Venezia: tra arcipelaghi di isole sommerse, scoperte e leggende

Costanziaco
Nella foto in alto: Ricostruzione grafica dell’isola di Costanziaco @Federico Toffano

Chissà quante volte ci siete passati davanti, o sopra.
In barca durante una gita tra le barene di Torcello, ammaliati dalle atmosfere e dai colori che solo certi luoghi sanno creare.
Inabissate, proprio sotto di voi, c’erano alcune isole scomparse, di cui si ricordano solo nomi e una vaga localizzazione, rimasta imbrigliata nella memoria di qualche isolano o pescatore.
Un tempo furono popolose e floride. Un arcipelago di terre emerse dove si costruirono edifici e monasteri, tanti femminili, dalla vita piuttosto vivace.
A parlare con qualche abitante della laguna nord, queste antiche isole sembra siano sprofondate in una notte durante un terribile terremoto e quindi ingoiate dalla laguna. Una storia che sa molto di leggenda e, infatti, non corrisponde al vero.

L'isola scomparsa di Costanziaco, Laguna sud, Venezia
L’isola scomparsa di Costanziaco, Venezia @Federico Toffano

Gli scavi per riscrivere la storia

Per capire esattamente dove fossero collocate, quale perimetro avessero, quanti edifici contenessero, sono state fatte negli anni diverse campagne di scavi, ricerche e rilevamenti sopra e sotto il pelo d’acqua. Tra queste, quelle effettuate nel 1974 e 1983-84 con l’ausilio dei subacquei del Club San Marco, e la campagna nel 2008 – 2009 di un progetto di Ca’ Foscari con i professori Diego Calaon e Daniela Cottica a cui hanno partecipato gli archeologi Davide Busato e Paola Sfameni.

E’ così che sappiamo che, laddove oggi ci sono barene o terre abbandonate, un tempo c’erano Costanziaco e Ammiana, due importanti villaggi con abitati popolosi che collegavano concettualmente il sobborgo di Altino con Torcello.
Da una collinetta a nord di Torcello dove, secondo la credenza popolare, sarebbero stati sepolti il carro e l’arco d’oro di Attila, Monte dell’Oro, parte infatti il ramo vecchio del Sile che arriva fino ad Altino. E nei documenti che ci provengono dal Basso Medioevo, è menzionato Vicus Costantiaci, il villaggio di Costanziaco.

Costanziaco e Ammiana

Costanziaco era composta da quattro isole a gruppi di due: Costanziaco Maggiore e Costanziaco minore, situate in antichità alla destra e alla sinistra di un ramo del Sile.
Ammiana era un piccolo arcipelago composto da isolette tra cui Ammiana, Ammianella e Castrazio, dove ora c’è l’isola di Santa Cristina.

“Costanziaco era situata dove ora si trovano le isole di Sant’Ariano e La Cura” spiega l’archeologo e scrittore Davide Busato.
Proprio l’isola che è stata adibita a ossario di Venezia a partire dal 1500, cinturata da un muro di mattoni che la rende impenetrabile. Sul lato est c’è una parte di terreno emersa. “Ecco, lì era Costanziaco – prosegue Busato – costituita dalla parte emersa a ridosso dell’ossario e una parte sommersa dove si vedono ancora le fondamenta della chiesa di San Matteo. Siamo intervenuti nel 2008 e 2009 e abbiamo iniziato il lavoro con un survey , una perlustrazione, che è stata fatta sul terreno, sopra e sotto e sul canale adiacente”.

