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Dalla ricerca italiana una scoperta che può rivoluzionare la lotta ai tumori

Dalla ricerca italiana una scoperta che può rivoluzionare la lotta ai tumori

Si chiamano “linfociti T” e sono le cellule “di memoria” del nostro sistema immunitario.
Normalmente, sono presenti in forma quiescente all’interno dell’organismo.
Quando però incontrano l’antigene di un agente esterno, queste cellule sono in grado di togliersi la sorta di “coperta” che le ha lasciate fino a quel momento tranquille, entrando in funzione per proteggerci.
Un meccanismo che, potenzialmente, vale sia nei confronti dei virus che per le cellule tumorali.
Queste ultime, però, hanno la capacità di far scattare nuovamente i blocchi nei confronti dei linfociti T. Adesso, grazie al lavoro svolto dal gruppo di ricerca coordinato da Sergio Abrignani e Beatrice Bodega dell’Università di Milano e dell’Istituto nazionale di genetica molecolare “Romeo ed Enrica Invernizzi”, è stato individuato il modo per togliere nuovamente il freno molecolare alle cellule intratumorali.
Permettendo loro di riacquisire la loro funzione e tornare a difenderci.

La forza della multidisciplinarietà

I risultati dello studio, molto tecnico e sviluppato con tecnologie estremamente sofisticate, è stato adesso pubblicato dalla prestigiosa rivista “Nature Genetics”.
“Fin dalla partenza nel 2017 – spiega Beatrice Bodega – il punto di forza di questo lavoro è stata la collaborazione e la convergenza tra diverse competenze. Io, da una ventina d’anni, mi occupo dello studio dei meccanismi di base della biologia molecolare. E, per fare questo, ho a disposizione un laboratorio indipendente all’interno dell’Ingm, che ha un chiaro focus sull’immunologia e in particolare su quella dei tumori”.

Il gruppo di lavoro di Beatrice Bodega

“Sergio Abrignani – prosegue Bodega – partendo dall’approccio medico del grandissimo immunologo molecolare qual è, un giorno mi ha suggerito di provare a studiare le sequenze di materiale genetico nei linfociti, visto che nessuno lo aveva mai fatto prima sulle cellule umane. Ho così iniziato a farlo e, con un po’ di “serendipity” (la capacità di rilevare e interpretare correttamente un fenomeno presentatosi in modo del tutto casuale durante una ricerca scientifica orientata verso altri campi, ndr), studio dopo studio ci siamo sempre più interessati a capire come sfruttare questi meccanismi specifici di base dei linfociti. Potendo aver accesso a importanti database, grazie alle molte istituzioni che hanno collaborato con noi, siamo così arrivati tra fine 2020 e inizio 2021 ai risultati che abbiamo poi inviato a Nature Genetics”.

La biologia molecolare e lo studio dei tumori

Beatrice Bodega, da sempre interessata alle porzioni di dna del nostro organismo, ha così potuto applicare le sue competenze allo specifico campo della lotta ai tumori.
“Il dna umano – sottolinea – contiene per quasi il 50% sequenze che fino a 10-15 anni fa non sono state capite. L’rna che viene utilizzato nel sistema, estremamente sofisticato, alla base dei linfociti T deriva ad esempio da quello che era considerato una sorta di “spazzatura” fino a non molto tempo fa”.

L’immunologia nello studio dei tumori

“Il ruolo degli immunologi – spiega Bodega – è sempre più importante anche nello studio dei tumori. Oltre alle cellule tumorali, dentro al microambiente tumorale ci sono infatti anche cellule del sistema immunitario che però non sono funzionali, perché il tumore ha trovato il sistema per spegnerle, rendendole disfunzionali. Il grande interesse dell’immunoterapia in questo campo è dunque quello di riuscire a trovare terapie che che risveglino il sistema immunitario, facendolo rispondere contro il tumore”.

tumori

La ricerca appena pubblicata, dunque, è solo un punto di partenza. “Con Sergio Abrignani – conclude la biologa – adesso cercheremo di trasformare la scoperta in qualcosa di utile provando a dare vita a una start-up che sviluppi nuove terapie. Ci immaginiamo infatti un’applicazione delle metodologie che abbiamo individuato che sia in grado di aiutare l’immunoterapia a risvegliare dall’interno queste cellule per renderle di nuovo responsive ed efficaci”.

Alberto Minazzi

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