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RITORNO AL FUTURO

RITORNO AL FUTURO


Dalla antica tradizione del vetro di Murano al più moderno design. Il giovane designer veneziano Luca Nichetto ha conquistato il mondo fondendo storia e innovazione
Un percorso netto e deciso come il tratto della sua matita. Sarebbe possibile riassumere così la fulminea carriera di Luca Nichetto, trentatreenne nato e cresciuto a Murano e diventato in breve tempo uno dei più apprezzati giovani designer a livello internazionale. Il suo quartier generale è nella Marghera post-industriale ma la sua attività lo porta costantemente a confrontarsi con il mondo. Quel mondo che ha conquistato anche grazie al suo rapporto stretto con la tradizione, soprattutto quella del vetro di Murano, alla quale è legato a filo doppio. I suoi lavori hanno ricevuto vari riconoscimenti internazionali, tra cui il Gran Design Award 2008, il Good Design Award del Chicago Atheneum Museum of Architecture 2008, l’IF Product Design Award 2008 e l’Elle Decoration International Design Awards 2009 (EDIDA) come Designer dell’Anno nella categoria Young Designer Talent. In questi ultimi anni ha inoltre tenuto workshop in numerose università sia in Italia che all’estero e ha partecipato a mostre in Europa, Stati Uniti e Giappone.
Oggi Luca Nichetto collabora con molteplici aziende, tra le quali: Andreoli, Bonaldo, Bosa Ceramiche, Carlo Moretti, Casamania by Frezza, Emmegi, Foscarini, Fratelli Guzzini, Gallotti & Radice, Italesse, Kristalia, Moroso, Salviati e Venini. «La mia fortuna – dice Luca Nicchetto – è stata prima di tutto quella di essere nato e cresciuto a Murano. L’isola è da sempre, infatti, un riferimento per i designer mondiali che vengono qui per lavorare con il vetro. Io, che fin da bambino frequentavo quel mondo grazie a mio nonno mastro vetraio e mia madre decoratrice, sono sempre stato incuriosito da questi personaggi che arrivavano da tutto il globo con le loro cartelline di disegni sotto braccio. E grazie a questo ho capito ben presto cosa avrei voluto fare da grande». Un percorso formativo coerente con questo obiettivo, prima all’Istituto d’Arte e poi all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia per conseguire la laurea in Disegno Industriale. E nel frattempo il classico incontro che cambia la vita. «Quando ancora andavo alle superiori, per guadagnarmi qualche soldo, bussavo alla porte delle aziende di Murano per cercare di vendere i miei disegni. Finché un giorno ho bussato a quella dell’azienda Salviati dove l’allora art director, l’inglese Simon Moore, ha comprato la mia intera cartellina chiedendomi di fare un brief per lui. Io non sapevo nemmeno cosa significasse quella parola ma accettai».
Da lì ha avuto inizio la straordinaria carriera, lavorando a stretto contatto con l’azienda vetraria veneziana. «Per l’azienda passavano designer di fama internazionale ed io che ero quasi il “ragazzo di bottega” ho avuto l’opportunità di conoscerli tutti da vicino. Inoltre, al tempo stesso, ho avuto la possibilità di poter contare su una formazione legata all’industria, sebbene al tempo stesso relativa all’arte applicata quale io ritengo sia il vetro». Ed è arrivato così nel 2000,  a completamento di quel percorso, il primo lavoro realizzato da Luca Nichetto. «Millebolle, così si chiama, è diventato subito un best seller dell’azienda e grazie a questo mi si sono aperte molte porte. Inoltre, parallelamente all’attività con Salviati, ho iniziato anche a collaborare con l’ufficio tecnico dell’azienda Foscarini che si occupa di illuminazione e la mia attività ha iniziato a svilupparsi. A quel punto mi sono sentito sicuro di potermi mettermi in proprio per cimentarmi nel design a 360 gradi”. Nel 2003  ecco il lavoro di maggior successo per Luca Nichetto: la lampada “O-Space” . “È stato il mio passepartout per avere successo nel mondo del design.  Grazie alla fortuna che ha avuto O-Space ho iniziato infatti il mio lavoro con numerose aziende leader e nel 2004 ho potuto smettere di disegnare sul tavolo della cucina di casa e aprire il mio primo vero studio a Venezia”. Ora però lo studio della Nichetto & Partners si trova a Marghera. A cosa è dovuta la scelta di lasciare il centro storico? “Avevo bisogno di un luogo più facile da raggiungere per i clienti e al tempo stesso comodo per me che continuo a vivere in isola.
Nonostante molti pensino, infatti, che per avere successo nel design si debba vivere a Milano, io sono invece convinto che la mia fortuna sia legata anche al fatto che vivo qui. L’idea di Marghera mi è venuta confrontandomi con le realtà di altri paesi europei dove le aree post-industriali sono diventate luoghi di creatività. Penso per esempio a Rotterdam. In questo senso ho riscontrato che nelle altre nazioni del continente le amministrazioni incentivano queste riconversioni, qui invece non è proprio così, ed è un peccato che questi spazi non vengano sfruttati adeguatamente”. Dopo il trasferimento a Marghera l’escalation è continuata e sono arrivati anche i più ambiti riconoscimenti internazionali. “Soprattutto grazie alla collaborazione con l’azienda Italesse di Trieste che nel 2006 mi ha affidato il ruolo di art director per sviluppare il brand aziendale nell’ambito del retail. A quel punto sono arrivati numerosi riconoscimenti internazionali tra cui l’EDIDA, ovvero il premio assegnato dalle 24 redazioni internazionali del network Elle Decoration. Sono stato premiato con il primo posto mondiale nella categoria Young Designer Talent e grazie a questo, oltre ad aver incrementato i miei lavori in giro per l’Italia, sono iniziate le collaborazioni anche con aziende internazionali”.
