108 città, 434,5 milioni di dati e nove indicatori climatici: una fotografia senza precedenti di come il caldo ha modificato l’Italia
Soprattutto quest’estate ce ne siamo accorti tutti: in Italia fa sempre più caldo.
Ma gli effetti dei cambiamenti climatici non si limitano al solo aumento delle temperature.
Tra notti tropicali e supertropicali, mari più caldi e aumento della durata delle ondate di calore e precipitazioni più concentrate, eventi improvvisi ed estremi, alluvioni e siccità, in 50 anni l’impatto del caldo è mutato anche qualitativamente, esprimendosi con modalità fino a pochi decenni fa inattese.
È quanto emerge dallo studio realizzato da iLMeteo.it per il Corriere della Sera, analizzando oltre 434,5 milioni di dati, città per città, dal 1975 al 2025.
Con record poco invidiabili (come quello di Foggia), tendenze proiettate su una più ampia prospettiva territoriale (come il fatto che i cambiamenti hanno impattato in particolare in Pianura Padana e sulle realtà costiere) e tematiche che inducono a una maggiore preoccupazione (a partire dallo scioglimento dei ghiacciai).

L’aumento delle temperature: Foggia caso più estremo
Nello specifico, i meteorologi di iLMeteo.it si sono concentrati su 9 indicatori climatici. E, nel confronto complessivo tra le 108 città considerate, è emerso che, davanti a Roma, Napoli e Cagliari, è Foggia quella che ha subìto il maggior impatto climatico negli ultimi 50 anni. Si parla di 3,6 gradi in più nella temperatura media annua, +4,1 nella temperatura massima media estiva, 51 giorni in più all’anno con massime di almeno 34 gradi.
La città pugliese, nel 2025, ha registrato anche 79 notti tropicali (con minime mai sotto i 20°) e 64 supertropicali (con almeno 25°) in più del 1975.
È proprio questo aspetto, anche in generale, il dato più serio: le notti non portano più sollievo.
A Milano, per esempio, le supertropicali sono passate da 0-1 a 20 l’anno nel periodo considerato e sembrano destinate ad aumentare ancora, arrivando in media a 23 entro il 2030.
A Reggio Calabria si è arrivati a 47 e si stima possano salire mediamente a 59 entro fine decennio.
Le notti tropicali sono aumentate di 82 unità a Roma, mentre a Bologna sono salite da 30-40 a 80, con un picco di 102 nel 2022 e anche 16-17 supertropicali ( assenti nel 1975), fino al massimo delle 24 del 2024.
Altro aspetto significativo, guardando al termometro, è il tema delle temperature massime. Il cambiamento non riguarda infatti solo le medie (con il record di Nuoro: +4,2°), ma anche gli estremi, che anzi stanno aumentando ancor più rapidamente. In alcune città del Sud, sottolinea il rapporto, si è passati da una “normalità” di 32°-33° di inizio anni 2000 alle sempre più frequenti giornate a 41°-42° di oggi. A Trapani, le massime sono cresciute addirittura di 9,1°.
A Napoli, invece, le massime in 50 anni sono aumentate di 4,9°, a fronte dei +3,5 gradi delle medie.

