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Crisi. Eurostat: l'Italia il Paese più a rischio

Crisi. Eurostat: l’Italia il Paese più a rischio

Il vuoto tra le calli di Venezia, le vie dello shopping milanese desolate, le strade deserte di Roma, Firenze, Napoli e Torino sono difficili da realizzare.
Gli striscioni benauguranti visti durante il lockdown, “Andrà tutto bene”, esposti sulle saracinesche dei ristoranti e dei negozi sono tristemente sostituiti da malinconici e arrendevoli cartelli “Affittasi” o “Vendesi”.
Le grandi squadre giocano in stadi e palazzetti vuoti, i concerti di grandi artisti italiani e internazionali vengono cancellati e i nuovi album vengono presentati in streaming.
Questo straziante deserto che la pandemia ha creato, ha sconvolto la vita di tutti gli abitanti del pianeta.
Ma non tutti hanno subito il contraccolpo allo stesso modo: c’è chi ha parato il colpo e chi, invece, ha subito un tracollo tale non potersi più rialzare.

I dati Eurostat

Accade in tutta Europa. Anche se con un coinvolgimento minore della trainante Germania e del Regno Unito della Brexit.
I dati statistici registrati da Eurostat sono impietosi e delineano chiaramente la formazione di una voragine che si sta creando tra due categorie di lavoratori: quelli che hanno un contratto stabile e quelli che ne hanno uno temporaneo, in larga parte giovani under 25.
Per questi ultimi spesso non c’è ulteriore assunzione alla scadenza del contratto o comunque si registra una fortissima riduzione delle ore lavorate.
Un problema che esiste in tutti i settori, ma che colpisce maggiormente chi di più sfrutta tipologie di contratti a tempo determinato, stagionali o con scarse tutele: il turismo e la ristorazione.
Diversamente, sono agevolati i dipendenti con alti profili a tempo indeterminato.

Eurostat dati riduzione orario lavoro

Un’estate limitata per il turismo

La gran voglia degli italiani e degli europei di tornare a vivere e uscire dopo due mesi di lockdown è andata in contrasto con la mancanza di ferie o la paura di contrarre il virus o di vivere la quarantena tornati dall’estero. Il settore turistico ha solo potuto limitare le perdite già elevate.
Gli stabilimenti balneari hanno chiuso a settembre lamentando però su una stagione monca, con la perdita delle presenze nel mese di maggio.
Le grandi città che vivono del turismo straniero si sono dovute accontentare di quello domestico. Venezia e altre città portuali hanno sofferto la mancanza dei crocieristi, oltre che di gran parte del turismo abituale.

In viaggio con il bonus una famiglia su 5

Altri operatori invece sono andati peggio. Basti pensare quelli dei servizi termali e quelli sciistici, che hanno perso la fase finale e culminante della stagione invernale 2020 e devono ancora cominciare quella del 2021. A nulla è servito il bonus vacanze, prorogato fino al giugno 2021: Federalberghi stima che il vantaggio è stato sfruttato da una sola famiglia su cinque, bloccato dall’eccessiva burocrazia e dalla paura dei viaggiatori.
Il settore della ristorazione ha invece potuto contare sul rilancio fino alla metà di ottobre, cioè prima della decisione di colorare la penisola di giallo, arancione e rosso.
Secondo Eurostat, nei paesi dell’Unione la probabilità di essere licenziati o di vedersi limitate le ore di lavoro nel turismo e nella ristorazione è del 50%. La percentuale si abbassa al 30% nel settore dell’intrattenimento (concerti, sport, cinema, teatri) e al 20% in quelli delle costruzioni e del commercio.

Le incognite del futuro

Chi invece ha respinto il Covid e i suoi guai è il settore primario: agricoltura, pesca, settore agro-alimentare, che subisce sì un contraccolpo (basti pensare al settore vinicolo italiano, ormai proiettato all’export in un mondo chiuso e bloccato) ma che punta comunque sul mercato interno sfruttando le GDO e altri canali.

Il futuro presenta però numerose incognite. La prima riguarda la durata della pandemia: più la situazione si protrae, più aumenta il rischio di vedere aziende in difficoltà risucchiate nella crisi o, peggio, nel baratro del fallimento. La seconda esce dai radar Eurostat, ma è evidente e peculiare per l’Italia: la scadenza del blocco dei licenziamenti. Una falce che potrebbe colpire grandi fasce di lavoratori di tutti i settori, anche quelli con un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti sottoscritto dopo l’abolizione dell’articolo 18.
I più a rischio, ancora una volta, i giovani e il personale meno qualificato.

Il rischio del manifatturiero e il Tavolo veneto

Lo studio Eurostat non prende in considerazione il mondo delle partite IVA e non analizza a fondo altri settori, come quello manifatturiero.
Tra gli ambiti più colpiti, in questo caso, risulta il mondo della moda, in cui si salva il bilancio delle aziende più strutturate, che sfruttano anche l’e-commerce, ma non i piccoli commercianti e i negozianti. Il Veneto, a questo proposito, ha istituito un Tavolo di lavoro e di incontro per cercare di tutelare quanto più possibile il settore manifatturiero che, tra diretto e indotto, coinvolge circa 100 mila addetti.

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