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Cento anni dopo arriva la prima donna al vertice degli ingegneri di Venezia

Cento anni dopo arriva la prima donna al vertice degli ingegneri di Venezia
La presidente dell'Ordine degli ingegneri della Città Metropolitana di Venezia Francesca Domeneghetti

Francesca Domeneghetti rompe il soffitto di cristallo con la competenza. Dalla siccità al Mose, dalle strategie di adattamento al cambiamento climatico alla sicurezza. La presidente “la prevenzione salva vite”

È un’emozione che porta un grande senso di responsabilità, più che di trionfo personale.
Francesca Domeneghetti pensa soprattutto a cosa significhi per le colleghe che le hanno manifestato stima e fiducia nel futuro e ancor di più per chi verrà dopo: per la prima volta, dall’istituzione dell’Albo nel 1926, una donna guida l’Ordine degli Ingegneri della Città Metropolitana di Venezia.
“È un segnale che va oltre il mio nome: dice a ogni giovane ingegnera che il soffitto di cristallo non esiste più – dice la nuova presidente – o almeno che si può rompere con competenza, impegno e serietà. A livello personale è la conferma che un percorso costruito passo dopo può portare a ricoprire ruoli che fino a ieri sembravano riservati ad altri. Ma la vera svolta non è la mia elezione in sé: è il contesto in cui è maturata”.

  • Nel nuovo Consiglio, le professioniste della lista “Ingegneri Insieme” hanno ottenuto un consenso straordinario, posizionandosi ai primi sei posti. Come interpreta questo segnale?

“È un dato di sostanza, non di facciata. Le sei colleghe che hanno contribuito al progetto hanno raccolto mediamente il 50% delle preferenze e si sono collocate tutte ai vertici della lista: non è un risultato che si costruisce a tavolino, ma il riconoscimento diretto degli iscritti verso competenze, serietà e visione. Andiamo ben oltre il concetto di quote rosa e la rappresentanza femminile obbligatoria: le colleghe Luana Scarpa, Sara Campaci, Arianna Trevisan, Claudia Cellini e Mara Semenzato in questi anni si sono impegnate con passione ed entusiasmo nelle attività dell’Ordine e la risposta della categoria è arrivata forte. È il segnale più concreto che potessimo ricevere che la strada della valorizzazione del merito, a prescindere dal genere, è quella giusta anche per il futuro dell’ente”.

  • Sul dibattito “ingegnere” o “ingegnera”: lei lo definisce un cambiamento lessicale necessario per un’evoluzione culturale. A che punto è la sfida contro gli stereotipi nelle discipline STEM?

“Le parole non sono neutre: nominare correttamente una professione è il primo passo per renderla visibile, riconoscibile. Ma il lessico da solo non basta. Negli ordini professionali il compito è duplice: da un lato dare visibilità a modelli concreti di leadership femminile, perché si diventa ciò che si riesce a immaginare; dall’altro lavorare sulle condizioni reali, conciliazione dei tempi, accesso ai ruoli apicali, contrasto ai pregiudizi sul lavoro. Perché una volta che le ragazze sono arrivate alla fine del percorso formativo hanno ancora bisogno di una mano per riuscire a rimanere nel settore, crescere professionalmente e guidarlo. E c’è un’intera comunità pronta ad accoglierle. È anche per questo che porto avanti iniziative personali e in collaborazione con AIDIA, l’Associazione Italiana Donne Ingegneri e Architetti, sono spazi dedicati proprio alla leadership femminile nelle professioni tecniche e alla crescita delle nuove generazioni”.

  • Lei è cresciuta a Corbola, nel Delta del Po, terra che definisce “amica e nemica” per il rapporto con l’acqua. In che modo le sue radici hanno influenzato la scelta di diventare ingegnere idraulico e civile?

