Venezia: uno sguardo sul futuro. Intervista a Luigi Brugnaro

Futuro Venezia

Se qualcosa di buono possiamo trovare fra le macerie lasciate dal coronavirus, è forse l’occasione per discutere del futuro di Venezia con occhi diversi.
Abbiamo la possibilità di metterci a tavolino partendo quasi da zero, elaborando nuove idee e nuove opportunità, nuovi schemi, nuovi paradigmi urbanistici, economici e sociali.
Possiamo ridisegnare, come davanti a un foglio bianco, i modelli che finora hanno tratteggiato la storia recente della nostra città.

È un esercizio che ci siamo permessi di fare raccogliendo le risposte di molti cittadini, anche acquisiti o d’elezione. Partendo dal Primo Cittadino e cercando di sondare tutti gli ambiti di questa grande realtà che, come sempre, e sempre più spesso in questi ultimi mesi, si asciuga le lacrime, si rimbocca le maniche e si rimette al lavoro.

Da oggi, un intervento al giorno per 10 giorni, pubblicheremo i contributi di quanti hanno condiviso con Metropolitano.it idee e suggestioni, immaginando con noi le prospettive e il futuro di una città che oggi si reinventa.

Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro

“Oggi chi viene a Venezia  trova la nostra città in un momento magico, straordinario, irripetibile.
Vuota e deserta, affascinante. Tuttavia spero di non vederla mai più così. Certamente non sarà così per ancora molto.
Sarà aperta, si riapriranno i musei, si riapriranno le attività, si accenderà nuovamente la cultura.
E da settembre festeggeremo i 1600 anni della città che cadono il 25 marzo del prossimo anno, e sarà un grande percorso di partecipazione.

In qualche misura il virus ha fatto pulizia di un turismo mordi e fuggi che, troppo spesso, si è distinto per essere poco rispettoso di una città dalla storia più che millenaria, porta verso l’oriente e caposaldo della civiltà occidentale.

Venezia oggi sta cercando di tornare alla normalità, con regole che dovremo sperimentare e affinare nei tempi e nei modi che il Governo e la Regione ci diranno. Una città sicura che stiamo sanificando ogni giorno e continueremo a farlo.

Questo virus ci permette anche di ripensare la vita nel centro storico e di orientare le nostre scelte.
Non c’è dubbio che l’industria turistica, partita già negli anni Cinquanta, sia diventata avvolgente, troppo avvolgente, e abbia schiacciato anche gli abitanti. Monocultura turistica, si direbbe. Questa forma di turismo è legato al cattivo uso della città e quel turista, come dicevo, arriva con troppa fretta.
Questa è una città lenta ed è questo il suo bello, perché la cultura di Venezia non ha pari.
Qui tutti possono trovare le proprie radici. Qui c’è l’incrocio delle culture, troviamo pezzi della storia di ciascuno di noi, in tutto il mondo, dai diritti civili delle donne, all’esempio di integrazione riuscita fra culture diverse, penso ad esempio alla cultura ebraica. È una città che raccoglie il seme della nostra civiltà.
Ma per comprendere tutto questo c’è bisogno di tempo.

Questo periodo di vuoto ci fa comprendere meglio cosa sia il turismo per Venezia.
Spesso i vuoti parlano più dei “pieni”. Anche se noi non siamo per la pianificazione dobbiamo discutere di questo tema. Ma dobbiamo anche avere energie e idee vive: meno polemiche e più creatività. Venezia non ha bisogno di persone che cercano spazio polemico e potere, ma di gente con più voglia di generosità e partecipazione”.

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