Al caso dell’attore Davide Iacopini, operato e in terapia intensiva, si aggiungono altre segnalazioni. Zoppi: “Parliamo di aggressioni. Ma le piattaforme smettano di consigliare ai minori contenuti che premiano il rischio”
La drammatica punta dell’iceberg ha un nome e un volto, peraltro famosi. Perché il 42enne attore Davide Iacopini, conosciuto in particolare per aver recitato nel film “Suburra” ma anche dopo aver preso parte anche a diverse serie tv, è ancora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo di Roma, sedato e con prognosi riservata dopo l’operazione resasi necessaria per intervenire su una grave frattura cranica.
Col passare delle ore, sta però assumendo dimensioni sempre più preoccupanti il caso della minicar elettrica nera della capitale, balzato agli onori delle cronache lunedì 5 ottobre.
Dopo cena, poco prima delle 22.15, mentre si spostava in monopattino in via Barrili, nel quartiere Monteverde Vecchio, Iacopini è stato colpito da un calcio sferrato da un giovane a bordo della piccola autovettura, cadendo così contro un’altra auto posteggiata e riportando serie ferite.
Un episodio che non sarebbe isolato. Mentre la Procura ha aperto un’inchiesta per tentato omicidio, aggravato dal mancato soccorso, gli investigatori, che avrebbero realizzato un primo identikit (un ragazzo biondo tra 16 e 18 anni), stanno indagando su casi simili alla ricerca di collegamenti. E, pur restando una ipotesi tutta da verificare, tra le piste prese in considerazione c’è anche quella che si possa trattare di un evento legato a una challenge lanciata sui social.

La minicar nera: non solo Iacopini
Secondo le ricostruzioni, a partire dal racconto di un testimone che ha dichiarato di aver visto un ragazzo scendere da una minicar nera per recuperare una scarpa, a bordo del veicolo al momento dell’aggressione all’attore ci sarebbero stati 2 minorenni, che potrebbero vivere proprio nella zona. Gli investigatori ritengono che questi giovani andrebbero in giro proprio con l’obiettivo di colpire a caso persone che circolano su monopattini o biciclette.
Nel quadrante di Monteverde si sarebbero infatti verificate altre 4 aggressioni di questo tipo.
L’ultima emersa riguarda una donna che ha presentato querela per lesioni personali ai carabinieri della stazione Gianicolense denunciando di essere stata spinta dal passeggero di una minicar nera che subito dopo si sarebbe data alla fuga mentre percorreva in bici via di San Pancrazio, verso le 22 dello stesso lunedì 5, a circa un km dal luogo dell’agguato a Iacopini.
La donna non ha riportato ferite, ma non è riuscita a leggere la targa della minicar, forse oscurata. E anche le immagini delle telecamere di videosorveglianza, che avrebbero ripreso l’aggressione all’attore, sono poco nitide. Ci sono poi gli episodi di domenica 4 sera (una donna ha denunciato di essere stata colpita alla testa mentre camminava, uno studente di essere stato investito in monopattino) e quello di un uomo in bici che sarebbe stato colpito nella zona di Ponte Testaccio.

L’ipotesi della challenge
Gli autori dei gesti, è una delle ipotesi, potrebbero aver agito addirittura senza apparenti motivi. Nelle ultime ore, pur senza nessun riscontro ufficiale, ha però iniziato a circolare, in rete e su alcuni quotidiani nazionali (La Repubblica e La Stampa), anche l’ipotesi che gli inquirenti stiano ragionando sulla possibilità di collegare i fatti a una sfida nata sui social: una challenge in cui la violenza potrebbe aver costituito una parte della prova da superare.
“A Roma – premette Ivano Zoppi, pedagogista e segretario generale della Fondazione Carolina Onlus di Milano – c’è un uomo in terapia intensiva. Altre persone sono state colpite alle spalle mentre tornavano a casa. Partiamo da qui. Sono aggressioni e dobbiamo chiamarle così. Finora chi indaga non ha trovato prove che dietro ci sia una sfida social, quindi ci atteniamo a questo”.
“Parlare di “challenge” prima di averne la certezza – continua Zoppi – ha 2 effetti. Trasforma una violenza in un gioco. Dà un nome, e quindi un modello, a chi potrebbe voler imitare questi gesti. Se si scoprirà che gli autori sono minorenni, risponderanno davanti alla giustizia minorile, che serve proprio a tenere insieme responsabilità e recupero. Agli adulti resterà una domanda più difficile. Come arriva un ragazzo a vedere uno sconosciuto in bicicletta come un bersaglio?”.

Le challenge, tra precisazioni e riflessioni
Al di là che il caso della minicar vi rientri o meno, il pedagogista invita in ogni caso a una riflessione sul fenomeno delle challenge in generale, affermando innanzitutto che “serve più precisione”. “La maggior parte – illustra – è innocua. Si tratta di balli, giochi, prove di abilità. Una parte minore è pericolosa. Qui il problema raramente è la singola sfida. È il meccanismo che la sostiene. La visibilità diventa un premio. C’è un pubblico che applaude. Un algoritmo ripropone lo stesso contenuto finché sembra normale”.
“Inseguire la sfida del momento – afferma allora Zoppi – serve a poco. Tra un mese avrà un altro nome. Serve che le piattaforme smettano di consigliare ai minori contenuti che premiano il rischio. Devono rimuoverli in tempi certi. Serve un sistema educativo più presente. La scuola deve essere messa in condizione di lavorare con continuità sulle relazioni e sul digitale. Non basta l’intervento d’emergenza dopo il fatto di cronaca. Intorno alla scuola servono famiglie, oratori, sport e territorio che facciano la loro parte”.
“Un ragazzo che ha adulti attenti intorno – conclude l’analisi – ha meno bisogno di farsi notare a ogni costo. Serve che quegli adulti sappiano cosa guardano i ragazzi e ne parlino con loro”. Ma come agevolare i “grandi” in questo processo? “Comincerei – risponde l’esperto – togliendomi un peso: non serve diventare esperti di challenge. Cambiano nome ogni mese e nessun genitore può inseguirle. Si riconoscono però da tre elementi che tornano sempre: una prova da superare, un pubblico a cui mostrarla e un invito a rilanciare, il classico “adesso tocca a te”. Quando in un video ci sono tutti e tre, vale la pena fermarsi e chiedere”.

Un percorso di crescita che riguarda giovani e adulti
“Per accorgersene – è il consiglio – bisogna guardare, e guardare insieme. Farsi mostrare cosa li fa ridere, cosa gira in classe, chi seguono. Con curiosità, perché all’interrogatorio un adolescente risponde chiudendo la porta. Anche un fatto di cronaca come questo è un’occasione: “Tu cosa avresti fatto, seduto su quella macchina, se l’amico ti avesse detto dai, fallo?”. È una domanda che allena a dire no davanti al gruppo, che per un ragazzo è la cosa più difficile”.
Infine, c’è quello che il segretario di Fondazione Carolina definisce “il passaggio più scomodo”. Cioè “accettare che potrebbe essere anche nostro figlio. Non perché sia cattivo, ma perché a quell’età l’approvazione dei pari pesa più del giudizio. Chi cerca di dimostrare il proprio valore in quel modo, di solito non sente di averne altrove. Allora la domanda da farsi è: dove si sente riconosciuto mio figlio? Se la risposta è solo nel gruppo o solo online, il lavoro comincia lì: dargli altri luoghi in cui contare qualcosa, e fargli sapere che a casa può raccontare anche ciò di cui si vergogna”.
Alberto Minazzi



