Il tursiope fotografato vicino a Rialto potrebbe anche non essere “Mimmo”. Così come quello salvato dai pescatori nei pressi dell’isoletta lagunare
Da quando, era il 24 giugno 2025, fu avvistato per la prima volta dalle parti di Chioggia, la presenza di “Mimmo” nella Laguna di Venezia è diventata ormai abituale.
Il tursiope ha infatti ben presto scelto come “casa” il bacino di San Marco e il canale della Giudecca, senza mostrare alcun timore per acque estremamente antropizzate.
La comparsa di un delfino addirittura in Canal Grande, come testimoniato dalle immagini raccolte nella mattina di giovedì 13 agosto 2026, è riuscita però ancora una volta a sorprendere.
La pinna è emersa 3 volte, a Rialto, San Tomà e in zona Casinò, facendo subito scattare, insieme al presidio in loco da parte della Polizia locale, la domanda: ma è Mimmo o no?

In attesa degli esiti di un monitoraggio effettuato dagli esperti del Museo di Storia naturale “Giancarlo Ligabue” e del Cert non è ancora possibile rispondere con certezza al quesito e capire se la popolazione di tursiopi a Venezia sia cresciuta.
Perché i delfini oggi presenti potrebbero essere almeno 3. E bisognerebbe dunque forse cambiare la tesi legata a un comportamento individuale.
Va infatti ricordato che, il giorno prima dell’evento in Canal Grande, i pescatori hanno salvato un tursiope che si era arenato davanti alla parte orientale dell’isola di Burano.
Un esemplare che, a quanto riportato dai presenti, sarebbe più piccolo e privo di quelle cicatrici su pinna e dorso ormai ben note nel caso di Mimmo dopo le foto scattate a novembre dello scorso anno.
Mimmo: è lui o non è lui?
A fare il punto della situazione è Cinzia Centelleghe del Dipartimento di Biomedicina comparata e alimentazione dell’Università di Padova. Che, provando a dare una risposta alla domanda principale, afferma: “Al momento facciamo fatica a dire se il tursiope del Canal Grande sia o no Mimmo, perché non disponiamo di video sufficientemente vicini per vedere le cicatrici”.
La professoressa aggiunge però che “trattandosi di un esemplare abbastanza giovane, è possibile anche che le cicatrici si vedano molto meno. Contiamo in ogni caso di saperne di più quando, all’inizio della prossima settimana, dovrebbe partire il nostro monitoraggio insieme al Museo di Storia Naturale. Il tutto sempre che il tursiope rimanga lì, perché oggi non abbiamo segnalazioni in tal senso”.
Provando a sbilanciarsi, Centelleghe ammette comunque che “dal punto di vista comportamentale, è difficile che si tratti di due esemplari diversi. Dai video disponibili, non lo vediamo in difficoltà come se non fosse abituato al contesto, ma nuota tranquillo come fa Mimmo”. Pur mancando in questo caso video e foto, quello di Burano, invece, dovrebbe essere un altro delfino.

“Burano – riprende l’esperta – è ben lontana da dove risiede normalmente Mimmo. E già prima dello spiaggiamento era stata segnalata, documentata da video, l’entrata di alcuni delfini in bocca di porto”.
La chiave, come per Mimmo, è in ogni caso sempre il cibo: “Essendo animali molto intelligenti, si rendono conto che, vista la mancanza di competitor, possono entrare e mangiare”.
I delfini e Venezia: una convivenza da ricostruire
Cinzia Centelleghe paragona la Laguna di Venezia a quello che, per noi, potrebbe rappresentare un centro commerciale pieno di ristoranti aperti. “I tursiopi seguono probabilmente i banchi di pesce e questi episodi testimoniano che nelle acque costiere di Venezia c’è vita. Per capire però se siamo di fronte a un cambiamento di abitudini servirebbe un monitoraggio a lungo termine”.
Il boom di notizie sui tursiopi a Venezia va intanto interpretato. “Vedere un delfino sotto il ponte di Rialto – ammette la studiosa – ha indubbiamente un risvolto mediatico. E le segnalazioni aumentano anche grazie alle nuove tecnologie. È però un dato di fatto che gli avvistamenti di delfini lungo le coste venete, da Caorle a Jesolo, sono diversi”.