“Il Polesine vive il suo fiume, non solo lo subisce. Da sempre la comunità ha avuto un rapporto quotidiano con il Po, ma negli ultimi anni si sono sviluppate ancora di più tantissime iniziative: il turismo lento lungo gli argini e le piste ciclabili del Delta, le gite in barca e i battelli che risalgono i rami del fiume, il birdwatching nelle valli e nelle sacche, la canoa e il kayak, la pesca sportiva, le sagre legate ai prodotti del fiume. È un legame vivo, fatto di persone prima ancora che di addetti ai lavori. Chi cresce nel Delta ha un rapporto speciale con l’acqua, ma non è mai stato scontato: è la stessa acqua che rende fertili i campi e che, quando manca, li brucia in poche settimane; ed è la stessa acqua che, in altre stagioni, abbiamo imparato a temere per il rischio idraulico, in un territorio che vive letteralmente sotto il livello del fiume e del mare. Crescere qui significa imparare fin da bambini che sicurezza idraulica e disponibilità della risorsa sono due facce della stessa medaglia, non due emergenze separate. È con questa consapevolezza che è nata la mia vocazione per l’ingegneria idraulica: non per dominare l’acqua, ma per imparare a convivere con essa con intelligenza, prevenendo, per quanto possibile, sia le alluvioni quanto le crisi come quella che stiamo attraversando in queste settimane: la siccità ha già portato alla dichiarazione dello stato di emergenza idrica, il Po scorre ben sotto la soglia minima vitale, e il cuneo salino è risalito per oltre venti chilometri nell’entroterra. È qualcosa su cui la comunità che rappresento, unitamente ai colleghi delle altre province, può lavorare, mettendo a disposizione delle istituzioni la competenza tecnica, partecipando attivamente ai tavoli di lavoro per individuare insieme le soluzioni più efficaci quali bacini di accumulo, sistemi irrigui più efficienti, barriere antirisalita ma soprattutto una razionalizzazione equilibrata dei prelievi per non lasciare il delta sempre a valle di tutto”.

siccità
Il Fiume Po
  • Il territorio affronta sfide enormi legate al cambiamento climatico, tra meteo estremo e siccità. Quali priorità infrastrutturali e ambientali l’Ordine deve far sentire con la propria voce?

“Oggi dobbiamo lavorare sulle strategie di adattamento al cambiamento climatico. In particolare a Venezia ci si concentra innanzitutto sulla difesa dall’acqua alta e dall’innalzamento del mare, con il Mose come infrastruttura principale, affiancato dal ripristino di barene e velme e da interventi di consolidamento delle rive e delle fondamenta storiche, sempre più minacciate da erosione e subsidenza. Più in generale in Veneto si lavora sulla gestione delle acque interne: nella pianura veneta si investe in bacini di laminazione, manutenzione del reticolo idrografico principale e delle reti minori, sistemi di irrigazione più efficienti, invasi per la raccolta delle piogge intense, piani di gestione del rischio e di contrasto alla siccità. Nelle città si moltiplicano le strategie di adattamento urbano: tetti verdi, maggiore permeabilità dei suoli e reti di drenaggio potenziate per gestire i nubifragi improvvisi, insieme a piani di allerta per fenomeni intensi e per le ondate di calore a tutela della popolazione più fragile. È fondamentale inoltre aumentare la consapevolezza delle comunità. Una popolazione più consapevole e pronta a gestire l’emergenza è sicuramente meno vulnerabile”.

Mose
Barriere mobili a scomparsa del Mose
  • La sua carriera è legata alla gestione del rischio e delle post-emergenze: dalle alluvioni nel Vicentino al sisma di Amatrice, oltre al coordinamento della Commissione Protezione Civile. Cosa si porta dietro da queste esperienze in “zona rossa”?

“Con l’alluvione del 2010 ho avuto modo di lavorare a stretto contatto con grandi professionisti che mi hanno ispirata e formata. Ero stata assegnata al soggetto attuatore delegato per la pianificazione degli interventi per la mitigazione del rischio presso l’Autorità di bacino Alto Adriatico. Il Piano Casarin – d’Alpaos è il frutto di un grande lavoro di squadra e al fianco dell’ing. Roberto Casarin, lo ricordo con tantissima stima e affetto.
Amatrice mi ha insegnato altro, qualcosa che nessun manuale può trasmettere: la velocità con cui la vita delle persone può essere sconvolta e la responsabilità enorme di chi deve ricostruire non solo edifici ma nuove condizioni di sicurezza e di fiducia. La tecnica, da sola, non basta: serve tanta competenza ma anche capacità di ascolto, di lavoro in squadra con altre professionalità e con le istituzioni, e soprattutto in emergenza serve lucidità.
Umanamente, mi porto dietro la consapevolezza di quanto sia fragile l’equilibrio tra territorio e comunità, e quanto sia più efficace investire in prevenzione piuttosto che mantenere una politica di risarcimento del danno.
Infine, la Commissione protezione civile mi ha dato la possibilità di raccontare tutto questo nelle piazze e nelle scuole, è stato un modo per mettere le mie competenze a servizio della collettività, si parla di preparazione all’emergenza ed è questo che noi ingegneri possiamo fare nei momenti di pace”.

