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Porto Marghera: le parole d’ordine per la rigenerazione

Il waterfront di Porto Marghera
Nella foto in alto: Il waterfront di Porto Marghera

«Porto Marghera non è decotta o superata: va solo ripensata».
Alessandro Bove, coordinatore del gruppo di lavoro della Federazione degli ingegneri del Veneto sulla riqualificazione di Porto Marghera, ne è certo. I suoi punti di forza sono ancor oggi numerosi. Quelli di debolezza, indicati dal sottosegretario del Ministero delle Finanze, il veneziano Pier Paolo Baretta, rappresentano di fatto i tre punti chiave da risolvere: bonifiche, Zes e risorse da veicolare attraverso la legge speciale.

Gli ingegneri si confrontano sulla rigenerazione di Porto Marghera. In un convegno che si è tenuto al Laguna Palace di Mestre, hanno fatto il punto di tre anni di studi coinvolgendo la città e i suoi cittadini nel dibattito.

La locandina del convegno della FOIV su Porto Marghera

Soluzioni locali a problemi globali

«L’iniziativa – ha spiegato Alessandro Bove – nasce dalla volontà di confrontarci con il territorio. La logica è quella di lavorare in maniera sinergica. Perché Porto Marghera, oltre che per Venezia, è una grande opportunità anche per il Veneto. È una città parte di una città più grande». Soprattutto, è un’area piena di punti di forza:
Posizione baricentrica, connessione infrastrutturale (aeroporto, porto, autostrade), storia, vicinanza con tre Università (Ca’ Foscari, Iuav e Padova), economia circolare e un waterfront unico e di particolare pregio.

Rigenerazione: trasformare gli spazi in luoghi

Quindi, come fare? La chiave della rigenerazione, ha sottolineato Bove, è la trasformazione di spazi in luoghi. A Porto Marghera, gli spazi non mancano. Anzi, sono immensi. Bisogna però renderli elementi abitati, vissuti. Vanno abbattuti i muri che attualmente rendono queste aree chiuse. Bisogna insomma riconnettere la città con il suo porto. E farlo attraverso processi di rigenerazione urbana che sia innanzitutto sostenibile per il territorio.

Porto Marghera: uno spettacolare waterfront

Uno dei possibili punti di partenza è proprio il waterfront di Porto Marghera. Una linea d’acqua che costituisce un unicum nel suo genere come sistema di connessione tra ambiente abitato e naturale. E un simbolo di tutto ciò può essere l’Heritage Tower, una delle cinque ex torri iperboloidi per il raffreddamento dell’acqua oggi riconvertita a usi civili. Esempio di recupero di un elemento architettonico di un certo pregio, manufatto storico per il quale è stata ripensata la funzione. Un vero e proprio landmark territoriale, collocato vicino all’interporto in una zona già bonificata e quindi pronta al riuso.

La Heritage Tower a Porto Marghera

Le condizioni di base per la rigenerazione

Il problema di base resta legato al completamento delle bonifiche. «Un costo -ha detto il sottosegretario Pier Paolo Baretta – che non può essere lasciato agli investitori». Per trovare la finanziabilità degli interventi, vanno quindi facilitati e attratti gli investimenti, legandoli sia alla portualità che al modo di produzione. Zes, zona logistica speciale, zona franca sono diverse declinazioni del punto. Ma anche la crocieristica, con il turismo, può essere un elemento cui pensare nell’ottica del rilancio di Porto Marghera.

Questione di metodo e di caratterizzazione

«La progettazione non può essere affidata ad un solo soggetto. Serve un lavoro di concerto, che coinvolga tecnici, amministrazioni e soprattutto la popolazione locale. Bisogna avere una visione politica generale», afferma Bove. E bisogna puntare su elementi di caratterizzazione. Che sono principalmente due. Il primo, recuperare la specificità dei processi creativi e l’identità del luogo. Il secondo, puntare sull’economia circolare. E la rigenerazione urbana ne è un valido esempio.

Il masterplan disegnato per Porto Marghera ai tempi dell’Expo e poi realizzato solo in parte

Fare gioco di squadra

Tra le personalità politiche intervenute al convegno, il sottosegretario Baretta ha auspicato un «gioco di squadra» al di là delle bandiere politiche. «Parlare di una grande Venezia – ha detto – è meglio che parlare di separazione. Qui, abbiamo tre aree da riorganizzare complessivamente: la “porta di mare”, dalla Certosa al Lido; la “porta d’aria”, ovvero il quadrante di Tessera; la “porta di terra”, che è Marghera, allargata all’Università di via Torino e a Forte Marghera”. E la questione di partenza, che non risolve i problemi ma può dare un bel segnale, è sbloccare i finanziamenti fermi».

A Porto Marghera prospettive di valore straordinarie

Dello stesso parere, il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro. «Se Venezia metropolitana si muove in maniera unita, può giocarsi una carta straordinariamente importante – ha rilevato – A differenza di 20 anni fa, mi sembra che il Veneto abbia riconosciuto le prospettive di valore straordinarie che ha Porto Marghera, una delle più grandi aree industriali d’Europa, motore gigantesco per l’economia. Credo dunque che la nuova fase dell’Italia passerà di qui. Anche perché l’Europa ci dice che sono le città il volano delle aree produttive». «Sono convinto – ha concluso il vicepresidente della Regione Veneto, Gianluca Forcolin – che i progetti su Porto Marghera verranno realizzati, il pil nazionale crescerà di qualche punto».

 

Un nuovo gemellaggio terra-acqua

A proposito del futuro della città, Brugnaro ha affermato che «bisogna pensare ad un nuovo gemellaggio tra terra e acqua».

«In questo momento di grande trasformazione urbana  Venezia è la città che più sta cambiando, a livello europeo. Dobbiamo credere nella diversificazione. Dobbiamo offrire Porto Marghera nel mondo. Solo così, camminando insieme, possiamo diventare una delle grandi città metropolitane del mondo».

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