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Vaccinati eppure malati gravi di Covid? Ecco il perché

Vaccinati eppure malati gravi di Covid? Ecco il perché
Giuseppe Novelli, genetista ed ex rettore dell' Università Roma Tor-Vergata

Uno studio internazionale ha individuato le cause genetiche alla base di uno dei misteri della malattia.
L’interferonopatia

Il Covid non è uguale per tutti. Da chi si infetta in forma asintomatica a chi finisce in terapia intensiva, in alcuni casi addirittura poi morendo, la scala della gravità della malattia è estremamente variegata.
E la vaccinazione, è indubbio, fornisce sicuramente una protezione in più. Specie nei confronti delle forme più serie. Anche se, per un numero fortunatamente limitatissimo di casi, potrebbe non bastare a evitare conseguenze gravi.
Adesso una spiegazione a questo paradosso c’è. L’ha trovata, dopo due anni di ricerche, il gruppo internazionale, con numerosi scienziati italiani, facente capo alla Rockefeller University di New York. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista “Science Immunology”.
In sintesi, la motivazione, che ha una base genetica, è semplice: “La risposta immunitaria di ciascuno di noi è sempre individuale: la differenza la fa l’ospite”, sintetizza uno degli autori, Giuseppe Novelli dell’Università Tor Vergata di Roma.

Le due immunità

Da due anni, il gruppo di scienziati si è messo al lavoro per cercare di capire i motivi delle diverse risposte nelle persone quando si infettano con il Sars-CoV-2.
“Alcuni di noi – spiega Novelli – si sono allora concentrati sullo studio delle caratteristiche della persona che ospita il virus”.
Basta infatti pensare che c’è un 40% di asintomatici, un 15% che sviluppa una malattia con sintomi leggeri, un 20% che deve ricorrere a un’assistenza medica seria in ospedale, con una percentuale tra il 5% e il 10% che finisce in terapia intensiva e a volte muore.
“Nel nostro organismo – riprende il genetista di Tor Vergata – c’è una forte interazione tra due risposte immunitarie. In primo luogo, c’è il sistema innato, che costituisce la nostra prima linea difensiva ma può avere dei difetti e quindi creare delle difficoltà”.
“La seconda risposta – continua Novelli – è quella acquisita, cioè quella che deriva dalla vaccinazione o dalla guarigione. Perché, sia chiaro, la malattia grave nei vaccinati non è assolutamente un evento avverso dei vaccini: è vero esattamente il contrario”.

Il Covid da “interferonopatia”

La spiegazione del perché i vaccinati contro il Covid possono sviluppare comunque il Covid in forma grave è stato solo l’ultimo passo di un processo di studio.
Concentrandosi sul primo tipo di sistema immunitario, i ricercatori sono così partiti dal tentativo di individuare le basi genetiche del Covid grave.
“In molti casi – precisa il medico – abbiamo riscontrato un difetto nella produzione dell’interferone, che è la prima molecola della nostra difesa”.
Alla base di alcune forme gravi di Covid, cioè, c’è una “interferonopatia”, cioè una condizione, recentemente definita e appartenente al gruppo di malattie individuato solo dal 2011, che agisce a livello delle molecole di difesa che il nostro organismo produce per rispondere agli attacchi esterni.
“In una percentuale tra il 5% e il 10% di casi di Covid finiti in terapia intensiva – puntualizza Giuseppe Novelli – era presente un difetto genetico di produzione azzerata o non sufficiente di interferone. Mutazioni rare che abbiamo riscontrato anche nei per fortuna pochi bambini con Covid grave”.

interferonopatia

Il Covid come malattia autoimmune

Lo stesso gruppo internazionale di lavoro, nel 2021, ha quindi individuato un’altra quota di malati con tratti genetici comuni.
“C’è – specifica Novelli – un 10% del totale, che arriva al 20% tra gli anziani, di persone che producono interferone, ma lo distruggono o lo eliminano subito con auto-anticorpi”.
Il fenomeno è comune anche in altre malattie autoimmuni, come lupus o artrite reumatoide. Quella che il genetista definisce “una delle grandi scoperte della biologia del Covid” è stata di associare questa risposta innata dell’organismo allo sviluppo del Covid in forma grave.
“La fase finale della nostra ricerca – riprende – è stata quella di chiedersi cosa succede nei vaccinati che finiscono in terapia intensiva. Una quota, fortunatamente, limitatissima, perché in tutto il mondo siamo riusciti a trovare e sondare solo 48 casi. E generalmente possiamo dire che è proprio la vaccinazione ad averci protetto da molti più casi di Covid grave”.
Il riscontro ha confermato i risultati precedenti: “In questi casi, abbiamo trovato una buona quota di auto-anticorpi anti interferone. Il che non vuol dire che il vaccino o l’immunità acquisita non funzionino, ma che da soli, cioè se non accompagnati dall’immunità innata, non sono sufficienti”.

Le conseguenze della scoperta

“Il messaggio che lanciamo da 2 anni, e che adesso trova solide basi scientifiche – fa il punto Novelli – è quello di testare geneticamente i malati a rischio di Covid grave al loro arrivo in ospedale. Quello sugli anti-anticorpi è del resto uno screening che costa solo qualche decina di euro e si può fare in qualunque laboratorio analisi degli ospedali”.
“Stiamo avviandoci – prosegue- verso forme di terapia per il Covid sempre più individualizzate. Oltre a porci la domanda sulla variante del virus a cui ci troviamo di fronte, dobbiamo studiare il malato, con un trattamento più attento, per avviare percorsi differenziati”.
Perché, nonostante la spiegazione genetica di questa possibile evoluzione dell’evoluzione, i rimedi non mancano. “Ci sono – rimarca Novelli – modi per eliminare gli anti-anticorpi, ma anche lo stesso interferone, da ormai 20 anni, può essere somministrato tramite un farmaco”.
interferonopatia

Le prospettive

“Adesso – guarda in prospettiva Novelli – possiamo dire di conoscere meglio questo virus, questa nuova malattia, anche se rimangono tanti aspetti ancora da approfondire. Ad esempio, stiamo cercando di capire perché solo nel 30% dei guariti rimangano segni del Covid”.
Anche al cosiddetto long Covid l’approccio è comunque quello del provare a individuare caratteristiche genetiche proprie dei soggetti interessati, che “rendono ognuno diverso dall’altro, altrimenti tutti avrebbero la stessa evoluzione”.
Lo stesso ragionamento vale per chi si è vaccinato e poi è guarito. “Dipende sempre – conferma il genetista – da come rispondono, individuo per individuo, i sistemi immunitari innato e acquisito. In teoria, la risposta potrebbe per queste persone essere migliore, di fronte a due stimoli diversi. Ma poi bisogna sempre guardare al caso concreto”.
“Quando scoppia una pandemia – conclude ribadendo il medico di Tor Vergata – va studiato sempre anche l’individuo. I fattori da tenere in considerazione come concause sono sempre 3: l’agente patogeno, l’ospite e l’ambiente”.

Alberto Minazzi

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