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Il grande ritorno dei boschi: l'Italia non era così verde dal Medioevo

Il grande ritorno dei boschi: l'Italia non era così verde dal Medioevo

Le foreste sono quasi raddoppiate in mezzo secolo e oggi occupano più spazio dei terreni agricoli. Il rapporto “Foreste in comune” racconta come  stia cambiando il volto del Paese

Dal 2020, in Italia, le aree forestali hanno superato la superficie agricola utilizzata.
Una situazione che, nella nostra penisola, non si verificava addirittura dal Medioevo. E, oggi, le foreste hanno superato i 100 mila km quadrati di estensione. Cioè il 36% del nostro territorio o, facendo un confronto internazionale, più o meno l’intera superficie dell’Islanda.
Concludendo che “l’Italia è una nazione forestale”, lo evidenzia il rapporto “Foreste in comune”, la prima indagine socio economica sul patrimonio forestale dei comuni italiani promossa dall’associazione senza fini di lucro Pefc Italia, organo di riferimento locale per il programma internazionale di valutazione degli schemi di certificazione forestale, che ha allargato poi l’analisi a una serie di aspetti economico-sociali.

Il ritorno alle foreste

La superficie forestale italiana ha osservato nel corso dei secoli un andamento ciclico.
Già tra il V e l’IX secolo, dopo la caduta dell’Impero romano, si assisté alla cosiddetta “reazione selvosa”.
E si stima che, alla fine del Medioevo, i boschi occupassero una percentuale tra il 60% e il 75%.
Tra XIX e XX secolo, invece, si toccò il minimo storico, con un indice di boscosità del 12%.
Negli ultimi 50 anni, invece, le foreste sono quasi raddoppiate per un processo in gran parte spontaneo: l’esodo verso le città, con lo spopolamento delle aree montane e rurali, l’abbandono di pascoli marginali e colture tradizionali non più redditizie, ha facilitato l’opera della natura nel riprendersi le aree abbandonate dall’uomo. A differenza delle ragioni del passato, però, sarebbe sbagliata una lettura negativa.

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Le nuove opportunità legate alla riforestazione

Uno dei punti più significativi dello studio è proprio il superamento del diffuso luogo comune che associa il bosco a un territorio marginale e arretrato. Se è innegabile il legame tra bassa densità abitativa e presenza forestale, l’analisi evidenzia infatti che molti tra i comuni il cui territorio è ricco di boschi sono oggi al centro di nuove dinamiche di attrattività sociale ed economica.
Al riguardo, si evidenziano alcuni punti.
Il primo riguarda i flussi migratori: i 932 comuni che hanno registrato un saldo migratorio positivo superiore al 10 per mille tra il 2021 e il 2025 custodiscono il 10,65% dell’intera superficie forestale italiana.
Sul piano economico, poi, nei 1.113 comuni montani con Pil pro capite più alto si trova il 32,25% della superficie forestale dell’arco montano. Infine, c’è una relazione positiva tra presenza forestale e filiere agricole specializzate.

I comuni più boscosi d’Italia

Una conferma di ciò arriva da Marcetelli, dove è stato presentato il rapporto.
Il comune reatino è infatti il più boscoso d’Italia, con un indice di boscosità (ovvero il rapporto tra superficie forestale e superficie totale) di 98,4%. Inserito nella community “IN. Alta Sabina”, nel cuore dell’Appennino, è stato stimato da uno studio condotto da Cursa che, attraverso i servizi ecosistemici forniti al territorio, produca valore per quasi 8 milioni di euro all’anno.

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Scorrendo la classifica, sul podio si collocano Bormida (Savona) con indice 97,07% e Percile (Roma) al 96,99%. Quanto all’estensione assoluta, la superficie forestale più ampia è quella di Gubbio (Perugia) con 26.804 ettari di bosco, seguita da San Giovanni in Fiore (Cosenza, 21.938 ettari) e Città di Castello (Perugia, 21.838 ettari).

Le foreste: una distribuzione non omogenea

Tra gli spunti di riflessione del rapporto, il fatto che la distribuzione delle foreste è profondamente diseguale.
Il 75,7% dell’intera superficie boschiva italiana è infatti concentrato nei 3.596 comuni montani, che rappresentano il 47,8% della superficie nazionale e ospitano il 13,5% della popolazione.
Per circa metà dei comuni, dove vivono più dei 2/3 della popolazione, l’indice di boscosità è al contrario inferiore al 20%.
Queste differenziazioni incidono dunque sull’indice complessivo, che, nonostante l’importante risalita, ci pone di poco al di sotto della media europea, attestata in media al 39%. Anche nel continente, però, sussistono marcate diversità. Circa i 2/3 delle risorse boschive dell’Ue risultano non a caso incentrate in 6 Paesi, a partire da Finlandia (indice al 74%) e Svezia (69%).

Una riflessione, tra governance e futuro

Il dato sui flussi migratori, ipotizzano gli autori, sembra indicare la crescente attenzione verso qualità ambientale, benessere, contatto con la natura e qualità della vita tra le ragioni della nuova attrattività territoriale dei comuni a più alto indice di boscosità.

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Secondo una recente indagine promossa da Sorgenia, del resto, il 94% dei cittadini vede i boschi come alleati-chiave contro la crisi climatica, il 90% come rifugi per la biodiversità e l’85% come strumenti per il benessere psicofisico.
“Il bosco – afferma Antonio Brunori, segretario generale di Pefc Italia – non è solo una componente ambientale, ma una infrastruttura strategica capace di generare benefici ecologici, sociali ed economici”. Secondo gli autori, allora, il futuro delle foreste dipenderà dalla capacità di integrare tutela ambientale, attrattività sociale e sviluppo economico, trasformando il patrimonio forestale in una leva concreta per il rilancio dei territori interni del Paese.

Alberto Minazzi

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Tag:  boschi, foreste

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