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Norman Foster e il fascino dell’imperfetto

Norman Foster e il fascino dell’imperfetto

Dalla tecnologia alla fornace, dall’architettura alla luce: il grande architetto britannico firma con Salviati un’opera in vetro di Murano. E scopre che, per innovare davvero, a volte bisogna tornare al gesto della mano

Norman Foster ha passato la vita a disegnare il futuro.
Il suo nome è legato ad alcune delle architetture più riconoscibili del mondo, edifici in cui acciaio, vetro, ingegneria e luce si fondono in un tutt’uno.
Un lavoro che gli è valso, nel 1999, il Pritzker Prize, il massimo riconoscimento internazionale per l’architettura. Ma i grandi edifici raccontano forse solo una parte di Foster e per capire l’altra bisogna guardare a ciò che muove il progettista prima ancora dell’architetto: la curiosità per come sono fatte le cose.
La stessa curiosità che lo ha portato ora all’interno di un mondo apparentemente lontanissimo dal suo: quello del vetro di Murano, delle fornaci e dei maestri artigiani di Salviati.
Il risultato è un lampadario artistico realizzato per Murano Illumina il Mondo 2026, un oggetto sospeso tra scultura, architettura e luce. Ma soprattutto un esperimento: cosa succede quando un progettista abituato alla precisione dell’ingegneria affida i propri disegni a chi lavora una materia viva, che per sua natura non è mai completamente identica a se stessa?
La risposta di Foster è sorprendentemente semplice: collaborazione.

Il “Venetian Chandelier” realizzato da Norman Foster e Salviati

 

Il futuro è fatto a mano

“Ho un rapporto di lunga data con Venezia e una profonda ammirazione per il suo patrimonio, la sua cultura e la sua gente – ci spiega lui stesso -. Lavorare con Salviati ci ha dato l’opportunità di entrare a far parte di quella tradizione. Abbiamo iniziato comprendendo come viene realizzato il vetro di Murano e come lavorano i maestri artigiani. Da lì, abbiamo osservato in che modo il design contemporaneo e l’ingegneria potessero costruire su quel sapere, invece di sostituirlo”.
Non, dunque, ingaggiando una sfida tra passato e futuro, tra precisione tecnologica e artigianato.
Non ravvisando una sorta di antitesi tra design contemporaneo e manifatture storiche ma, appunto, con l’intenzione di metterle insieme, e di creare insieme, in collaborazione, forse un prototipo di futuro.
“Laboratori come Salviati -conferma Foster -custodiscono generazioni di conoscenza sui materiali e sul fare. È una conoscenza che non si può apprendere da un computer o da un disegno. Quando i designer lavorano accanto ai maestri artigiani, la tradizione diventa un punto di partenza per l’innovazione. Le idee migliori nascono spesso proprio da questo scambio”.

norman forest

La materia prima di tutto

Norman Foster non è nuovo al design di oggetti né all’illuminazione: nel corso degli anni Foster + Partners ha progettato mobili, lampade e prodotti per diversi produttori.
Ma il lampadario realizzato con Salviati porta questo approccio in un territorio particolare: quello di una materia, il vetro di Murano, che non si lascia governare fino in fondo, perché prende forma attraverso il fuoco, il soffio e la mano del maestro vetraio.
“Che si tratti di progettare un edificio o un oggetto, si comincia sempre dalla comprensione del materiale: i principi restano gli stessi – afferma l’archistar-. Lavorare con il vetro di Murano ci ha semplicemente avvicinati ancora di più al processo del fare, dove ogni decisione è plasmata dall’abilità dell’artigiano. Ho amato l’arte dei maestri”.

Il trucco? Non aspettare che il vetro dica di no

Norman Foster lavora normalmente con strumenti sofisticati, modelli, simulazioni, tecnologia.
Nel caso del lampadario realizzato per Murano Ilumina il Mondo 2026 ha dunque modellato il suo fare a un tipo di conoscenza che nessun software può replicare coinvolgendo i maestri vetrai fin dall’inizio e rendendoli così parte dell’idea.
“ Abbiamo discusso ciò che era possibile, come si comportava il vetro e come gli schizzi potessero essere tradotti in realtà – spiega -. Quelle conversazioni ci hanno permesso di anticipare le sfide tecniche e di esplorare insieme tutto il potenziale del materiale. La tecnologia ci ha aiutati a sviluppare il progetto, mentre gli artigiani -ha concluso – ci hanno mostrato come realizzarlo. Ciascuno ha informato l’altro”.

Quando un oggetto diventa luogo

Ciò non toglie che il lampadario di “Foster&Salviati” rispecchi l’essenza delle sue realizzazioni: il progetto, alla fine, combina architettura, ingegneria, artigianalità e luce.
Con anche un’ambizione in più: riuscire a entrare in relazione con un luogo e con una cultura, dialogare con ciò che lo circonda.
“Il lampadario è un oggetto, ma appartiene anche a Piazza San Marco e alla tradizione del vetro di Murano”, sottolinea infatti Foster.

Norman Forest

“Ogni elemento del lampadario è unico”

Ed è qui che Murano fa la differenza.
Un oggetto nato dall’alta tecnologia sceglie deliberatamente di non essere perfetto.
Una variabile quasi sovversiva per un artista della materia noto anche per la sua estrema precisione: ogni pezzo può essere leggermente diverso dall’altro.
“Sì, ogni elemento del lampadario è unico. È uno dei punti di forza del vetro realizzato a mano – sottolinea Foster -. Le lievi differenze tra un pezzo e l’altro sono ciò che conferisce carattere al lampadario”.

Tutto il potenziale del vetro

Insieme alla precisione, la luce è un altro dei grandi temi dell’architettura di Foster.
Ma anche in questo caso succede qualcosa di diverso in questa sua ultima realizzazione perché il suo lampadario non è un oggetto finito una volta per tutte: continua a cambiare attraverso l’ambiente che lo circonda.
“In questo lampadario luce e vetro lavorano insieme – spiega Foster -. Il lampadario cambia durante il giorno al mutare della luce. La luce solare, i riflessi e la luce artificiale creano effetti diversi. Volevamo che il vetro rispondesse in modo naturale a queste condizioni mutevoli, invece di rimanere un oggetto statico. Credo che abbiamo appena iniziato a esplorare ciò che può fare con il vetro di Murano – conclude -. Questo materiale ha una lunga storia, ma possiede anche un enorme potenziale per il futuro”.

Consuelo Terrin

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