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Venezia negli occhi di Berengo Gardin: il bianco e nero che racconta l’anima della città

Venezia negli occhi di Berengo Gardin: il bianco e nero che racconta l’anima della città
Gianni Berengo Gardin - Venezia, 1958 - Campo Santa Margherita: bambini giocano al salto della corda. Crediti Archivio Gianni Berengo Gardin

A sei mesi dalla scomparsa del grande fotografo, Palazzo Flangini (fino al 30 giugno) rende omaggio al maestro con una mostra che mette in dialogo secoli di storia

Chi non conosce, almeno per aver sentito il suo nome, Gianni Berengo Gardin ?
Nato nel 2930, ha iniziato a occuparsi di fotografia nel 1954, dopo aver vissuto a Roma e Venezia (che considerava la sua vera città anche se nativo di Santa Margherita Ligure) e poi a Lugano e Parigi.
Nel 1965 si è stabilito a Milano, dove ha iniziato la sua carriera professionale dedicandosi al reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale.
I suoi bianco e nero hanno saputo magistralmente ritrarre le realtà italiane senza manipolazioni.
Basti pensare ai reportage sugli ospedali psichiatrici del 1969 realizzati con Franco Basaglia, ai ritratti del mondo del lavoro, alle comunità stigmatizzate come gli Zingari, alla sua battaglia ampiamente documentata dalle immagini contro l’impatto delle Grandi Navi in Laguna di Venezia.
A sei mesi dalla sua scomparsa, proprio il capoluogo veneto rende omaggio all’artista dell’obiettivo con la mostra “Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero”, allestita a palazzo Flangini fino alla fine di giugno e realizzata dalla Fondazione di Venezia.

La mostra di foto di Gianni Berengo Gardin a Palazzo Flangini, Venezia

Il fotografo che racconta l’anima dei luoghi e delle persone

La fotografia di Berengo Gardin, che prediligeva il bianco e nero sostenendo che il colore distrae mentre il monocromo esalta i dettagli e la cruda realtà, affascina per la sua naturalezza e spontaneità, oltre che per la capacità di cogliere la bellezza anche nei momenti ordinari.

Gianni Berengo Gardin “la più gioconda veduta del mondo. Venezia da una finestra”. Crediti Archivio Gianni Berengo Gardin

Vediamo così accanto ai palchi del Gran Teatro la Fenice del 1959, un gruppo di bambini che giocano in un campo e colombi sulla neve in Piazza San Marco.

Gianni Berengo Gardin, Piazza San Marco 1960 – Crediti Archivio Gianni Berengo Gardin

Curata da Denis Curti, l’esposizione a Palazzo Flangini è la prima realizzata dalla Fondazione di Venezia, alla quale nel 2021 lo stesso Berengo Gardin ha donato 36 stampe fotografiche in bianco e nero, parte del progetto “La più gioconda veduta del mondo” ed entrate a far parte della collezione fotografica permanente della Fondazione.

Gianni Berengo Gardin, La Fenice prima dell’incendio,1959 – Crediti Archivio Gianni Berengo Gardin

Cosa si vede in mostra, il dialogo oltre la finestra

Al centro del percorso espositivo, una serie di immagini mai esposte prima, nate da una coincidenza biografica e letteraria. Ospite dell’amico Renato Padoan, a Palazzo Bollani, Berengo Gardin scoprì che proprio in quelle stanze aveva vissuto l’intellettuale rinascimentale Pietro l’Aretino che nel 1537 descriveva il transito in Canal Grande.
Posizionandosi davanti alla stessa finestra, il maestro del bianco e nero decise di osservare con i propri occhi ciò che Aretino aveva visto secoli prima, come se lo guidasse suggerendogli in quali angoli posare l’obiettivo, quali gesti cogliere e quali silenzi rispettare.
Nelle opere esposte si uniscono dunque gli sguardi di due personalità appartenenti a epoche diverse ma in dialogo attraverso ciò che si vede oggi oltre la finestra: i motoscafi al posto delle barche a remi, la Regata Storica, la Pescheria e il Ponte di Rialto all’epoca in legno, mentre rimangono invariate le architetture.

Gianni Berengo Gardin “La più gioconda veduta del mondo. Venezia da una finestra”, 2004-2018. Crediti Archivio Gianni Berengo Gardin

La vocazione sociale e documentaristica della fotografia di Berengo Gardin

“Mostrare le immagini di Gianni Berengo Gardin – sottolinea il curatore della mostra Denis Curti – significa occuparsi di disciplina dello sguardo. La sua lunga carriera è costruita sui temi dell’impegno sociale ed etico, alle sue spalle ha quasi 300 libri e oltre 200 mostre. Numeri che ben restituiscono l’importanza di uno dei più noti e rappresentativi personaggi della fotografia italiana”.
Gianni Berengo Gardin è stato riconosciuto a livello mondiale ricevendo premi come Lucie Award alla carriera a New York nel 2008; il Leica Oskar Barnack Award; il Premio Kapuscinski per il reportage nel 2014 e l’iscrizione nella Leica Hall of Fame nel 2017. Nell’archivio GBG sono conservati circa un milione 250 mila negativi.
In mostra, a raccontare Venezia attraverso lo sguardo del maestro è anche il film di Giampiero D’Angeli “Gianni Berengo Gardin”, proiettato nella sala espositiva per tutta la durata dell’esposizione.

Silvia Bolognini

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