agordo, mi sta dando una spinta enorme per portare avanti la ricerca a Pelsa”.

Alberto Minazzi

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