La trattativa del Governo con Bruxelles procede positivamente. Ecco come funziona il meccanismo pensato dall’Italia
Il costo dell’energia, la premier Giorgia Meloni lo ha sottolineato ancora una volta nel corso delle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo che inizia oggi, è in questo momento“la questione che pesa più di tutto sulla nostra economia e sulla competitività delle imprese”.
A complicare il quadro, il fatto che dover destinare fondi a misure per contenere almeno in parte l’aumento dei prezzi energetici è destinato a incidere anche sulla Manovra.
L’Italia sta dunque lavorando con Bruxelles per ottenere maggiore flessibilità e poter finanziare così aiuti per un’emergenza tangibile.
Basti pensare, nel giorno in cui in molte città si possono iniziare ad accendere i termosifoni, che le stime di Facile.it indicano un aumento della spesa per il riscaldamento invernale del +26%, pari a 1.016 euro.
Al tempo stesso va ricordato che l’eventuale via libera dell’Ue libererebbe però risorse a destinazione in sostanza vincolata.
Non potrebbero, cioè, essere destinate direttamente a misure come il taglio dell’Irpef, misura che produrrebbe più ricadute positive per le famiglie.
Ma, nelle trattative in corso con il Consiglio Europeo, è aperta anche un’altra partita: quella del decreto bollette. Perché l’Italia, ancora a febbraio, ha introdotto un meccanismo che interviene sul peso della tassazione europea delle emissioni (il sistema Ets), producendo un risparmio effettivo per famiglie e imprese.
Ma la misura non rispetta le regole europee.

Decreto bollette: come incide sulla spesa di famiglie e imprese
Il decreto bollette propone una soluzione diversa da quella stabilita dall’Ue per l’applicazione della tassazione Ets. L’Europa prevede che a pagare questa tassa siano le imprese che producono elettricità utilizzando il gas.
L’Italia intende invece spostare, almeno in parte, questo costo, recuperandolo attraverso le bollette degli utenti.
In questo modo, è il ragionamento, si riesce a favorire una riduzione del prezzo all’ingrosso dell’elettricità superiore all’aumento legato all’inserimento della tassa in bolletta.
Il risparmio effettivo per gli utenti si produce, ovviamente, sempre che lo spostamento dei costi si traduca interamente in una diminuzione del prezzo di mercato.
Alcune stime sui possibili risparmi
Ragionando astrattamente, si può allora provare a calcolare l’impatto possibile della misura.
Per una famiglia che consuma 2.700 kWh di elettricità all’anno la forbice del risparmio effettivo potrebbe variare tra 27 (con una diminuzione del prezzo all’ingrosso del kWh di 1 centesimo) e 135 euro (se la riduzione fosse di 5 cent).

La misura, va ricordato, non riguarda il gas per cucinare o per il riscaldamento e interviene solo sulla parte della bolletta elettrica “componente energia” non su oneri, costi di trasporto e imposte. E vi incide la concreta applicazione. Se, cioè, il beneficio venisse riconosciuto per ogni kWh consumato, il risparmio variebbe tra le diverse categorie di utenti.
Il vantaggio derivante dalla riduzione dei prezzi dell’elettricità all’ingrosso inciderebbe maggiormente per le famiglie con consumi elettrici elevati rispetto a quelle con consumi bassi, più direttamente per chi ha un contratto a prezzo variabile su chi ha un prezzo fisso. E il beneficio economicamente più rilevante sarebbe per le imprese energivore.
La trattativa: a che punto siamo
Il meccanismo del decreto pone però un problema giuridico.
La tassa è infatti di competenza dell’Unione Europea, che è dunque l’unica che può modificarne il funzionamento, intervenendo a livello comunitario.
I singoli Stati, come in questo caso l’Italia, non sono insomma autorizzati a introdurre modifiche applicabili solo sul proprio territorio.
Il negoziato tra Italia e Ue punta allora a individuare soluzioni alternative alla modifica del sistema europeo delle emissioni che però consentano ugualmente di contenere il costo dell’elettricità. Il confronto sembra essere arrivato a un buon punto, visto che si starebbe delineando un accordo di massima, subordinato alle ultime verifiche tecniche.
Se l’Unione Europea appare concorde sulla necessità di intervenire per contenere i costi dell’energia, alla posizione dell’Italia, che chiede misure immediate, si contrappongono quelle di altri Stati, tra cui Germania, Spagna e Paesi del Nord, che invece spingono per un’accelerazione della transizione dalle fonti energetiche fossili.
L’ipotesi di un tetto al costo del gas
Sempre durante le comunicazioni al Senato, la stessa Meloni ha del resto sottolineato come sia necessaria “una risposta coordinata e rapida”. E questa risposta deve arrivare a livello di Unione, rivedendo le regole comuni anche attraverso una semplificazione normativa, in quanto, rimarca la premier, “nessuno può rispondere efficacemente da solo”.
Una delle ipotesi prese in considerazione sarebbe quella di introdurre un tetto al prezzo del gas, forse tra i 55 e i 65 euro per megawattora, riuscendo in tal modo a sterilizzare i rincari oltre la soglia. Attualmente, il prezzo al Ttf di Amsterdam, il mercato di riferimento per il gas in Europa, ha raggiunto gli 87,4 euro per Mwh.
Alberto Minazzi



