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Acqua del rubinetto: quanto è sicura?

Acqua del rubinetto: quanto è sicura?

Intervista a Stefano Della Sala, direttore dell’innovativo Laboratorio di controllo del Servizio idrico integrato di Veritas

“Da febbraio 2023, con il decreto legislativo 18 l’Italia ha recepito la nuova normativa comunitaria per definire la qualità dell’acqua potabile, che pone nuovi limiti e nuovi parametri molto ambiziosi per l’acqua che esce dai nostri rubinetti. Da qualche tempo, anche prima delle nuove regole europee, il nostro laboratorio è però in possesso delle competenze necessarie per eseguire questo tipo di controlli”.
Le parole di Stefano Della Sala, direttore del Laboratorio del Servizio idrico integrato di Veritas, garantiscono dunque che i circa 800 mila abitanti e gli oltre 20 milioni di presenze turistiche annue dei 36 comuni dell’area veneziana metropolitana a cui l’azienda multiservizi fornisce l’acqua potabile, per il 95% attingendo da 70 pozzi di prelievo da fonti in alcuni casi profonde fino a 300 metri, possono dormire sonni tranquilli.
Negli ultimi 20 anni – aggiunge Della Sala – su 5 mila km di rete non abbiamo mai avuto ordinanze di non potabilità per motivi microbiologici, che costituirebbero il momento critico della gestione”.

acqua del rubinetto
area di controllo Veritas
  • Dottor Della Sala, cos’è cambiato a livello normativo?

“Da circa 40 anni, riguardo alla qualità dell’acqua, si sono susseguite varie normative. Con le modifiche introdotte da un anno, per esempio, si pongono per la prima volta limiti alla presenza di Pfas nell’acqua o, per la parte microbiologica, vengono presi in considerazione, come prima non avveniva, anche virus non infettivi per l’uomo, ma che incidono sulla qualità dell’acqua”.
“Grandissime innovazioni di questo decreto sono poi due elementi caratterizzanti introdotti per la prima volta. Il primo è che, proprio nella prima riga, si parla non tanto di qualità di un prodotto alimentare, ma proprio dell’obiettivo di “protezione della salute umana”. La seconda grande novità è la previsione di piani di sicurezza delle acque, che impongono di valutare tutti i rischi che possono inquinare le nostre fonti. Anche quelli che potranno impattare in futuro sulla qualità dell’acqua per la comunità”.

 

  • Che tipo di controlli effettuano le sezioni del vostro laboratorio, quella biologica e quella chimica, che hanno rispettivamente come responsabili Paola Miana e Tommaso Foccardi?

“Il lavoro svolto è realmente a 360 gradi. Ci occupiamo sia di agenti biologici conosciuti da più di un secolo che di inquinanti vecchi, ma anche di inquinanti cosiddetti “emergenti”, meno studiati ma che si aggiungono alla normativa, anche perché ci attendiamo che in futuro aumenteranno. E poi ci sono gli incidenti, per esempio quello ben noto della Miteni con i Pfas. Le competenze maturate, infine, ci consentono di guardare avanti, pronti a interpretare quali problemi avremo o come adattarsi di fronte all’evoluzione delle normative”.

acqua del rubinetto
Da sx Tommaso Foccardi, Paola Miana, Stefano Della Sala

 

  • Quali sono gli ambiti in cui potrebbero arrivare presto novità?

“Pur previsti dalla normativa, ci sono alcuni parametri per i quali non sono state ancora definite le unità di misura. Un esempio sono le microplastiche, citate ma senza fissare il tetto. Al riguardo, va detto che, recentissimamente, lunedì 11 marzo, l’Unione Europea ha terminato l’iter per l’adozione di una modalità uniforme per misurarne la concentrazione. Il tema, in ogni caso, resta molto controverso, perché la tossicità delle microplastiche è ancora in piena discussione, non essendoci abbastanza studi per definirne i livelli”.

 

  • A proposito di microplastiche, com’è la situazione nella rete gestita da Veritas?

“Innanzitutto va detto che, a oggi, già dal 2019 siamo attrezzati per misurarne la presenza secondo la metodica riconosciuta e con le strumentazioni indicate dall’Unione Europea, ovvero una microscopia utilizzando l’infrarosso. Ciò premesso, va detto che la situazione del nostro acquedotto è assolutamente in linea, se non migliore, rispetto ad altri. Mi permetto però di far notare che quello delle microplastiche è un tema estremamente emotivo, in questo momento. È giusto parlarne ed essere prudenti, ma bisogna fare attenzione nel dare alcune notizie. Lo studio secondo cui mangeremmo quantità di plastiche pari a una carta di credito è stato criticato e sembrerebbe solo una stima pessimista. E anche le conclusioni sulla presenza delle microplastiche nelle placche aterosclerotiche bisogna vedere se reggeranno. Sono studi che generano ipotesi da verificare. Poi è ovvio che, per quel che ci compete, teniamo alta l’attenzione e, attraverso la collaborazione con il Cnr, stiamo lavorando per mettere a punto una metodica di analisi”.

 

  • Quali sono le sostanze che monitorate?

“La normativa prevede che, riguardo ai parametri, i laboratori siano accreditati da un ente certificatore nazionale che ne verifica la competenza tecnica.
In Italia, insieme a noi sono poche centinaia i laboratori accreditati per l’analisi delle acque, un migliaio se si comprendono anche quelli privati. Possiamo così analizzare tutte le sostanze previste dalla nuova normativa e quelle derivanti dall’analisi del rischio derivato. Come previsto dalla stessa normativa, abbiamo dunque due sezioni, in cui verifichiamo il rispetto dei parametri chimici e di quelli microbiologici”.

