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Donne Neet e ricambio generazionale: le incognite sul lavoro dei giovani

Donne Neet e ricambio generazionale: le incognite sul lavoro dei giovani

Il rapporto di Fondazione Gi Group e l’analisi di Cgia Mestre approfondiscono alcune problematiche centrali anche per il futuro dell’Italia

È tutto da scrivere, il futuro (che passa inevitabilmente per il presente…) occupazionale dei giovani italiani. Un tema ancor più delicato in quanto produce ricadute importanti su tutto il sistema-Paese, coinvolgendo per esempio anche le pensioni e la stessa assistenza socio-sanitaria.
Da un lato, per esempio, c’è il tema dei Neet, ovvero le persone che non studiano, non lavorano e non sono inserite in percorsi di formazione, sul quale il secondo rapporto annuale del laboratorio permanente “Dedalo” della Fondazione Gi Group lancia al tempo stesso segnali incoraggianti relativamente a un’inversione di tendenza, ma anche allarmi sulla natura strutturale del fenomeno, specie per quanto riguarda le donne.
C’è poi l’altrettanto delicato tema del ricambio generazionale che, soprattutto a causa della crisi demografica, ha già iniziato a registrare importanti trend nell’ultimo decennio ma che, come sottolinea un’analisi pubblicata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, dovrà soprattutto affrontare di qui al 2029 una significativa quota di “baby boomer” neo-pensionati, mentre continuerà la discesa di under 35 residenti in Italia.

Giovani Neet: le differenze tra uomini e donne

Presentato alla Camera, il rapporto “Neet, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno” ha posto al centro dell’attenzione la condizione delle giovani donne in età lavorativa a causa dell’intreccio di fattori sociali, culturali, familiari ed economici. Tra i principali fattori di esclusione, soprattutto femminile, dal mondo del lavoro, evidenzia l’analisi, rientrano infatti responsabilità familiari, carichi di cura e disuguaglianze strutturali.
Il laboratorio Dedalo ha dunque provato a introdurre una prospettiva di genere per indagare il fenomeno. Nella fascia 15-34 anni, le donne sono il 59% del totale dei Neet, con un tasso del 19,1% contro il 12,3% degli uomini. Ma non solo: il divario aumenta e si consolida infatti con l’età, con un rapido allargamento della forbice a partire dai 25 anni, arrivando, tra i 30 e i 34 anni, a un 30,3% di donne Neet rispetto al 13,8% degli uomini.
Non a caso, se l’ingresso maschile nella condizione si lega principalmente a disoccupazione, attesa di risposte dopo aver cercato un lavoro e scoraggiamento, le donne restano fuori dal mercato del lavoro soprattutto perché assorbite quasi interamente dal lavoro domestico e di assistenza familiare. E più ancora del generale lavoro di cura e gestione della famiglia pesa la maternità: il 49,4% delle madri è Neet (contro l’8,3% dei padri) e oltre il 90% dei genitori Neet sono donne.

Le altre caratteristiche delle donne Neet

Ci sono anche altri aspetti interessanti che emergono dal rapporto, grazie allo spostamento del focus dalla semplice misurazione dei Neet alla comprensione attraverso una lettura sistemica delle cause profonde del fenomeno, sulla base dell’idea di fondo secondo cui il problema non è solo occupazionale, ma riguarda l’intreccio tra istruzione, mercato del lavoro, servizi di welfare, stereotipi di genere e condizioni familiari.
L’analisi ha per esempio evidenziato che il livello di istruzione della madre è uno dei migliori indicatori del rischio che anche la figlia diventi Neet, creando una sorta di circolo vizioso. Avere una madre laureata diminuisce infatti drasticamente questo rischio, molto elevato al contrario tra le figlie di madri con la sola licenza elementare, di cui raggiungono la laurea solo il 3,3%, mentre ci si ferma allo stesso livello di studi nel 67% dei casi.
Quanto infine alle differenze tra donne italiane e straniere residenti nel nostro Paese, il dato è particolare. Da un lato, è vero che quelle provenienti dall’estero risultano il gruppo più fragile, con una quota di Neet superiore al 50%, indicando quasi per il 75% dei casi le responsabilità familiari come motivo principale. Dall’altro, però, ciò vale solo per le donne di prima generazione: integrandosi, dalla seconda generazione in avanti, i tassi diventano molto simili a quelli delle italiane.

