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La rivoluzione elettrica è già iniziata: cosa ci aspetta nel settore dell'auto

La rivoluzione elettrica è già iniziata: cosa ci aspetta nel settore dell'auto

Dal 31 dicembre 2035 non si produrranno più veicoli alimentati a benzina o gasolio.
Ma cosa comporterà la “mobilità green”?

In principio (parliamo del 1886) fu la tedesca “Benz Patent Motorwagen”, soprannominata “Velociped”.
Pur trattandosi di una semplice sorta di triciclo in grado di spostarsi di poche decine di metri, era la prima auto spinta da un motore a scoppio a essere prodotta.
Tant’è che Carl Benz brevettò la sua invenzione il 29 gennaio e poi la sviluppò progressivamente negli anni, riuscendo a spostare sempre più in là l’asticella dei chilometri percorsi. E certamente aiutò il suo entusiasmo, oltre che la sua reputazione, il viaggio di 90 km effettuato con successo (anche se a sua insaputa) dalla moglie e dal figlio.

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Il modello Victoria 1893 del Velociped di Karl Benz @ Museo Nazionale dell’Automobile – Torino

Da una rivoluzione a un’altra

L’inizio della storia dell’automobile fu una vera e propria rivoluzione.
Non perché non esistessero già dei veicoli in grado di trasportare le persone senza l’ausilio della trazione animale dei cavalli.
Ma perché il Velociped di Benz segnò il passaggio da un’alimentazione a vapore, che rendeva i mezzi assai poco maneggevoli in quanto troppo pesanti, a quella termica che, con le dovute evoluzioni, è arrivata fino ai giorni nostri.
Ed è proprio nel segno dei carburanti che, adesso, si sta compiendo una nuova rivoluzione nel settore dell’automobile.
Con l’approvazione del pacchetto “Fit for 55”, voluto dalla Commissione Europea per contrastare i cambiamenti climatici, l’8 giugno del 2022 l’Unione ha di fatto fissato la data di una svolta che inciderà tanto sulla mobilità, quanto sull’economia. Entro il 31 dicembre 2035, infatti, l’Europa dirà stop alla vendita di veicoli alimentati a benzina o gasolio.
“Dal punto di vista del trasporto – commenta Massimo Melato, amministratore unico di Unus International SpA, ditta di Pianiga (VE) che si occupa di motorizzazioni elettriche nel settore degli accessori auto – cambieranno decisamente le modalità. Ma è fuori discussione che si tratterà sicuramente di un cambiamento epocale per le conseguenze che ne deriveranno. Perché un motore elettrico ha molti meno componenti, e quindi molte meno problematiche, di un motore termico. Ci sono solo 2 o 4 motori posizionati sulle ruote e una centralina di controllo. E, come mi insegnarono parlando di progetti in una delle prime lezioni universitarie di ingegneria, tutto quello che non c’è, non si rompe. In tale prospettiva, l’auto elettrica è un capolavoro”.

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L’impatto della “rivoluzione elettrica sul sistema produttivo”

C’è però un rovescio della medaglia. Ed è l‘impatto della “rivoluzione elettrica” sull’attuale sistema produttivo.
“Nella sola Germania, si è quantificato in circa 600 mila il numero di nuovi disoccupati legati solo a questo motivo – dice ancora Melato -. Facendo le debite proporzioni, e considerando anche il notevole indotto  (come quello delle piccole officine, che in futuro, quando saranno tutte elettriche, non potranno più intervenire sulle macchine), si può ipotizzare che in Italia a perdere il posto di lavoro potrebbero essere tra i 50 e i 100 mila addetti. Le aziende coinvolte in parte saranno destinate a sparire. Penso a chi produce cilindri, radiatori o cambi, che non saranno più richiesti. Per evitare di avere grossi problemi, l’unica alternativa è riconvertire gli impianti; ma credo che molti vorrebbero avere la risposta alla domanda su come farlo”.
Il grosso problema, ammette l’amministratore di Unus, non è infatti legato alla riconversione dei macchinari, quanto ai volumi di vetture prodotte, perché “quelli che garantisce l’automotive in altri settori meccanici alternativi, come ad esempio quello delle macchine utensili, non ci sono. Ed è chiaro che, ad esempio, chi produce alberi a camme o iniettori non può passare di punto in bianco a produrre componentistica elettrica. Inoltre, anche se purtroppo nessuno lo dice, è una realtà che produrre auto elettriche richieda il 20% di manodopera. È una mia opinione personale – conclude – ma credo che, indipendentemente dalle decisioni europee, molte case automobilistiche si stiano buttando a capofitto sulle auto elettriche anche perché hanno scoperto di avere la loro convenienza a farlo”.

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Solo auto elettriche: gli altri in anticipo o noi in ritardo?

