Mimmo, alias Nane, nuota tra gondole e motoscafi. La storia del tursiope che vive in laguna e che sta cambiando il modo in cui guardiamo gli animali
All’inizio sembrava una comparsa occasionale.
Una pinna intravista tra le onde della laguna, qualche video girato col telefono, il passaparola tra le barche.
Poi gli avvistamenti sono diventati pressoché quotidiani e da mesi i veneziani che attraversano il Bacino di San Marco si aspettano di vederlo sgusciar fuori dall’acqua in segno di saluto.
Il delfino solitario che vive a Venezia, Mimmo, per chi lo monitora, Nane per chi ormai lo considera uno di casa, raramente delude le aspettative.
Non è un animale addestrato, non è scappato da un acquario, non è una mascotte.
E’ un delfino tursiope selvatico che da tempo vive stabilmente nella laguna veneziana.
Gli studiosi lo monitorano settimanalmente, ne osservano gli spostamenti, ne analizzano il comportamento e le condizioni di salute. E più il suo caso viene studiato, più emerge una verità sorprendente: per Mimmo Venezia e il traffico delle barche non sembrano proprio essere un problema.

“A quanto pare, ha trovato nella Laguna di Venezia un luogo congeniale dove vivere, per quanto ciò possa apparire strano. Sembra che abbia ormai preso anche molto bene le misure con il notevole traffico del bacino di San Marco, dopo l’impatto con le eliche di un natante che lo scorso autunno gli aveva procurato delle ferite al fianco destro, ma che sono ormai completamente guarite”, ha confermato il prof. Sandro Mazzariol, del Dipartimento Biomedicina Comparata e Alimentazione, Università di Padova, durante un incontro che si è tenuto nella Sala conferenze del Museo di Storia Naturale Giancarlo Ligabue, a Venezia, per fare il punto sulle attività di monitoraggio, rispondere alle curiosità e presentare il codice di condotta da tenere nel caso in cui si incontri l’animale.
Un codice di condotta per l’uomo
Mimmo ormai conosce la laguna. E’ in buona salute e ha imparato a muoversi tra taxi d’acqua, motoscafi, vaporetti e imbarcazioni con una naturalezza che continua a sorprendere.
Ma proprio questa apparente sicurezza rischia di creare un equivoco pericoloso: il fatto che il delfino sappia orientarsi tra le imbarcazioni non significa che sia al sicuro.
Per questo gli esperti sottolineano l’importanza di mantenere una distanza di almeno 50 metri, evitare accelerazioni improvvise, non cercare il contatto, non offrirgli cibo e non attirare la sua attenzione con urla o rumori.
La sopravvivenza di Mimmo dipende infatti anche dalla capacità umana di trattarlo per quello che è davvero: un cetaceo selvatico che ha scelto di attraversare un ambiente urbano e che può continuare a farlo solo se la curiosità lascia spazio al rispetto.
Mimmo “ci ricorda qualcosa che apparteneva alla nostra storia”
La storia di Mimmo ha colpito profondamente l’immaginario collettivo.
Innanzitutto perché ha scelto di vivere, da solo, abbandonando il suo gruppo, in una delle città più celebri del mondo preferendola al mare aperto.
In realtà, hanno spiegato gli esperti, non tutto è così anomalo.
“Ha chiaramente scelto di vivere separato dai suoi simili – ha sottolineato il cetologo di Dolphin Biology and Conservation Giovanni Bearzi – ma questo comportamento non è privo di precedenti in natura, come la letteratura scientifica ci ricorda”.
Neppure il fatto che abbia deciso di restare a Venezia rappresenta un episodio isolato.
“Fino all’inizio del secolo scorso– ha ricordato il biologo marino del Museo di Storia Naturale Luca Mizzan – i delfini in Adriatico e nel Golfo di Venezia erano una presenza molto comune, talmente diffusa che non ci si faceva quasi caso. Per secoli abbiamo convissuto con loro, tra conflitti e forme di collaborazione, come nel caso dei “sardellanti” che avevano imparato a sfruttarne il comportamento durante la caccia. Poi, dalla metà del Novecento, quando i delfini hanno iniziato a esser considerati dei competitor nella pesca, le cose sono cambiate: in pochi decenni ne sono stati uccisi migliaia, fino a far scomparire completamente alcune specie dall’Adriatico. Oggi la presenza di un delfino in laguna ci sorprende -ha concluso Mizzan- ma in realtà ci sta ricordando qualcosa che apparteneva alla nostra storia.
I delfini hanno un nome
Eppure c’è qualcosa di quasi irreale nel vedere un tursiope attraversare il cuore della città come se il mare avesse deciso di riprendersi silenziosamente uno spazio dimenticato.
Mimmo non è però una favola urbana.
È un animale selvatico che appartiene a una specie straordinaria, capace di riconoscersi allo specchio, di trasmettere cultura, cooperare strategicamente e mantenere relazioni sociali durate decenni.
Se Mimmo potesse parlare con noi, potrebbe anche svelarci il suo vero nome, ponendo fine a tutte le discussioni sul fatto che dobbiamo continuare a chiamarlo così o, più venezianamente, “Nane”.
Perché i delfini un nome se lo riconoscono. Gli studi spiegano che i tursiopi sviluppano nei primi mesi di vita un fischio personale unico, chiamato signature whistle, usato come nome proprio.
In uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, i ricercatori hanno preso i fischi dei delfini e li hanno ricreati artificialmente al computer, eliminando completamente la “voce” dell’animale.
Rimaneva soltanto la forma del segnale sonoro, il suo disegno acustico. Eppure gli altri delfini continuavano a riconoscere chi fosse. Significa che non reagivano al timbro della voce, ma all’identità contenuta nel fischio stesso.
E gli studi successivi hanno mostrato qualcosa di ancora più impressionante: i delfini ricordano quei fischi per decenni. Alcuni esperimenti dimostrano che possono riconoscere individui con cui non hanno avuto contatti da oltre vent’anni.

Una mente straordinaria
E questo succede probabilmente anche con gli umani che incrociano nella loro vita.
Gli studi sui delfini vanno persino oltre.
Può risultare sorprendente ma i tursiopi sono tra le pochissime specie in grado di riconoscersi allo specchio.
Vi si osservano, ruotano il corpo e controllano addirittura parti normalmente invisibili, aprendo per esempio la bocca per ispezionarsi i denti.
Anche in questo caso, tutto sperimentato, tutto documentato.
Ma perfino toccante è ciò che gli studiosi hanno scoperto su ciò che accade quando un legame si interrompe.
In alcuni casi osservati in natura, le femmine di delfino trasportano per ore, talvolta per giorni, il corpo dei piccoli morti, cercando di mantenerli a galla come se il contatto potesse ancora impedirne la perdita definitiva. Non è un gesto utile alla sopravvivenza, non porta alcun vantaggio biologico: è un comportamento che gli etologi interpretano come una forma di risposta al lutto, o almeno come l’espressione di un’elaborazione sociale della perdita.
Consuelo Terrin



