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Pfas: riguardano tutti e si possono trasmettere fino a 3 generazioni

Pfas: riguardano tutti e si possono trasmettere fino a 3 generazioni

Studio danese conferma i risultati raggiunti a Padova sulla fertilità maschile.
La buona notizia arriva dai carboni attivi vegetali

Sono composti chimici con i quali ognuno di noi viene a contatto tutti i giorni, perché utilizzati per rendere resistenti all’acqua i materiali più diversi.
Dai tessuti alle pentole antiaderenti, dai cosmetici ai microfoni dei telefonini, le sostanze perfluoroalchiliche, più conosciute con l’acronimo Pfas, entrano a far parte dei processi di produzione di moltissimi oggetti di uso comune. E hanno un difetto: sono molto poco biodegradabili, tant’è che se ne trovano tracce anche nei ghiacci del Polo Nord.
Ma, soprattutto, i Pfas fanno male alla salute.
E non solo di chi vive nelle zone in cui sono insediate industrie che li utilizzano.
Avere elevati livelli di Pfas nel sangue può portare a manifestazioni cliniche come l’osteoporosi e potrebbe avere anche una possibile connessione con tumori a rene e testicoli.
L’ultima conferma scientifica getta luce ora sull’incidenza dei Pfas sui processi riproduttivi, a partire dalla fertilità e fino alla trasmissione dalla madre all’embrione.

Studi su Pfas e fertilità

In occasione del XXXVII convegno di Medicina della riproduzione, tenutosi ad Abano Terme (PD), sono stati illustrati i risultati dello studio pubblicato 2 anni fa da un gruppo di ricerca dell’Università di Padova, coordinato da Carlo Foresta, su 120 giovani nati e residenti nelle zone esposte all’inquinamento da Pfas.
Recenti studi danesi – spiega Foresta – hanno confermato quanto avevamo già individuato noi riguardo alle modifiche al sistema endocrino riproduttivo”.

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Carlo Foreta, studioso Senior Università degli Studi di Padova e presidente Fondazione Foresta Onlus

“I giovani che sono stati concepiti e hanno vissuto in terreni esposti ai Pfas – prosegue il professore di Endocrinologia – producono cioè meno spermatozoi, e con motilità minore, e hanno un volume testicolare più piccolo, con una riduzione della fertilità ormai documentata. Abbiamo inoltre dimostrato che i Pfas si depositano all’interno del testicolo e sono presenti anche nel liquido seminale”.

La trasmissione dei Pfas

Lo studio danese si è spinto oltre, raccogliendo già una ventina di anni fa campioni di sangue, nei primi 3 mesi di gravidanza, da oltre un migliaio di donne esposte ai Pfas.
A 18 anni di distanza, sono state controllate le caratteristiche dello sperma di oltre 800 figli maschi, che sono stati monitorati nei loro sviluppi gonadici.
“Ne è emerso – sottolinea Foresta – che il danno è tanto più importante quanto più elevata era la concentrazione di Pfas nel sangue al momento del concepimenti.
Non solo. “Dagli ultimi studi – aggiunge l’ex membro del Consiglio Superiore di Sanità – è emerso che i Pfas riescono a intersecarsi all’interno delle membrane dello spermatozoo, con conseguente possibilità di entrare all’interno dell’integrazione con l’ovocita”.
Le conseguenze dei Pfas, insomma, possono arrivare fino alla terza generazione.
“Quel che stiamo cercando di capire – conclude Foresta – è come tutto questo può interferire nello sviluppo dell’embrione e i fattori di rischio correlati”.

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Pfas e carboni attivi

Se, ovviamente, il problema dei Pfas riguarda principalmente le persone maggiormente esposte all’inquinamento industriale, nessuno può ritenersi escluso.
“Il problema – conferma lo studioso senior dell’Università di Padova – è generale, visto che tutti possono avere esposizioni quotidiane a questo composti. Non a caso, la maggior parte degli studi internazionali non si basano su popolazioni specifiche di soggetti particolarmente a rischio”.
Ecco perché è particolarmente importante un’altra ricerca portata avanti a Padova: quella che, sulla falsariga dei filtri utilizzati per la purificazione da Pfas delle acque, punta sui carboni attivi anche all’interno dell’organismo con un progetto già presentato e in attesa delle autorizzazioni.
“Abbiamo dimostrato – illustra Foresta – che i carboni vegetali, già utilizzati in medicina, possono interrompere il circolo vizioso negli individui esposti a Pfas. Una volta raggiunto l’intestino, questi vengono infatti riassorbiti e possono restare in circolo fino a 10 anni. Legandosi a loro, i carboni attivi possono intercettarne la quota trasportata dalla bile, permettendone l’espulsione attraverso le feci”.

Il problema-Pfas

Per fortuna, sottolinea il presidente della Fondazione Foresta Onlus, negli anni la sensibilità su questi temi è molto cresciuta, sia a livello nazionale che internazionale.
Sulla base dello studio commissionato una decina di anni fa al Cnr dal Ministero, concentrazioni di Pfas superiori ai 500 ng/l erano state rilevate in Piemonte (con un primo episodio di grave contaminazione, nell’Alessandrino, antecedente al 2010), Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Veneto.

Proprio quest’ultima Regione, dal 2013, ha sollecitato alle aziende della “zona rossatra Vicenza, Verona e Padova, l’uso di filtri a carboni attivi. Inoltre, a dicembre 2016, è iniziata una campagna di monitoraggio sanitario della popolazione. Misure che sono risultate efficaci, visto che i dati dello screening hanno mostrato una significativa riduzione delle concentrazione dei Pfas nel sangue di soggetti residenti.
Dal 2014, inoltre, l’Italia si è intanto dotata di limiti alla presenza di queste sostanze nelle acque per uso umano. Cosa che in molti Paesi non esiste o prevede valori più elevati (come in Gran Bretagna), soli valori di riferimento (come negli Usa) e solo in alcuni casi (vedi Germania e Svezia) limiti più restrittivi, ma con metodi di calcolo diversi.

Alberto Minazzi

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