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C’ERA UNA VOLTA IL BOSCO DI MESTRE

C’ERA UNA VOLTA IL BOSCO DI MESTRE


Potrebbe iniziare come una fiaba l’antica storia del bosco mestrino. Ma in questo caso la fantasia non c’entra perché la rinascita del bosco è da qualche anno qualcosa di tangibile, oltre che un tema di assoluta attualità. Grazie all’iniziativa spontanea di chi ha creduto nel recupero di un’area boschiva che pochi conoscono ma che in realtà ha una lunga storia alle spalle. E così hanno preso piede iniziative originali come “Regala un albero” o come la “Festa dell’albero” rivolta ogni anno ai bambini che frequentano la prima elementare. Attualmente il Bosco è presente sul territorio a “macchia di leopardo” e in molte aree gli alberi piantati sono ancora giovani. Le superfici già messe a bosco sono: il Bosco dell’Osellino, 9,6 ettari situati presso il Rione Pertini nell’area di Bissuola, il Bosco di Carpenedo, 10 ettari che si affiancano ai resti dell’antico Bosco di Valdemar, il Bosco Ottolenghi di Favaro-Dese-Cà Solaro, 20 ettari, il Bosco Querini Stampalia, 180 ettari nell’area tra Favaro e Dese e il Bosco di Campalto, 6,7 ettari. Un puzzle ancora da ultimare ma che continua a crescere. Come vuole anche lo stesso piano regolatore di Venezia, che nella variante per la terraferma approvata il 3/12/2004, ha individuato circa 1300 ettari di aree destinate a bosco.
Di queste aree una parte, della quale deve occuparsi il Comune, viene definita “verde territoriale a bosco”; la maggior parte deve invece essere curata dai privati, su base volontaria, utilizzando numerosi incentivi disponibili. La terza parte, infine, è costituita dal verde urbano dei forti che, pur non essendo bosco in senso stretto, viene ad integrarsi funzionalmente al bosco. Il bosco di Mestre è, in sostanza, un progetto molto ambizioso che richiederà tempi lunghi per il suo completamento. Ed è anche la riscoperta di una storia antica, che ha superato alterne vicende. Soprattutto se si considera l’area di Carpenedo. Al tempo dei Veneti, infatti, la laguna di Venezia era un’area paludosa e sulla terraferma si estendevano boschi e radure che arrivavano fino al mare. Nei secoli, il bosco ha conosciuto vari tipi di trasformazioni: nell’epoca romana è stato ridotto per lasciar spazio alle coltivazioni, nel periodo delle invasioni barbariche si è riespanso. Nel medioevo si è ridotto di nuovo per l’utilizzo esteso della legna da ardere e per fare spazio a radure e pascoli, mentre con la Repubblica di Venezia il bosco è tornato a svilupparsi per fornire legname all’arsenale. Con la caduta della Repubblica è stato nuovamente distrutto e solo negli ultimi decenni è iniziato un nuovo ciclo di ricostruzione attorno al nucleo storico del Boschetto di Carpenedo.
Malgrado queste vicende altalenanti, è però sempre rimasto un punto fermo nella storia locale e sia nell’Archivio di Stato che nell’archivio storico della Pietà, e della Querini Stampalia si ritrovano pregevoli mappe che mostrano quant’erano estese le aree a bosco. “L’attuale Bosco di Mestre è una realtà ancora poco conosciuta”. Dice l’Ing. Pietro Miani presidente dell’Associazione per il Bosco di Mestre, che riunisce 21 club, associazioni, enti ed istituzioni, con lo scopo di sviluppare il consenso ed il sostegno della popolazione al progetto del bosco. Un’associazione senza scopo di lucro, che si avvale in particolar modo dell’attività di volontariato.  “La poca conoscenza è un problema di giovinezza – i primi alberi sono infatti stati piantati nel 1994 – e di difficoltà di identificazione considerato che il bosco è distribuito sul territorio a macchia di leopardo”. È però anche vero che il progetto del bosco è sicuramente tra i più importanti progetti ambientali di rinaturalizzazione dell’ambiente urbano che la città abbia mai immaginato e realizzato. L’idea del bosco nasce negli anni Ottanta, dall’esperienza dell’Azienda Regionale delle Foreste, ma riesce a realizzarsi solo negli anni Novanta, grazie alla caparbietà e alla perseveranza di Gaetano Zorzetto, che poneva il bosco al centro della sua idea di Mestre bella.
Il progetto prevede un bosco planiziale costituito da specie arboree autoctone, quali la farnia, il carpino, il frassino, l’acero, l’olmo, l’ontano, il salice, il pioppo e tante altre presenti nella pianura padana. Nel 1997 vengono piantati 10 ettari del bosco di Carpendo, che si affiancano allo storico boschetto Valdemar, unico resto dell’antico bosco. Nel 1998 vengono piantati 20 ettari del bosco Ottolenghi, inaugurato ed aperto al pubblico nel 2007, al centro dell’area di 200 ettari tra Favaro e Dese, destinata a divenire la parte più importante del Bosco di Mestre. Nel 2006, vengono poi piantati 7 ettari del bosco di Campalto. “Il bosco sta crescendo lentamente – continua Miani –  ma alcune parti, come il bosco dell’Osellino ed il bosco Ottolenghi sono già aperte al pubblico e praticabili. Dopo la sistematica distruzione dei boschi, avvenuta nei due secoli successivi la caduta della Repubblica di Venezia, finalmente un progetto restituisce il bosco alla nostra terra. Il progetto del bosco, per consolidarsi e crescere, ha però bisogno del sostegno dei cittadini di oggi e di domani. Per questo, l’Associazione per il Bosco di Mestre organizza ogni anno la festa dell’albero, nella quale i bambini della prima elementare non solo piantano il loro albero, ma ricevono l’informazione sulla bellezza e l’utilità del bosco, imparando a conoscerlo e ad amarlo ed identificarlo come un bene importante della comunità”. Per completare il progetto del Bosco di Mestre c’è però ancora moltissimo da fare. E le pagine di questa storia non aspettano altro che di essere scritte.
DI PIETRO POLO

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