Neet in Italia: in calo, ma con numeri ancora troppo alti

Pur senza eliminare le cause strutturali del fenomeno, dice il rapporto, dal 2020 il numero di Neet in Italia è diminuito di oltre il 10%, attestandosi nel 2025 a 1,18 milioni di persone tra 15 e 29 anni in questa condizione: il 13,3% del totale della fascia d’età, che sale al 15,6% (1,87 milioni) considerando anche chi ha tra 29 e 34 anni. La riduzione, che riguarda in ogni caso la parte di Neet più facilmente recuperabile, è risultata la più marcata dell’intera Unione Europea.
Ciò nonostante, restiamo tra i Paesi del nostro continente con il numero più elevato di Neet, ancora ben lontani dall’obiettivo europeo di scendere sotto il 9% entro il 2030. In secondo luogo va quindi evidenziato il forte divario territoriale, con il Mezzogiorno che fa registrare le percentuali più elevate di diffusione del fenomeno, a partire da Sicilia, Campania e Calabria, mentre Trento e Bolzano sono le uniche stabilmente sotto la soglia del 9%.
L’approfondimento di fattori e dinamiche relative ai Neet operato dal laboratorio permanente Dedalo punta dunque alla condivisione di proposte concrete di intervento, a livello istituzionale e organizzativo. Gli autori dello studio sostengono infatti che non bastano le classiche politiche attive del lavoro, ma bisogna puntare su interventi che guardino tanto al piano culturale che a quello istituzionale, attraverso una serie di interventi mirati.

La nuova “scala di gravità”

In questa prospettiva, la Fondazione ha introdotto proprio in questa occasione, applicandolo alla lettura dei dati e dei trend aggiornati, un nuovo strumento di interpretazione: la cosiddetta “scala di gravità”. Non limitandosi al semplice inquadramento della persona all’interno della classificazione come Neet, questo strumento compie un passo avanti, riuscendo a misurare la reale distanza dal mercato del lavoro.
La qualificazione prevede diversi gradi, da un livello minimo di “0” a un massimo di “7”, che prendono in considerazione una serie di indicatori come la ricerca di lavoro, la disponibilità effettiva a lavorare, le motivazioni della non partecipazione al mondo del lavoro fino alla durata della condizione di Neet. Il dato che è emerso in questo modo risulta così molto più solido, anche se aggiunge motivi di preoccupazione.
Quasi 1 Neet italiano su 3, infatti, è infatti già inquadrabile al livello “7”, da cui, secondo gli autori, deriva la massima difficoltà relativamente alla possibilità di fornire loro un aiuto attraverso le normali politiche per l’occupazione. E, anche in questo caso, la differenza di genere è del tutto rilevante, visto che la quota di donne al livello massimo della scala è pari al 43%, scendendo al 13% tra gli uomini.

Il ricambio generazionale nel mondo del lavoro

Un ulteriore spunto di riflessione sul tema occupazionale arriva dall’analisi della Cgia di Mestre che parte dal calo, pur con una sostanziale stabilità dal 2023, di quasi 550 mila giovani italiani tra i 15 e i 34 anni registrato nell’ultimo decennio (-4,3% contro una media Ue del -0,4%). Una situazione che, si sottolinea, mette a rischio la tenuta dell’intero sistema occupazionale nazionale, visto che nel 2045 si prevedono 2 milioni di giovani in meno rispetto a oggi.
Questa considerazione si lega anche alle previsioni di Unioncamere-Anpal, che stimano, tra il 2025 e il 2029, la fuoriuscita dal mondo del lavoro di oltre 3 milioni di lavoratori. Di questi, 1,6 milioni nel settore privato (l’incidenza massima, pari al 64,6% del totale regionale, riguarderà la Lombardia), che dunque rischia di affrontare una profonda crisi per la difficoltà a trovare il personale richiesto per mantenere la forza lavoro attraverso il turnover generazionale.
Al riguardo, la Cgia afferma che il ricorso agli immigrati non è la soluzione per colmare i vuoti occupazionali, potendo al massimo aiutare solo nel breve periodo e a determinate condizioni. A questo quadro, si aggiunge poi la preoccupazione per la tenuta del sistema pensionistico: le proiezioni di Istat e Mef indicano un aumento dell’incidenza della spesa previdenziale sul Pil che, pure transitorio, è destinato a toccare un picco del 17% attorno al 2040.

Alberto Minazzi

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Tag:  giovani, Lavoro, neet