La sorpresa (negativa) del Veneto
Nel contesto generale, hanno sorpreso gli esperti i dati del Veneto, una delle regioni dove il caldo è aumentato in maniera più marcata nell’arco dell’intero anno.
Verona è risultata così la prima città del Nord, 7^ assoluta, per impatto del cambiamento climatico, con Padova al 12° posto e Treviso al 17° nazionale. Pur 32^ in classifica, Venezia spicca per notti supertropicali (sono passate da 17 a 58) e temperature massime estive (cresciute da 29,5° a 36°). E, nel capoluogo lagunare, i giorni di caldo intenso, con temperatura percepita di almeno 32°, in 50 anni sono passati da 0 a 20.
Tra le non invidiabili performance, si sottolineano i 52 giorni di caldo intenso di Verona (erano 18 nel 1975) o la crescita dell’800% (da 7 a 55, con una proiezione di 64 nel 2030) delle notti tropicali a Treviso.
Nelle due città la quantità di notti supertropicali è arrivata al livello di Paesi del Sud-Est asiatico.
Dati che si spiegano con il collocamento geografico della regione, tra Pianura Padana e mare.
Al Lido di Venezia, non a caso, l’acqua dell’Adriatico ha raggiunto i 28 gradi nel 2024, con un accumulo di calore che si è ormai esteso anche a una profondità di 70-100 metri.
C’è anche qualche effetto positivo, legato al surriscaldamento: la riduzione di smog e inquinamento, ma anche delle zanzare, per l’evaporazione delle pozzanghere. Ma sono tra le poche note liete, allargando la prospettiva. Così, se il trend di pioggia è costante, sono cresciute le precipitazioni violente ed estreme, che si traducono anche in grandinate sempre più intense. Oppure anche in tornado, ricordando gli eventi dell’estate 2026. Il tutto mentre i ghiacciai dolomitici continuano a sciogliersi, a partire da quello della Marmolada.

Lo scioglimento dei ghiacciai e l’impatto del mare
Proprio il rischio di scomparsa dei ghiacciai è uno dei campanelli d’allarme principali contenuti nel rapporto.
Se nel 1959, quando fu realizzato il primo catasto dei ghiacciai italiani, questi coprivano una superficie di circa 527 km quadrati, oggi si è scesi attorno ai 300. Un fenomeno che non sembra destinato a rallentare.
Anzi, le proiezioni degli scienziati stimano la scomparsa dell’80% dei ghiacciai al di sotto dei 3 mila metri di quota, innescando una reazione a catena che si tradurrà in serie conseguenze anche per le realtà a valle.
Un altro aspetto su cui va incentrata l’attenzione è quello, già citato con l’esempio specifico veneziano, del riscaldamento del mare. Il Mediterraneo, insieme all’Artico, è infatti l’area mondiale che sta risentendo maggiormente dell’impatto dei cambiamenti climatici, con un ritmo di circa il 20% superiore a quello del riscaldamento globale degli oceani. Anche in questo caso, il fenomeno ha importanti ripercussioni: attraverso un maggior rilascio di calore nell’atmosfera e l’aumento dell’evaporazione, il mare caldo, come una sorta di “amplificatore” può contribuire ad alimentare precipitazioni intense.
Un tema riguardo al quale già i dati del rapporto forniscono un’indicazione da non sottovalutare: delle 108 analizzate, ben 93 città hanno registrato un aumento della frequenza delle precipitazioni forti e di breve durata rispetto alle piogge più uniformemente distribuite nel tempo. Un clima più caldo, insomma, può significare contemporaneamente il presentarsi di periodi più lunghi senza precipitazioni, con conseguente siccità (i cui segnali risultano particolarmente marcati, nel dossier in Piemonte e Sardegna), ma poi anche precipitazioni molto intense concentrate in poche ore.

Agosto 2026: il mese più caldo della storia
Nelle ultime ore è intanto arrivata la conferma del servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus, il programma di osservazione e monitoraggio della Terra gestito dall’Unione Europea insieme all’Agenzia spaziale europea: agosto 2026 ha raggiunto luglio 2023 come mese più caldo mai registrato, con livelli record nella media della temperatura superficiale delle acque negli oceani extrapolari.
Nel mese, le temperature globali hanno superato di 1,65 gradi i livelli pre-industriali, riportando dunque i valori oltre la soglia di +1,5°, per la prima volta da novembre 2025.
L’aria superficiale ha fatto registrare un valore medio di 16,96°, con un incremento di 0,85 gradi rispetto al periodo tra il 1991 e il 2020, toccando i 20,26° in Europa: +1,1° gradi rispetto alla media di agosto nel trentennio.
Si è così completata l’estate più calda di sempre nell’Europa occidentale, dove sono stati superati i record precedenti risalenti al 2003. E, a livello globale, il periodo da giugno ad agosto ha uguagliato il record del 2024.
Alberto Minazzi



