Uno studio cinese individua un forte legame tra una malattia oculare umana emersa di recente e un virus animale acquatico, che avrebbe compiuto un salto di specie
Si può rischiare di perdere la vista per aver manipolato, o mangiato crudi, pesci o crostacei?
La risposta, purtroppo, sembra essere positiva.
Per la prima volta, un virus animale acquatico (il “nodavirus della mortalità occulta” o Cmnv) è stato infatti associato a una malattia umana emersa di recente e segnalata in aumento, la Poh-Vau, o “uveite anteriore virale ipertensiva oculare persistente”, che colpisce gli occhi, potendo portare anche alla cecità.
La tesi di questo collegamento è presentata, suffragata da esperimenti di laboratorio, in uno studio della Chinese Academy of Fisheries Sciences appena pubblicato sulla rivista “Nature Microbiology”.
Il salto di specie di un virus marino
“I cambiamenti climatici e le attività umane – è la considerazione di partenza dell’abstract dello studio – hanno aumentato il rischio di trasmissione di virus dalla fauna selvatica, rappresentando una minaccia per la salute umana”.
L’allarme di quanto il fenomeno sia in crescita, del resto, è già noto anche al nostro Istituto Superiore di Sanità, che ricorda come le malattie causate da batteri, virus, parassiti o funghi, rappresentano circa il 75% delle nuove malattie infettive umane. Così come il sospetto che il Cmnv, che normalmente infetta animali acquatici come pesci e gamberi, in natura e allevamenti di tutto il mondo, potesse essere la causa ancora ignota della Poh-Vau era già emerso nella comunità scientifica.
Non solo i pazienti affetti da questa malattia sono infatti sempre risultati negativi a test per altri comuni virus oculari, tra cui herpes ed herpes zoster. Ma, in precedenti esperimenti, erano state identificate nei tessuti oculari di alcuni malati alcune particelle virali sconosciute, simili però per forma e dimensione al nodavirus.

La prova del contagio
I ricercatori cinesi hanno quindi provato a confrontare al microscopio elettronico i tessuti oculari rimossi nel corso di interventi chirurgici a 70 persone a cui è stata diagnosticata la Cmnv tra gennaio 2022 e aprile 2025 con quelli provenienti da un gruppo di controllo di volontari sani. Solo tra i primi sono state così osservate minuscole particelle virali risultate, dopo il sequenziamento del materiale genetico, corrispondenti al 98,96% con i virus che infetta gli animali acquatici. In questi pazienti, inoltre, erano presenti anche anticorpi specifici contro il virus, a testimonianza di un’avvenuta infezione. Dai successivi esperimenti in laboratorio è quindi emerso che i topi infettati col virus hanno evidenziato un aumento della pressione intraoculare e danni patologici ai tessuti dell’occhio. Inoltre, il Cmnv si è dimostrato capace di infettare anche cellule di mammifero in vitro.
Attenti al pesce crudo
La conclusione, dunque, è che sia avvenuto il cosiddetto “spillover”, ovvero un salto di specie che coinvolge anche l’uomo, che logicamente fa scattare un primo campanello d’allarme, visto che ci sarebbe ora la prova concreta che anche i virus marini possono passare all’uomo. Si può insomma parlare a tutti gli effetti di una nuova “zoonosi” (cioè, come ricorda l’Iss, una malattia infettiva trasmissibile, direttamente o indirettamente, dagli animali all’uomo).
Malattia che, nello specifico, provoca un’infiammazione e un aumento della pressione interna dell’occhio, dunque con una sintomatologia molto simile a quella del glaucoma, che, se non trattata, può danneggiare permanentemente la vista fino alla possibile perdita della stessa.
I casi di Poh-Vau, in Cina, negli ultimi anni sono aumentati in maniera significativa, senza fino a ora spiegazioni chiare. Anche a questo, allora, lo studio ha provato a dare una risposta, attraverso un’indagine sui possibili contatti con il virus da parte di chi ha contratto la malattia.

Esposizione a Cmnv e rischio di infezione nell’uomo
“La frequenza di esposizione al Cmnv, il numero di esposizioni gravi e la gravità dell’esposizione – spiegano i ricercatori – sono risultati associati a un aumento del rischio di Poh-Vau”.
In particolare, i dati epidemiologici indicano come il 71,4% dei casi esaminati sia rappresentato da persone che hanno avuto contatti frequenti con animali acquatici, che li abbiano manipolati senza protezioni (per esempio, pulendo il pesce) o che abbiano consumato prodotti crudi. “Cosa bisogna fare? – si chiede l’infettivologo del San Martino di Genova, Matteo Bassetti, in un post su Facebook – Da un lato lavarsi le mani quando si manipolano i pesci, dall’altro cuocerli. Continuiamo a vigilare, non c’è da allarmarsi, però è una notizia molto interessante e quindi c’è un po’ di preoccupazione. Dobbiamo fare attenzione anche a questo mondo”. “Si pensava – aggiunge Bassetti su “X” – che il Cmnv infettasse solo invertebrati e pesci, ma ha mostrato un livello di adattabilità che ha sbalordito la comunità scientifica. Gli oceani rappresentano una nuova frontiera per le malattie infettive che possono avere un impatto diretto sulla salute umana”. Infine, visto che lo studio ha riscontrato la presenza del virus in 49 specie di tutti i continenti, Oceania esclusa, la domanda spontanea è quale rischio reale si corra in Italia. “La ricerca – conclude l’infettivologo genovese in un video postato sui social – non riguarda direttamente noi. Ma bisogna vigilare, fare attenzione. Come sempre”.
Alberto Minazzi