Molto prima del 2035, la rivoluzione elettrica della mobilità è comunque già partita. “La vita media di una macchina – quantifica Massimo Melato – è di 7 anni, più 3 o 4 di sviluppo. Adesso si stanno così progettando le macchine che usciranno nel 2030, ma lo sviluppo della generazione successiva di automobili sarà solo elettrico”.
In previsione di un rapido raggiungimento del 50% di macchine elettriche sul totale venduto, vanno così lette le decisioni delle case tedesche, all’avanguardia nel settore.
Bmw – riprende – ha già dichiarato che svilupperà il diesel fino al 2024/25 e prevedo che presto anche altri si allineeranno, così avremo sempre meno auto termiche. La stessa Porsche, che producendo auto sportive ha maggior interesse a mantenere i motori termici, ha annunciato che il nuovo modello del 2023 sarà disponibile solo in versione elettrica”.
“Di fatto – afferma Melato – puntando solo sulle auto elettriche ci stiamo consegnando nelle mani dei cinesi, che a oggi detengono il 35% della produzione di veicoli e sono destinati a erodere altre fette di mercato. Basti pensare alla produzione di batterie, che sono in grado di produrre per la disponibilità di elementi chimici, o all’elettronica richiesta da questo tipo di auto e che attualmente vede la stragrande maggioranza di microprocessori prodotti in Cina. Adesso anche l’Europa si sta svegliando, sempre a partire dalla Germania, perché abbiamo capito che ci stiamo giocando tutte le carte per il futuro”.

rivoluzione industriale

In questo quadro, l’Italia di certo non spicca. “Fiat – evidenzia Massimo Melato – ha stretto un’alleanza con Peugeot perché, sul fronte dell’elettrico, è al palo. È uno degli errori che Marchionne, a suo tempo, ha riconosciuto di aver commesso. Il grave è che ricordo una copertina in cui l’attuale ceo di Fca, Mike Manley, ha dichiarato: “Sull’elettrico non siamo noi in ritardo, sono gli altri a essere in anticipo”. A penalizzarci è anche il bassissimo livello attuale di infrastrutturazione richiesto dalla mobilità elettrica. La creazione della rete può sì portare possibilità di sviluppo lavorative, ma prima va risolto il nodo della produzione di energia elettrica, perché anche qui siamo molto indietro, anni luce rispetto ai Paesi nordici, e rischiamo così di essere costretti a comprarla dalla Francia, che ha le centrali nucleari”.

Il punto cruciale: come si produce l’energia

Già, perché se l’eliminazione dei motori termici è l’ultimo passo per provare a risolvere le problematiche legate all’inquinamento legato ai trasporti che l’Europa, come tutto il mondo occidentale, sta cercando di affrontare da anni, la stessa idea di “mobilità green”, secondo l’amministratore unico di Unus, va chiarita.
“Nonostante ci sia una chiara spinta di rispetto dell’ambiente, alla base delle scelte forti a favore del passaggio alle auto elettriche, al riguardo si sta dicendo tutto e il contrario di tutto, sia sulla produzione che sulla successiva vita su strada dei veicoli. E non ha torto né chi dice che questi mezzi inquinano di meno, né chi dice che inquinano di più. Tutto dipende da come si produce l’energia elettrica. Nel nord Europa, dove si punta con convinzione sulle rinnovabili, sicuramente la novità si tradurrà in un vantaggio sul fronte delle emissioni. Nei Paesi dell’est, dove invece molte centrali sono ancora a carbone, il risultato potrebbe al contrario essere quello di avere ancor più inquinamento”.

Una nuova consapevolezza per la produzione del futuro

Di certo, i 13 anni che ci separano dal 2035 non vanno sprecati, perché l’aggiornamento dell’intero sistema dell’automotive è a questo punto una necessità imprescindibile.
“Fortunatamente – conclude Melato – abbiamo un po’ di tempo davanti, da sfruttare per strutturarci al meglio. Il vantaggio è che sappiamo cosa ci aspetta, per cui dovremo essere bravi a tradurre questa rivoluzione in un’opportunità per investire nella riconversione e sfruttarla per trovare altri settori. Occorre una consapevolezza nuova, perché nell’immediato ci saranno sicuramente dei problemi, ma è anche vero che è proprio nei momenti di crisi escono le idee nuove e migliori per gettare le basi di un successo futuro. Anche noi, pur producendo motorizzazioni elettriche, ci siamo imbattendo in nuove problematiche legate alle auto elettriche. In futuro, ad esempio, non ci saranno più i tettucci apribili, visto che i veicoli elettrici richiedono di ridurre al massimo il peso, utilizzando nello specifico tetti panoramici o inserendovi celle fotovoltaiche. Poi ci sono motivi legati agli amperaggi, con il passaggio da 12-24 a 48 volt. E, ancora, per la poca manutenzione che rimarrà da effettuare, servirà personale altamente specializzato, visto che, in caso di errori, la conseguenza è quella di rimanere fulminati”.

Alberto Minazzi

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