I ritrovamenti

“E’ stato rintracciato il ponte che univa Sant’Ariano alle barene di fronte, una volta terre emerse, dove c’erano coltivazioni, edifici civili ed ecclesiastici, una chiesa che si trova sull’angolo della barena con le fondazioni in parte sotto acqua. La strada che le percorreva passava sopraelevata in mezzo alle barene, ed è stata identificata con rilievi cartografici. La parte iniziale del survey ha restituito anche delle ossa umane, ma il sondaggio non ha rilevato aree cimiteriali”.
Le due isole furono abitate fino alla metà del ‘400.
Poi, le varie fasi che attraversò la laguna, portarono i loro abitanti a un graduale abbandono.
Quando il livello dell’acqua aumentava, si rinforzavano le terre emerse con argini. Nel ‘500 il livello del mare però si abbassò. I fondali diventavano paludi con i canneti che favorivano la malaria. E’ in questo periodo che i monasteri delle isole più esposti vennero abbandonati perché la Serenissima iniziò le grandi opere idrauliche per deviare i fiumi fuori dalla laguna per evitarne l’interramento.

Opere di bonifica nei terreni dell'isola
Opere di bonifica nei terreni dell’isola @Federico Toffano

La campagna del 1972-1973

“Una volta lasciati incolti, nel giro di 70 – 80 anni, i campi coltivati diventano barene e le strutture abbandonate diventano fonte di materiali – racconta Busato -I veneziani e gli abitanti delle isole vicine si portarono via tutto: marmi, mattoni, coppi e legni da riutilizzare per le nuove costruzioni. Tanto che le pietre di Sant’Ariano sono state usate per ultimare la costruzione della Chiesa del Redentore alla Giudecca.

Raggruppamenti di palificazioni, assieme a pietre calcaree e frammenti di anfore, mattoni e ceramiche, furono ritrovate grazie alle prime immersioni del Gruppo di Ricerca del Sub San Marco ancora nel 1972-1973.
“Questo ci ha permesso di esaminare, nelle due campagne estive del 1983 e 1984, un’area di oltre 5000 metri quadrati ad una profondità che variava tra 1,2 e 5 metri – ricorda Alessandro Tagliapietra, subacqueo sportivo dello storico Club Subacqueo San Marco e fondatore del Gruppo Ricerche Subacquee Argo di Venezia nel 1996-. Abbiamo individuato e rilevato circa 400 pali, distribuiti su più allineamenti lungo duecento metri nella riva destra del canale. Alcuni avevano ancora la corteccia…”

Fondazioni e rudimentali “strumenti idraulici”

I pali avevano diametri compresi fra i 50 e 400 millimetri. Diversi erano in posizione orizzontale, a fare da battuta a quelli piantati in verticale. L’esame al radiocarbonio, ha rilevato che hanno 1.295 anni con uno scarto, in più o in meno, di 58 anni. Sarebbero dunque stati tagliati e lavorati nel 655 d.C.
“Scoprire l’inedito, riportarlo alla luce, studiare e far conoscere la storia sommersa è una delle esperienze più belle che possano accadere a un operatore subacqueo”,dice Tagliapietra.
Tra i ritrovamenti, nel 1974, anche un Monoxile in legno nella Motta San Lorenzo. Un enorme tronco scavato internamente con una parte terminale affusolata.

“Quello rinvenuto nel canale a meno di tre metri di profondità tra l’isola di Santa Cristina e La salina – spiega il subacqueo – aveva una sorta di valvola sul fondo. Probabilmente era adibito ad uso idraulico, forse uno scolo legato alla agricoltura o a qualche mulino o salina”.
Fu un’impresa riportarlo in superficie, tanto che uno dei subacquei della spedizione sacrificò la propria barca per adagiarvi il reperto, recuperato e affidato al Museo Navale di Venezia, dov’è stato conservato in un’apposita vasca per alcuni anni per impedirne il deterioramento.

Grazie alle ricostruzioni archeologiche, Costanziaco e Ammiana sono uscite dalla leggenda. A entrarci sono ora i ricordi di avventure e scoperte che in quegli anni sono state fatte da un gruppo di giovani sub e archeologi che ne hanno riscritto la storia.

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1 commento su “Venezia: tra arcipelaghi di isole sommerse, scoperte e leggende”

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