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  • Quali sono le principali criticità sul fronte chimico?

“In primis tutti i metalli, che, soprattutto per ferro e manganese, per cui facciamo i maggiori monitoraggi, possono essere portati in sospensione all’interno della rete, magari per cambiamenti di pressione. Al riguardo, ricordo per esempio il problema del mercurio nella provincia di Treviso, che abbiamo sollevato insieme ad Arpav e Ulss e che ha portato alla chiusura di alcuni pozzi privati, non più utilizzabili per l’acqua potabile. Poi i pesticidi e i fitofarmaci: siamo una delle regioni italiane che ne consuma le quantità più elevate, con i residui che finiscono anche nei corsi d’acqua. Ricordo che siamo stati noi, per citare un caso, a sollevare nuovamente l’attenzione sull’atrazina, che, pur non essendo più utlizzata dagli anni ’90, ha lasciato delle code, potendo trovare ancora la sostanza o i suoi metaboliti. E i Pfas, anche se dobbiamo dire che noi non ne abbiamo rilevato la presenza in nessun punto della rete, nonostante i circa 2.500 campioni analizzati lo scorso anno. La frequenza dei monitoraggi è necessaria perché possono spostare gli equilibri nel processo di potabilizzazione delle acque superficiali, per la quale abbiamo 4 impianti che, pur marginali nel totale rispetto alle acque di fonte, servono soprattutto durante la stagione estiva per i fenomeni del turismo, che aumenta la richiesta, e della siccità”.

 

  • E dal punto di vista batteriologico?

“È sempre possibile l’insorgenza di patogeni emergenti. Il decreto richiede per alcuni parametri la non presenza, altri vengono visti come semplici indicatori, poi i piani di sicurezza allargano la ricerca a seconda delle caratteristiche delle acque e della rete.
Già il decreto introduce comunque la legionella e i colifagi somatici, che hanno sui batteri un comportamento analogo a quello dei virus enterici umani, come indicatori di efficienza del trattamento di potabilizzazione, potendo dare informazioni su un eventuale inquinamento fecale. Va però detto che, sulla base dei parametri indicati dal decreto, non sono state rilevate per Veritas particolari criticità”.

 

  • Qual è il protocollo dei monitoraggi?

Seguiamo il ciclo dell’acqua sin dalla fonte, cioè dall’autorizzazione a poter sfruttare quella falda in quel determinato luogo, effettuando analisi poi anche sui vari punti della rete, fino ai contatori. Il piano di campionamento è concordato con l’Ulss, perché non va dimenticato che, indipendentemente dai nostri controlli, anche l’Ulss, nei laboratori dell’Arpa, esegue le proprie analisi. E possiamo dire che, a oggi, non abbiamo mai avuto discordanze riguardo alla potabilità”.

  • Ma cosa succede, se i parametri superano i limiti?

“Secondo la vecchia normativa, abbiamo l’obbligo di avvertire immediatamente l’autorità sanitaria, cioè il sindaco, l’Unità sanitaria locale, che verificherà a sua volta i parametri, e il Consiglio di bacino, che supervisiona l’attività dei gestori dei servizi idrici. Se arriva sul mio tavolo una positività, in tempi brevissimi, giusto il tempo di una telefonata, si attiva la catena di risposta: è questo il significato dei piani di sicurezza dell’acqua, cioè dei piani di monitoraggio e controllo per i quali il decreto dà indicazioni sul numero minimo di analisi da effettuare, che però a Veritas superiamo abbondantemente.
Tornando alla domanda, attivato l’iter, si cercano di comune accordo i motivi dello sforamento e, nel caso peggiore si arriva a un’ordinanza, cosa per fortuna che non mi è mai capitato di vedere nei miei 14 anni in azienda, sulla cui base vengono prese le contromisure, fino all’ipotesi estrema di abbandono del pozzo”.

 

  • Un tema “emergente” è quello del cuneo salino…

“Al riguardo, va detto che la risalita dell’acqua salata rende molto complessa la potabilizzazione. Va però ricordato che non è una novità degli ultimi anni.
Qualcuno ricorderà la crisi di Chioggia negli anni Novanta, con i rifornimenti alla cittadinanza utilizzando autobotti. Cosa che non si è più ripetuta grazie agli importantissimi interventi di tipo ingegneristico messi in campo. Adesso, sicuramente la qualità dell’acqua sta diventando uno dei grandi temi fondamentali, i cambiamenti climatici ci fanno sorgere qualche timore e quindi anche il cuneo salino fa suonare qualche campanello d’allarme. Ma non dimentichiamo che i primi a occuparsi di acqua in Italia sono stati gli antichi Romani, che nel primo secolo dopo Cristo portavano un milione di metri cubi di acqua al giorno a Roma, per di più senza utilizzare elettricità. Basta pensare che, nella capitale, oggi ne arrivano quotidianamente 1,5 milioni: sostanzialmente, la stessa quantità”.

  • Cosa è cambiato in due millenni?

“I Romani non certificavano la qualità dell’acqua e i nostri colleghi ingegneri hanno sviluppato strategie tecniche per costruire, riparare e mantenere in efficienza gli acquedotti. Perché è chiaro che, alla fine, quel che ci interessa è che l’acqua sia sicura. E noi, con il nostro laboratorio, siamo qui per garantirlo”.

 

Alberto Minazzi

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