All’Arsenale Nord una roccia con una sinagoga fluttua fino a 25 metri sull’acqua. È Nabatele, di Anna Kamishan, opera che trasforma la diaspora e la memoria in un’architettura sospesa
Sul cielo di Venezia, vola una sinagoga.
Sembra l’inizio di una storia impossibile, invece basta alzare gli occhi, all’Arsenale Nord, per trovarla davvero: sospesa nell’aria, Nabatele, questo il nome dell’opera dell’artista e architetto Anna Kamishan, sembra riportare Venezia al Settecento, unica altra volta in cui la città si fermò con il naso all’insù per assistere a un altro prodigio: il volo di una delle prime mongolfiere in Italia (1784) immortalata da Francesco Guardi nella celebre Ascensione del pallone aerostatico a Venezia.
Quasi due secoli e mezzo dopo, la meraviglia cambia forma.
Non è più un pallone a salire sopra Venezia, ma una sinagoga.
L’opera è stata presentata all’Arsenale Nord come evento collaterale della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte.
Una visione che sembra uscita da un sogno di Magritte e che, proprio come accade nella pittura del maestro belga, mette in crisi le nostre certezze: cosa può restare in piedi quando tutto ciò che conosciamo sembra perdere il proprio punto d’appoggio?

L’arte come memoria sospesa
Nabatele, che si può ammirare fino al 16 settembre è un’installazione che può arrivare fino a 25 metri sopra il livello dell’acqua, grazie a un aerostato a doppia membrana riempito di elio che la fa volare.
La parte inferiore dell’opera custodisce radici e frammenti di pietre che rimandano al tema dell’origine del legame con una terra perduta o lontana.
Curata da Yiddishland Pavilion in collaborazione con il Museum of Jewish Montreal, la sinagoga fluttuante dimostra come l’arte possa trasformarsi in memoria sospesa, in un corpo che vola, illumina e attraversa i confini.
Il progetto che ha portato alla sua realizzazione esplora la cultura yiddish, le pratiche artistiche diffuse e i temi della diaspora, offrendo una prospettiva nuova sulla mobilità culturale e proponendo un dialogo tra memoria collettiva e arte contemporanea.

L’opera che segue le condizioni meteo e dialoga con Venezia
L’installazione di Anna Kamishan, artista – architetto con radici ebraiche, e russe vuole essere una riflessione sull’incertezza contemporanea, sui conflitti e una condizione di sradicamento che può anche diventare forza di sopravvivenza.
Nabatele è al suo interno costantemente illuminata, a ricordare il Ner Tamid, la luce eterna della sinagoga.
“Rimane un mistero sapere se la struttura abbia mai avuto radici o fondamenta, o se si sia sempre librata sopra la terra: se cerchi un luogo dove posarsi o se invece preferisca la propria autonomia aerea – spiega Anna Kamishan -. La luce costante delle finestre della sinagoga – conclude- simboleggia per me quella fiamma interiore che non viene spenta da nessuna turbolenza e che persiste nell’instabilità”.
I suoi movimenti sono legati alle condizioni meteo. Infatti nei giorni di calma sale in cielo come una mongolfiera, mentre quando c’è vento si adagia sulla superficie dell’acqua.
Come spiegano i curatori del progetto, Nabatele, termine di origine slava e semitica che significa “richiamare l’attenzione” o “allarme in momenti di pericolo”, vuole rispondere all’attuale incertezza globale segnata da conflitti e divisioni, in cui l’erranza diventa talvolta il rifugio più sicuro. L’opera riflette anche la complessa identità dell’artista.

L’interazione con l’ambiente e la storia veneziana
Nabatele è in continuo dialogo con la Laguna e rielabora il modello delle antiche sinagoghe veneziane del XVI secolo che, per ragioni di sicurezza, erano spesso ai piani superiori degli edifici e risultavano discrete e invisibili.
Oggi a differenza di una volta, ciò che rimaneva discreto o quasi non si vedeva, si mostra apertamente al pubblico.
L’immagine della roccia sospesa è centrale e Nabatele diventa simbolo di fragilità, permanenza e appartenenza.
Il progetto spiega che il lavoro di Anna Kamyshan indaga il rapporto tra peso e galleggiamento, oltre alla possibilità di esistere senza un radicamento stabile.
La luce permanente che rende particolarmente suggestiva la visione al buio, viene letta come simbolo di resistenza interiore.
Dopo Venezia, Nabatele continuerà il suo viaggio portando la sua luminosa presenza nei principali centri della diaspora ebraica quali Berlino, Varsavia, New York, Londra e altre. In ogni città in cui farà tappa, l’installazione proseguirà il suo dialogo tra memoria e immaginazione, trasformando la diaspora in un’esperienza vivente e condivisa.



