Giorno del ricordo: la testimonianza di Annamaria Mihalich

Nella foto in alto: Annamaria Mihalich

“C’è una canzone di Sergio Endrigo, “1947”, che dice: “Come vorrei essere un albero che sa dove nasce e dove morirà”. Ecco, io so dove sono nata, a Fiume, e lì vorrei morire, ma mi hanno estirpata e non so dove chiuderò gli occhi”.
Annamaria Mihalich, classe 1937,  distinta e dinamica signora che ora vive a Quarto d’Altino, come Endrigo ha vissuto il dramma dell’Esodo fiumano.

“Siamo italiani”. Fuori da Fiume

Era il  1947 quando,  in un giorno gelido di febbraio, il papà che intanto era riuscito ad arrivare qualche mese prima a Trieste, aveva organizzato la fuoriuscita da Fiume della famiglia a bordo di un camion di un conoscente trasportatore.
“Me lo ricordo ancora molto bene – racconta Annamaria Mihalich -Mia mamma era salita nella cabina con mio fratello di 6 anni, mentre io e mia sorella, di due anni più grande, eravamo sul cassone in mezzo a un carico di mele. Avevamo la faccia e le mani rosse dal freddo, ma ci siamo fatte una gran scorpacciata di frutta!”  Sorride, mentre  sottolinea la spensieratezza dei bambini, che resta intatta anche negli avvenimenti più tragici.

Annamaria Mihalich (a sx) con la mamma e la sorella più grande (a dx) al porto di Fiume

La valigia in mano e niente più

“Quando siamo arrivati alla frontiera tra la Yugoslavia e Trieste, le drugarize , le titine che indossavano la bustina con la stella rossa, ci hanno fatto scendere e ci hanno perquisite, quindi visitate. Ma cosa potevano nascondere due bambine?”
Annamaria si tormenta le mani, sembra quello un ricordo che non le dia pace. “Con noi non avevano niente se non una valigia di indumenti. La mattina della partenza, i titini erano venuti a controllare sul cortile di casa. Mia madre stava salendo sul camion con in braccio la macchina per cucire portatile, la sua cosa più preziosa. Una drugariza gliela prese dicendo: “Questa resta qui!”. Mia madre pianse molto per quell’ulteriore perdita. A Fiume i Mihalich dovettero infatti lasciare tutto.

“Con l’esodo perdemmo tutto”

Agli inizi del loro matrimonio i genitori di Annamaria stavano con i nonni nella città vecchia, in Calle Ca’ D’oro, che dalla Torre civica va verso la chiesa di San Vito. Poi andarono ad abitare in un appartamento fuori, nella zona “Monte”, in attesa di costruire la casa in un terreno che avevano comperato.

La famiglia Mihalich sul Potoc

Con l’esodo dall’Istria però perdemmo  tutto”, rileva Annamaria Mihalich .
Terreno, mobili, suppellettili, libri, i risparmi in banca. Tutto confiscato.

Fiume ancora nel cuore

“Mi ricordo tutto di quand’ero piccola: le strade, il percorso per andare a scuola o trovare i nonni, il porto. E’ ancora vivo ciò che provavo allora -racconta ancora Annamaria –Nel ’45, finita la guerra, in città arrivarono i titini e l’atmosfera di colpo si fece cupa. Quando si incontrava per strada la gente si salutava appena, ci si sfuggiva. A casa sentivo i miei bisbigliare con i parenti: “Sai che è sparito quello là? Tizio non si vede più! Stai attento!” perché si aveva paura dei delatori”.
Ma chi erano queste spie? “Gli stessi fiumani, il vicino che prima magari ti portava la spesa o che salutavi la mattina, quello con cui avevi stretto amicizia”. Italiani che denunciavano altri italiani.

