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Il vaccino Moderna efficace contro le varianti sudafricana e inglese

Il vaccino Moderna efficace contro le varianti sudafricana e inglese

di Antonio Sicilia

Il vaccino di Moderna è efficace anche contro la variante inglese e sudafricana.
La notizia arriva direttamente da un comunicato stampa dell’azienda statunitense che opera nel campo delle biotecnologie.

Al termine della prima tornata di studi e sperimentazioni in vitro, “il vaccino Moderna – si legge nella nota dell’azienda – ha prodotto titoli neutralizzanti contro tutte le principali varianti emergenti testate, comprese B.1.1.7 e B.1.351, identificate per la prima volta rispettivamente nella Repubblica Sudafricana e nel Regno Unito. Lo studio non ha mostrato alcun impatto significativo sui titoli neutralizzanti contro la variante B.1.1.7 rispetto alle varianti precedenti. Una riduzione di sei volte dei titoli neutralizzanti è stata osservata con la variante B.1.351 rispetto alle varianti precedenti”.

Moderna contro le varianti Covid 19

L’azienda ha comunque chiarito che porterà avanti una valutazione a “scopo precauzionale” per comprendere se “un secondo richiamo possa migliorare le risposte immunitarie” nei confronti delle varianti.
Moderna ha infine annunciato che sperimenterà un nuovo vaccino pensato esclusivamente contro la variante sudafricana.

Differenze tra i vaccini utilizzati in Italia

Pur avendo ognuno le proprie caratteristiche specifiche, i vaccini su cui si basa la campagna di vaccinazione in Italia sono riconducibili a tre specifiche tipologie.
Quelli di Pfizer BioNTech e Moderna si basano sull’Rna messaggero.
“È un settore – spiega Stefano Vella, docente di Salute globale all’Università Cattolica di Roma e già presidente dell’Agenzia italiana del farmaco oltre che direttore dell’Istituto Superiore della Sanità – abbastanza innovativo, anche se la ricerca in questo campo è partita da almeno una decina d’anni e ha già portato alla realizzazione di alcuni farmaci. L’rna messaggero esiste in natura e spinge le nostre cellule a produrre la risposta nei confronti del virus. In sostanza, fa entrare nei ribosomi della cellula una sequenza che codifica la proteina dei virus e così spinge la cellula stessa a cacciarla fuori”.

Stefano Vella infettivologo
Stefano Vella infettivologo

Il vaccino di AstraZeneca, invece, si basa sui cosiddetti “vettori virali”.
“In questo caso – precisa l’infettivologo – si opera a livello di dna, non di rna. Quello che viene immesso nell’organismo è un virus inattivato e non replicabile, che porta dentro il materiale del Covid, innescando la reazione che protegge il soggetto. È la stessa tecnica utilizzata per altri vaccini in arrivo, come il russo Sputnik o l’italiano Reithera, basato nello specifico sull’adenovirus dello scimpanzè”.
Infine, vi sono i vaccini proteici, simili a quello utilizzato contro l’influenza.
“Sono altrettanto interessanti – conclude Stefano Vella – e non si basano sulla produzione degli anticorpi da parte del soggetto che riceve il vaccino. Gli antigeni, derivanti da pezzi di virus morto, sono infatti “sparati” direttamente all’interno dell’organismo”.

 

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