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Pfas e decessi: dimostrato il nesso

Pfas e decessi: dimostrato il nesso

La conferma in uno studio dell’Università di Padova nella “zona rossa” contaminata in Veneto. Dove, anche per l’aumento dei tumori, si sono registrati quasi 3.900 decessi in più in 34 anni

La conferma dei precedenti dati sulle correlazioni con il cancro al rene e al testicolo e la prima dimostrazione formale, nella più grande popolazione esposta al mondo, dell’associazione dell’esposizione a queste sostanze con la mortalità per malattie cardiovascolari.
Sono questi i principali risultati dello studio condotto da Annibale Biggeri, professore di Statistica medica all’Università di Padova, e pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health che riaccende le preoccupazioni sulle conseguenze che i Pfas possono produrre nell’uomo.
La ricerca si è concentrata sui 150 mila residenti nella “zona rossa” del Veneto: 30 comuni, tra le province di Vicenza, Padova e Verona, dove dal 1984 sono iniziati gli sversamenti della fabbrica Miteni nelle acque pubbliche, con la contaminazione, scoperta nel 2013, della falda che fornisce acqua potabile all’acquedotto.
Ed è emerso che, nonostante l’approccio conservativo adottato, tra il 1985 e il 2018 i decessi sono stati almeno 3.890 in più rispetto a quelli prevedibili secondo i tassi di mortalità standardizzati. “In altre parole – quantifica lo studio – ogni 3 giorni si registravano 12 decessi contro gli 11 previsti”. Ogni giorno uno in più.

pfas

L’aumento della mortalità nella “zona rossa” del Veneto

Le sostanze “per” e “poli” fluoroalchiliche, meglio conosciute con l’acronimo Pfas, sono associate a molte condizioni avverse per la salute.
“Tra gli effetti principali – ricorda lo studio – c’è la cancerogenicità sull’uomo”. Inoltre “è stata segnalata un’associazione evidente tra il cancro del rene e il cancro ai testicoli”, per i quali nel contesto specifico si è registrato un aumento del rischio di morte.
La ricerca dell’ateneo patavino ha portato a riscontrare “prove di un aumento” sia di malattie neoplastiche maligne (cresciute dopo gli anni ’80 in entrambi i sessi) che di malattie cardiovascolari, a partire dalle malattie cardiache e dalla cardiopatia ischemica.
Il citato aumento della mortalità è stato collegato anche al cancro del fegato, del pancreas, del polmone e della tiroide nei maschi, del corpo dell’utero nelle femmine.

Inoltre, sono emerse prove che, tra le cause determinanti delle morti in sovrannumero, rientrano anche il diabete e malattie dell’apparato digerente.
Non sono state invece trovate prove di un aumento della mortalità per tumori del fegato, del polmone, della mammella, delle ovaie e della tiroide e per neoplasie maligne del sistema linfoematopoietico.
Per tutte le cause di morte, comunque, è stata trovata “una forte evidenza dell’aumento del rischio di mortalità rispetto al livello di riferimento degli anni ‘80”.
“Confrontando i dati sulla progressione della contaminazione nel tempo e nello spazio con i dati sulla produzione di specifiche molecole – si conclude – appare chiaro che questi effetti sono da attribuire principalmente ai Pfas a catena lunga, cioè Pfoa e Pfos”.

L’eccesso di rischio, l’età e il sesso

Un’interessante considerazione dello studio è che “l’eccesso di rischio potrebbe variare anche in base alla coorte di nascita, essendo tanto più grave quanto più giovane è l’età alla prima esposizione”. La riflessione trae origine dalle “prove evidenti di un aumento della mortalità nelle coorti di nascita più recenti”, che suggerisce questo sia “effetto dell’esposizione ai Pfas durante le prime fasi dello sviluppo umano”.
In particolare, tra i maschi, a fronte di un aumento “quasi lineare” a partire dalla coorte 1920-29, il picco è stato raggiunto nella coorte 1970-80, “il che riflette l’esposizione nei primi anni di vita e la crescente esposizione cumulativa a un inquinante organico persistente”. Su questo incide anche la trasmissione transplacentare e l’allattamento al seno.

“Questi meccanismi – afferma lo studio – sono il determinante più importante dell’esposizione ai Pfas nei primi anni di vita”.
Per converso, l’accumulo di Pfas nella placenta determina uno stato di protezione per le donne che hanno avuto più figli. Quelle che non hanno affrontato nessuna maternità, al contrario, hanno presentato concentrazioni di Pfas più elevate.
Tra le femmine, il picco di rischio è stato dunque ben diverso, rispetto alla parte maschile della popolazione. La coorte per cui si è registrato il massimo aumento è stata così quella 1945-1954, “cioè nelle femmine esposte quando avevano già 35 anni o più”. Invece, “le donne di età inferiore a 35 anni nel periodo 1984-89 non hanno sperimentato alcun eccesso di rischio”.

Pfas e mortalità per malattie cardiovascolari

Già precedenti ricerche avevano dimostrato che livelli elevati di colesterolo e disturbi da stress post traumatico comportano un aumento del rischio di malattie cardiovascolari.
Nell’area di studio “è stato effettivamente dimostrato un aumento del livello di colesterolo ad alta densità nelle persone esposte”.
“L’effetto dell’esposizione ai Pfas sulle malattie cardiovascolari è molto probabilmente mediato dal processo aterosclerotico”, si conclude.
Quanto al verificarsi di disturbi da stress post-traumatico causati da un grave trauma psicologico, lo studio ipotizza che possa essere un secondo meccanismo che porta a un aumento del rischio di tali malattie. A prova di ciò si rimarca il fatto che la riduzione è stata minima dopo il 2014, quando sono state implementate le misure di mitigazione della contaminazione.

Stress cronico e inquinanti: un circolo vizioso

Si cita, al riguardo, un altro studio, secondo cui “l’incertezza sugli effetti sulla salute dell’esposizione ai Pfas è un importante fattore di stress soprattutto per le famiglie con bambini”. Un circolo vizioso, insomma, visto che lo stress cronico può a sua volta amplificare gli effetti dell’esposizione agli inquinanti, “compromettendo per esempio il sistema immunitario”.
Sul ruolo del diabete, invece, si afferma che “è necessaria un’interpretazione cauta”.
Nonostante il già intervenuto cambio di rotta, anche attraverso l’introduzione di un piano di sorveglianza sanitaria, la conclusione degli studiosi è comunque che “è urgente vietare immediatamente la produzione di Pfas e iniziare ad attuare ulteriori attività di bonifica nelle aree contaminate”.

Alberto Minazzi

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Tag:  cuore, pfas, tumori, Veneto