C’è una gigantesca riserva di acqua dolce nel sottosuolo tra Cavarzere e Chioggia. Si studia se possa essere utilizzata per fronteggiare la crisi idrica
Lo scorso 4 agosto, nel pieno della caldissima e siccitosa estate 2026, il Consorzio di bonifica Adige Euganeo annunciava che, con il razionamento conseguente al taglio dei prelievi di acqua per l’irrigazione deciso dalla Regione Veneto, la disponibilità idrica sarebbe stata dimezzata.
In quei giorni, la portata del Po era scesa a 45 metri cubi al secondo, ben al di sotto della soglia critica di 80 metri cubi: quella considerata il “limite minimo vitale” per garantire il fabbisogno degli acquedotti e la potabilizzazione.
In questo scenario di crescente emergenza idrica, arrivava una scoperta che apre una prospettiva completamente diversa.
Nel sottosuolo tra Cavarzere e Chioggia, nella parte meridionale della provincia di Venezia, è stata individuata a maggio dal Cnr una gigantesca riserva di acqua dolce, con un’estensione paragonabile a quella del lago di Garda.
Una risorsa la cui eventuale utilizzabilità per rispondere ai fabbisogni idrici dell’area dove ora essere valutata, ma che potrebbe rappresentare un patrimonio naturale di grande interesse.

Un grande lago dolce nel sottosuolo veneto
Adesso, attraverso i pozzi realizzati nel contesto del progetto Swamrisk, inserito nel programma Interreg Italia-Croazia 2027, è stata approfondita la conoscenza di questo deposito d’acqua, creato dall’apporto di Po e grandi fiumi e poi rimasto lì.
E non sono mancate le sorprese per un’anomalia geologica, che, problemi di subsidenza permettendo, può aprire nuove prospettive.
Il bacino naturale di acqua dolce, o “acquitard”, ha un’estensione che sfiora i 30 mila ettari, posizionati più precisamente tra i siti di Buoro e Punta Gorzone.
Il lago (tecnicamente un’ intrusione acquifera nel terreno sabbioso) è circondato da spessi strati argillosi impermeabili che garantiscono un’ottima protezione dall’intrusione dell’acqua salata e un impatto molto lento dell’ingressione marina, ovvero dell’avanzamento dell’acqua di mare, che invade aree in precedenza asciutte.
Le falde presenti nel sottosuolo sono 2.
Ce n’è una più superficiale, tra i 7 e i 15 metri di profondità, che ha una salinizzazione del 14%-15%: di molto inferiore al 37% dell’acqua di mare, ma comunque non utilizzabile per l’agricoltura.
Più giù, almeno fino ai 38-40 metri raggiunti col pozzo scavato nel progetto transfrontaliero, e ben separata dalla prima ce n’è un’altra, quella di cui si è scoperta ora la dimensione sorprendentemente grande, con una salinità appena dell’1% e nessuna contaminazione attraverso la risalita del cuneo salino.

Un progetto transfrontaliero europeo per l’approvvigionamento idrico
La cooperazione transfrontaliera tra Italia e Croazia alla base della scoperta è partita ad aprile 2024 e il progetto Swamrisk si chiude oggi, 30 settembre 2026, dopo 30 mesi di lavoro.
L’obiettivo generale che si sono posti gli esperti coinvolti è stato quello aumentare la conoscenza dell’impatto dei cambiamenti climatici, che stanno producendo crescenti pressioni nella regione mediterranea, sui sistemi acquiferi costieri italiani e croati di Veneto e Neretva.
“Nelle aree costiere adriatiche, orientate al turismo e all’agricoltura, l’approvvigionamento idrico per la popolazione e le attività economiche è sempre più a rischio” si sottolinea nella presentazione. “La disponibilità di risorse idriche sotterranee in aree onshore e offshore scarsamente studiate potrebbe essere fondamentale per affrontare le crisi siccitose. È quindi cruciale individuare, quantificare e gestire queste risorse dolci e a bassa salinità attraverso azioni sostenibili per l’ambiente costiero”.
Sono state dunque sviluppate reti di monitoraggio, condotte indagini idrogeologiche e simulazioni modellistiche e prodotti piani con linee guida e raccomandazioni per ridurre gli impatti negativi dei cambiamenti climatici sui sistemi costieri, migliorando così la resilienza delle comunità costiere, degli ecosistemi e delle terre agricole.
Una piattaforma per proteggere le coste
Uno dei principali risultati raggiunti è stata inoltre la realizzazione di un “hydro-cloud” basato sul web.
In questo strumento di laboratorio virtuale ad accesso aperto mirato alla prevenzione degli effetti negativi del cambiamento climatico nei sistemi costieri, sono stati inserite informazioni sulla caratterizzazione delle aree di studio, i risultati dei monitoraggi, i prodotti dei modelli idrogeologici e le mappe di vulnerabilità degli acquiferi.
Attraverso la raccolta dei dati idrogeologici, la piattaforma è quindi in grado di elaborare sofisticate mappe di rischio, ritenute decisive per rendere evidente e misurabile il futuro di queste aree costiere.
Disponendo di quadri previsionali scientificamente validati, è infatti possibile orientare con maggiore precisione la programmazione delle opere pubbliche, necessarie alla sicurezza idrica ed alla resilienza.
Attraverso chiari indicatori cromatici, il sistema permette cioè a ricercatori, agricoltori e amministratori di visualizzare chiaramente quali aree rischiano di subire la carenza d’acqua o l’intrusione salina.
Tra gli obiettivi futuri, il Consorzio di bonifica Adige euganeo si è posto quello dell’estensione del monitoraggio anche all’acqua superficiale dei canali, per avere una verifica costante della sua utilizzabilità.
Alberto Minazzi