amatrice

  • La burocrazia spesso frena la realizzazione di opere cruciali contro il dissesto idrogeologico. Come può l’ingegneria moderna aiutare le istituzioni a snellire questi processi e fare prevenzione efficace?

“Il paradosso che viviamo è che spesso conosciamo il rischio, abbiamo la tecnologia per mitigarlo, ma i tempi autorizzativi e la frammentazione delle competenze tra enti diversi rallentano opere che dovrebbero essere prioritarie. L’ingegneria moderna può contare su strumenti già esistenti, per invertire questa tendenza. Penso a processi di project management, bim e gemelli digitali del territorio, che rendono più rapidi i confronti tecnici tra enti; penso a protocolli di semplificazione già sperimentati con successo in altri contesti, penso all’utilizzo di certificazioni di sostenibilità che aiutano a valutare in modo oggettivo costi e benefici di un’opera fin dall’inizio. Penso alla semplificazione delle procedure, ai modelli commissariali a cui ho lavorato in prima persona o agli interventi del PNRR: poteri derogatori e compressione dei tempi senza abbassare gli standard di sicurezza e qualità. Modelli nati per l’emergenza che potrebbero però essere alla base di una gestione più snella anche nell’ordinario.

Il suo programma mette al centro dialogo, inclusione e apertura verso l’esterno. Come intende avvicinare l’Ordine ai giovani professionisti che si affacciano oggi sul mercato del lavoro?

“Vogliamo lavorare su alcune direzioni precise: rafforzare le Commissioni come luoghi operativi dove i giovani possano confrontarsi da subito con i colleghi più esperti e trovino mentori; potenziare la formazione continua, rendendola più aderente alle competenze richieste dal mercato, dalla transizione digitale a sostenibilità ambientale; creare occasioni di dialogo strutturato con università e mondo produttivo, per accompagnare l’ingresso nella professione. E poi c’è un tema legato alla comunicazione, mi piacerebbe raccontare meglio, anche attraverso i canali che i giovani frequentano davvero, chi siamo, cosa facciamo e quante possibilità di confronto possiamo offrire”.

I membri dell’Ordine degli Ingegneri della Città Metropolitana di Venezia

La violenza economica limita l’indipendenza delle donne e le intrappola in situazioni di vulnerabilità. Come possono gli ordini professionali fare rete per formare, informare e proteggere le professioniste da questo fenomeno?

“È un tema purtroppo che tocca anche la nostra professione, l’indipendenza economica dovrebbe essere scontata visto il nostro percorso formativo ma, in tanti casi, resta fragile o compromessa. Il gender pay gap, si sta assottigliando, ma esiste ancora. Non è un problema di competenze: le nostre laureate concludono gli studi prima, con risultati spesso migliori, eppure il divario si apre proprio nel momento dell’ingresso nel mondo del lavoro e si allarga negli anni della carriera. È uno squilibrio strutturale, legato al fatto che ancora oggi è la donna ad assumersi prevalentemente la responsabilità della cura della famiglia, rallentando, sospendendo e in altri casi interrompendo la carriera professionale, ed è questo a rendere molte colleghe più esposte a forme di dipendenza e vulnerabilità economica.
Credo che gli ordini professionali abbiano una responsabilità precisa, che spazia dalla sensibilizzazione e attenzione a questi aspetti, ma anche all’individuazione di nuove strategie e forme di assistenza in collaborazione con la Cassa di previdenza, promozione di servizi concreti di conciliazione tra lavoro e cura familiare, coworking condivisi per chi non ha una struttura alle spalle, progetti di inclusione, mentoring per le più giovani. Su questo è importante che facciamo rete con le altre professioni”.

Filomena Spolaor

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