E la loro presenza anche nella Laguna di Venezia non è un’anomalia. Storicamente questi animali frequentavano abitualmente le acque del Nord Adriatico, con avvistamenti documentati nell’800 anche nei canali interni e nello stesso bacino di San Marco. Ritenuti competitor nella pesca, nella seconda metà del ‘900 ne furono però uccisi a migliaia, diventando una rarità.
La sensibilità, però, è di nuovo cambiata. Tant’è che, dopo le testimonianze della presenza di un tursiope in Canal Grande, sono state rilanciate le raccomandazioni già divulgate negli ultimi mesi dagli scienziati che si stanno occupando del fenomeno. E lo stesso sindaco di Venezia, Simone Venturini, sui social ha ricordato che “in questo momento la priorità è tutelare la sua incolumità”.
Il vademecum da seguire
A tal fine, è stato elaborato dagli esperti un codice di comportamento da tenere per evitare rischi ai delfini, ma anche alle stesse persone.
Va dunque mantenuta una distanza di sicurezza di almeno 50 metri e vanno rispettati i limiti di velocità. Ancora, non bisogna dare da mangiare ai tursiopi, non vanno lanciati oggetti in acqua, non deve essere richiamata l’attenzione degli animali con urla, rumori o colpi sulla barca, vanno evitati contatti o interazioni e, in caso di avvistamento, va avvisata la Guardia costiera al numero 1530.
Accorgimenti che sono necessari nonostante il tursiope sia una specie capace di vivere anche in ambienti fortemente modificati dall’uomo. Anzi, le caratteristiche artificiali, tra canali, rive, fondali modificati e lo stesso traffico, di una città come Venezia possono fornire ai delfini dei vantaggi per rendere più efficiente la loro caccia alla ricerca di prede con cui alimentarsi.
In un contesto come quello lagunare, i tursiopi possono per esempio sfruttare il loro naturale utilizzo dell’ecolocalizzazione per individuare gli altri pesci anche in condizioni di scarsa visibilità. E il vantaggio alimentare può essere tale da spingerli ad adattarsi a un ambiente caratterizzato da intenso rumore e grande traffico di imbarcazioni come quello veneziano.
Il “case report” scientifico del delfino Mimmo
Il codice di condotta è riportato nello studio, firmato dagli esperti che si stanno occupando di Mimmo, pubblicato a febbraio sulla rivista scientifica “Frontiers in Ethology”. Quello del tursiope che ha scelto la Laguna viene infatti analizzato come un “case report” scientifico utile per ricostruire presenza, comportamento, rischi e possibili strategie di gestione.

Tra i punti sottolineati nello studio, la conferma che la scelta di Mimmo sia caduta su Venezia prima di tutto proprio per la disponibilità di cibo, visto che è stato osservato ripetutamente mentre si alimentava di cefali. Non sarebbe cioè arrivato perché attratto dagli esseri umani. Né va considerata necessariamente patologica, ma compatibile con la specie, la sua natura solitaria.
Il lavoro ha poi affrontato il tema dei tentativi di allontanare Mimmo da Venezia per evitargli rischi di nuove lesioni, soprattutto legati a possibili contatti con le eliche delle barche. Va ricordato che, a novembre del 2025, è stata organizzata un’operazione in tal senso, che però è riuscita ad allontanare Mimmo di circa 3 km da San Marco per non più di 30’ prima del suo ritorno.

Escluso, se non nel breve periodo, l’utilizzo di dissuasori acustici, gli autori si sono detti infine decisamente contrari alla possibilità di una cattura per trasferire altrove il tursiope. Per un animale selvatico, questa operazione comporta infatti notevoli rischi. Oltretutto, Mimmo oggi mangia autonomamente e si comporta normalmente. La soluzione, dunque, è imparare a conviverci.
Alberto Minazzi