In un periodo di difficoltà economica generalizzata com’è il panorama del design?  “Secondo me è un periodo fantastico. La crisi può far capire ad aziende e designer che bisogna fare prodotti di qualità, non solo “fare per produrre”. Questo significa capire di più le abitudini del consumatore: cosa farà dopo che avrà finito di utilizzare quell’oggetto, come si può  fare in modo che lo butti il più tardi possibile, come si può riciclare. Tutte riflessioni che prima non si facevano probabilmente perché non c’era tempo o non ce n’era bisogno. Piuttosto, per quanto concerne le aziende, in questo momento vedo in generale un atteggiamento tipicamente italiano: nella difficoltà si diventa più egoisti e così solo i più bravi, ma anche i più furbi, si salvano. Credo che questo danneggi più di ogni altra cosa i distretti produttivi. Bisognerebbe invece imparare dagli altri paesi dove, di fronte alle difficoltà, tutti sanno fare squadra”. È un discorso che vale anche per l’industria del vetro di Murano? “Il vetro di Murano non morirà mai, ma secondo me bisogna ripensarlo come arte-applicata e sensibilizzare sul valore artigianale che essa ha. Solo così si può restituire ad ogni opera quel valore legato alla tradizione millenaria. Ma per farlo bisogna soprattutto sensibilizzare l’opinione pubblica e comunicare questo concetto”.
Quanto è difficile per un giovane affermarsi nell’ambito del design? “Tantissimo. Perché ci sono molte scuole, ma fare il designer non è una cosa per tutti: ci vogliono talento, fortuna e bravura. Io penso di essere stato fortunato ma anche bravo a giocare bene le mie carte. E poi mi ha agevolato il fatto di sapere fin da bambino cosa avrei voluto fare da grande”. A proposito di formazione, sei stato anche uno sportivo a livello di settore giovanile. Come si coniugano sport e design? “Ho giocato a basket con il settore giovanile della Reyer e a livello formativo è stata una vera scuola di vita. Mi sono rimasti dentro tanti valori che mi sono stati utili anche per il mio successo professionale. Spero per questo, prima o poi, di realizzare anche qualcosa per il mio grande amore sportivo, il basket, ma ancora non so cosa. Poi riconosco una forte analogia tra l’organizzazione di squadra e la gestione del lavoro con il mio team”. A proposito di team, per la Nichetto & Partners lavorano con te altri quattro giovani professionisti. Quanto è importante il loro supporto? “È importantissimo. Siamo tutti accomunati da una analoga formazione universitaria ma al tempo stesso ognuno porta con sé il proprio bagaglio culturale. Anche per questo fanno parte del team sia ragazzi del territorio che ragazzi provenienti dall’estero. Ognuno può proporre idee e punti di vista diversi. Il loro apporto è poi fondamentale in considerazione del fatto che il mio lavoro mi porta spessissimo a girare per il mondo.
Per questo motivo, sui miei lavori, oltre alla mia firma metto anche quella del collaboratore che insieme a me ha seguito il progetto. Una cosa che i designer delle generazioni precedenti solitamente non fanno ma che a me, nel rispetto dei ruoli, sembra assolutamente doverosa”. Lavori con molteplici aziende. Come funziona il rapporto tra committente e designer? “Io credo molto nel dialogo, in un rapporto personale che vada oltre l’aspetto formale. Per sfidare quello che hai fatto fino a quel momento e andare oltre devi conoscere molto bene l’azienda committente e devi perciò conoscere la persona che l’ha creata”. Per il tuo lavoro giri il mondo. Com’è vista Venezia all’estero? “A tutti piace moltissimo ma ormai c’è anche la consapevolezza che viene vissuta dai veneziani stessi come una vetrina, come un museo a cielo aperto.
E poi all’estero si ha la convinzione che il veneziano spesso si dimentica che il turista è una primaria fonte di guadagno e lo vede quasi come una seccatura. Forse se in qualche modo riuscissimo a convertire il turismo di massa in turismo di qualità qualcosa cambierebbe”. Da veneziano cosa invidi alle altre città? “Invidio la vivacità. In un mondo sempre più globale c’è bisogno di sentire le proprie radici ma c’è anche bisogno di movimento, di essere cosmopoliti, di crescere culturalmente e al tempo stesso divertirsi”. Nell’ambito del design se avessi carta bianca cosa realizzeresti per la tua città? “Mi piacerebbe che venisse organizzata, in parallelo alla Biennale d’Arte Contemporanea, anche la Biennale del Design, che attualmente non esiste. Potrebbe essere un valore aggiunto per Venezia, per l’Italia e per il design stesso. Porterebbe sicuramente in città personaggi di spessore e si potrebbero anche creare degli eventi articolati nel lungo periodo. Credo che basterebbe poco, solo una buona dose di creatività”.
DI FEDERICO BACCIOLO
 

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