Una ricerca internazionale mette in guardia sui rischi e svela quattro possibili scenari per il futuro della città, fino alle ipotesi più estreme
A causa dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale, il livello dei mari sta continuando a salire, mettendo a rischio il futuro delle città costiere di tutto il Mondo.
Un tema che, a Venezia, è ben noto da lungo tempo. E la soluzione che è stata adottata negli ultimi anni, dopo un iter lungo e tormentato, è principalmente quella delle barriere mobili del Mose alle bocche di porto.
Una soluzione che funziona, anche se 18 delle 28 maree estreme che hanno interessato oltre il 60% della città negli ultimi 150 anni si sono verificate negli ultimi 23 .
E continuerà a farlo per decenni. La soluzione, tuttavia, non può essere considerata definitiva.
Quanto salirà il mare a Venezia entro il 2100?
Da qui a fine secolo, infatti, il livello del mare che circonda la città lagunare è destinato a salire ancora. Secondo gli esperti, nel 2100 si potrebbe arrivare ad almeno 42 centimetri in più rispetto al 2000.
E si tratta dello scenario meno drammatico, legato alla riduzione delle emissioni di gas serra.
Nel caso in cui siano molto elevate, si può allora arrivare fino a 81 cm in più.
Né si può escludere un aumento fino a circa 1,8 metri.
Parte da queste riflessioni lo studio realizzato da un gruppo internazionale di ricercatori, pubblicato su Scientific Reports, che ha provato a studiare le possibili alternative future per adattarsi al progressivo innalzamento del mare.

Il punto di svolta nella salvaguardia di Venezia
Se Venezia non avesse adottato o non adottasse strutture di difesa, spiega il lavoro, entro il 2100, durante le alte maree astronomiche, la città rischierebbe di essere allagata tutti i giorni. E se, illustra la simulazione, in uno scenario globale di basse emissioni questi eventi interesserebbero circa il 15% del centro storico, si salirebbe al 70% con emissioni molto elevate e addirittura al 98% nello scenario più sfavorevole. Anche se si tratta solo di un’ipotesi di studio, gli autori ritengono pressoché certo che, prima o poi, arriverà comunque il momento in cui Venezia dovrà effettuare una scelta.
Il concetto-chiave proposto è quello di “punto di svolta”. Ovvero il momento in cui l’evoluzione delle condizioni vanificherà l’efficacia delle soluzioni adottate. Fermo restando che il Mose ha dimostrato di funzionare, il problema si lega alla prospettiva che si renda necessario utilizzarlo sempre più spesso e per periodi sempre più lunghi, rendendolo così insostenibile. La ricerca stima inoltre che l’adattamento progressivo dovrà lasciare il passo a trasformazioni più radicali quando l’innalzamento relativo del mare arriverà indicativamente tra 0,75 e 1,75 metri.

La variabile cruciale: le emissioni in atmosfera
Sul “quando” ciò si renderà necessario, la variabile cruciale è ritenuta proprio quella delle emissioni in atmosfera, con una forbice temporale che varia tra gli anni ’70 del secolo in corso, nella peggiore delle ipotesi, fino al XXII secolo in uno scenario al contrario di basse emissioni.
Anche in questo caso, spostando la prospettiva sul lunghissimo periodo, il livello è destinato a crescere, nel 2300, tra 0,3 e 3,1 metri in più.
E si sale a una forbice tra 1,7 e 6,8 metri in uno scenario ad altissime emissioni, arrivando addirittura a +16 metri in caso di possibili contributi dall’Antartide.
Quattro soluzioni per Venezia
Sulla carta, evidenzia lo studio, le soluzioni non mancano. E ne vengono prospettate 4.
Va però chiarito che ognuna di esse è destinata a proteggere qualcosa, ma sacrificando nel tempo stesso qualcos’altro.
La prima strategia è quella attuale, ovvero mantenere la Laguna aperta proteggendola con barriere mobili e ripari. Dal costo stimato tra 1,5 e 3,5 miliardi di euro, viene ritenuta, come visto, efficace fino a un massimo di 1,75 metri di innalzamento delle acque.
Un adattamento progressivo che si potrebbe accompagnare a una serie di altri interventi in aggiunta al sistema Mose.

Oltre il Mose: le ipotesi per proteggere Venezia
La parte centrale della Laguna, suggeriscono i ricercatori, potrebbe per esempio essere sollevata gradualmente fino a circa 30 centimetri in 10 anni, iniettando acqua marina negli acquiferi salini a 600-1.000 metri di profondità, arrivando potenzialmente fino a 50 cm andando oltre questa soglia. Un intervento, dal costo stimato tra 300 e 400 milioni di euro, che potrebbe contribuire a prolungare la strategia della Laguna aperta fino a un innalzamento del mare di circa 1,25 metri. Al tempo stesso, si ammette però che in tal modo non tutta la città sarebbe protetta allo stesso modo.
Un intervento specifico, inoltre, potrebbe incentrarsi sugli edifici del centro storico, tra innalzamento delle pavimentazioni, adattamento dei piani terra e barriere mobili dedicate. Si potrebbe anche pensare a una protezione specifica dei monumenti fino a un innalzamento di 1,75 metri, e a ricostruire, con un costo stimato tra i 2 e i 6 miliardi di euro, alcuni edifici basandoli su fondazioni più alte. Ma anche in questo caso, la protezione non riguarderebbe l’intera città e non risolverebbe tutta una serie di problemi legati all’ecosistema lagunare.
Dal “ring-diking” alle dighe permanenti
Lo studio racconta allora una serie alternativa di possibili Venezia del futuro, che partono da strategie di salvaguardia di complessità e impatto crescente. Quando il sistema-Mose non basterà più, la protezione di Venezia potrebbe arrivare per esempio da un anello di dighe attorno alla città. Il cosiddetto “ring-diking”, che costerebbe secondo le stime tra i 500 milioni e i 4,5 miliardi di euro e consentirebbe di gestire un innalzamento del mare tra 2 e 6 metri, comporterebbe però una rottura dello storico rapporto tra città e laguna, modificando radicalmente non solo il paesaggio.
Ancor più radicale (e costosa: già nella fase iniziale si stima una spesa che potrebbe superare i 30 miliardi di euro) si presenta la terza ipotesi. Ovvero la chiusura della Laguna, separandola dal mare con dighe costiere permanenti. In tal modo, anche qualora l’innalzamento del mare raggiungesse i 10 metri, si faciliterebbe il controllo del livello dell’acqua all’interno della Laguna. Che però, al tempo stesso, cesserebbe di esistere come ecosistema collegato al mare, con cambiamenti che coinvolgerebbero anche maree, navigazioni e attività tradizionali.
Lo studio prospetta infine un’opzione estrema: il progressivo abbandono da parte dei residenti dell’attuale insediamento di Venezia, da rilocalizzare attraverso una pianificazione del trasferimento. Si tratta di uno scenario-limite, legato a un innalzamento del livello del mare oltre i 10-15 metri rispetto a quello attuale e che dunque si potrebbe presentare nel XXII secolo qualora si combinassero le ipotesi climatiche più sfavorevoli. Per gli autori dello studio, in questo caso si potrebbe solo pensare, ove possibile, a uno spostamento dei monumenti in un’area interna adeguata.
Alberto Minazzi