“Chi non era comunista, era fascista”

“Dopo l’impresa di D’Annunzio a Fiume, tanti “regnicoli”, persone provenienti da tutte le parti d’Italia, si trasferirono proprio qui  e ne divennero parte. Quando scoppiò la guerra alcuni si dettero alla macchia con i partigiani titini e quando ritornarono a Fiume imposero subito questa distinzione: chi non era comunista, era fascista. Essere stati amici o compagni di scuola, non contava più. Valeva l’ideologia”. Poi venne l’”opzione”. “C’era la possibilità di restare italiano o diventare yugoslavo.
Tutta la mia famiglia scelse la prima opzione. “Ma noi, italiani da generazioni, eravamo diventati ospiti sgraditi nella nostra terra. Non potevamo lavorare, dovevamo andare via. Per fortuna mio papà lavorava alla Romsa, l’allora società di petroli, che gli aveva trovato un posto nella sede di Venezia. Questo ci evitò di passare per i campi profughi, cosa che invece capitò ai miei nonni, smistati a Udine”.

 

Annamaria Mihalich bambina (a sx) accanto alla nonna e alla famiglia a Fiume

L’arrivo in Italia
A Trieste dormimmo una notte in albergo e poi arrivammo a Venezia. La Postbellica aveva requisito la Domus civica ai Tolentini per noi profughi. Ci avevano dato una stanza lì, dove stavamo in cinque. Mia madre andava a prendere i pasti che servivano nell’edificio vicino, dove oggi c’è l’Istituto di architettura. Là avevano collocato altri profughi in enormi stanzoni e le famiglie avevano fatto dei divisori con delle coperte militari per salvaguardare un minimo di riservatezza, di intimità. Tutto emanava un senso enorme di miseria e desolazione. Mamma arrivava con la gamella di riso e fagioli, che il più delle volte avevano animaletti in mezzo. Da quella volta non sono più riuscita a mangiarli”.

L’accoglienza a Venezia

“Non feci in tempo a percepirla, perché con mia sorella finimmo in collegio per due anni a Sant’Alvise. Sentivo da altri dire che, in Riva degli Schiavoni, quando arrivò il piroscafo “Toscana” da Pola, i facchini e i passanti gridavano ai profughi “Fascisti, tornatevene a casa vostra, qui ci portate via il mangiare”… Non abbiamo portato via niente. Neanche le case che dicevano, anni dopo, che avessero costruito appositamente per noi e ci avessero poi regalato. Abbiamo acceso un mutuo, sono state tutte pagate”.

La famiglia Mihalich in Riva degli Schiavoni, a Venezia

Il tempo non ha portato via il dolore ma è riuscito a dissipare il rancore. “Ero arrabbiata con coloro che avevano scelto di restare a Fiume. Li vedevo come dei traditori. Con il tempo mi sono ricreduta perché a diversi è stato impedito di venire via. Alcuni avevano genitori vecchi, un familiare ammalato, altri erano comunisti e non avevano nulla da temere. Ma è grazie a chi è restato se a Fiume si parla ancora fiumano e italiano. Se fossimo venuti via tutti 50.000 abitanti, di noi, della nostra italianità, non sarebbe restato nulla. E ogni volta che ritorno nella mia città, ritrovo le mie radici, mi si allarga il cuore, rinasco. Giro per Fiume come se fossi andata via un giorno prima. Chi non è stato costretto a lasciare il luogo dove è nato non potrà mai capire. Vorrei spegnermi là. Come l’albero di Endrigo che sa dove nasce e dove morirà”.

 

 

 

 

 

3 commenti su “Giorno del ricordo: la testimonianza di Annamaria Mihalich”

  1. Grazie Annamaria. La tua Storia e’ la Storia di mio padre.. e’ la Storia dei miei nonni.. e’ la storia della mia famiglia. E’ la Storia che a scuola non insegnano… non raccontano.

  2. giuseppe ceschi

    Cara Annamaria, ti ringrazio per la tua bella e toccante testimonianza che mi ha fatto rivivere i momenti di allora di cui io ho poco memoria perché ero un muleto fortunatamente di appena 3 anni.

  3. Cara Annamaria , sono.commossa,dal tuo racconto, anch’io figlia e nipote di esuli ricordo ancora il loro dolore. Grazie per la tua testimonianza

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