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Disturbi alimentari: sono sempre di più i giovani con dca

Disturbi alimentari: sono sempre di più i giovani con dca

In Italia un adolescente su 3, soprattutto le ragazze. Il 7% ha meno di 12 anni.Il questionario Scoff e le strategie di prevenzione

Sono sempre di più. E sono sempre più giovani.
Li vediamo con il volto scavato, spesso silenziosi e con un umore per lo più altalenante.
Quando si mettono a tavola tendono ad applicare una sorta di ritualità tagliuzzando il cibo in pezzi sempre più piccoli e facendo diventare i loro pasti sempre più lenti, perché quel cibo fatica a scendere. Oppore li vediamo alzarsi immediatamente appena mangiato per andare in bagno e li sentiamo spesso lamentarsi per il loro aspetto fisico.
Si vedono come solo loro possono vedersi, quasi in un’allucinazione e del tutto diversi da come sono in realtà.
Sono i nostri figli, bambini e adolescenti di un mondo in cui anche il cibo è diventato una problematica di sanità pubbica di crescente rilievo.
Quella dei disturbi del comportamento alimentare, sintetizzati nell’acronimo dca, è una tematica di grande attualità non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Uno studio pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Jama Pediatric ha per la prima volta effettuato un’analisi dei dati al fine di ottenere, per la prima volta, una dimensione reale del fenomeno.

disturbi alimentari

Il 22,36% di bambini e adolescenti hanno disturbi alimentari

“Identificare l’entità dei disturbi alimentari e la loro distribuzione nelle popolazioni a rischio – spiegano i ricercatori coordinati da José Francisco López-Gil,- è fondamentale per pianificare ed eseguire azioni volte a prevenirli, individuarli e affrontarli”.
A tal fine, sono stati presi in considerazione 32 studi, effettuati tra gennaio 1999 e novembre 2022, che includevano 63181 partecipanti tra 6 e 18 anni provenienti da 16 Paesi. Ed è emerso che il 22,36% di bambini e adolescenti mostravano un‘alimentazione disordinata e disturbi alimentari.
La proporzione è risultata più elevata tra le ragazze (30,03%, contro 16,98% dei maschi), tra gli adolescenti più grandi e quelli con un indice di massa corporea più elevato. “Queste cifre elevate – conclude lo studio – sono preoccupanti dal punto di vista della salute pubblica e sottolineano la necessità di attuare strategie per la prevenzione dei disturbi alimentari”.

Il questionario Scoff

La scelta di partire dal 1999 si lega all’anno di progettazione del questionario Scoff (acronimo per Sick, Control, One, Fat, Food), a oggi la misura di screening più utilizzata per i disturbi alimentari.
Per avere la massima attendibilità scientifica, sono stati esclusi i giovani con diagnosi di distrurbi fisici o mentali oltre ai dati raccolti durante il periodo pandemico.
Il questionario, per chiarire il sospetto della sussistenza di un disturbo alimentare, si basa su 5 domande. Ovvero: “Si è mai sentito disgustato perché sgradevolmente pieno?”; “Si è mai preoccupato di aver perso il controllo su quanto aveva mangiato?”; “Ha perso recentemente più di 6 kg in un periodo di 3 mesi?”; “Le è mai capitato di sentirsi grasso anche se gli altri le dicevano che era troppo magro?”; “Affermerebbe che il cibo domina la sua vita?”.
Una risposta affermativa a due o più domande, spiegano gli esperti, suggerisce un’ulteriore discussione e una valutazione più completa.

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Paura, isolamento, nuovi riferimenti e rapporti familiari alla base

“Purtroppo è assolutamente reale l’incremento dei soggetti interessati da questi disturbi, in particolare tra i giovani, e l’abbassamento dell’età in cui questi si manifestano -conferma l’endocrinologo Giovanni Spera, presidente della Società Italiana per lo Studio dei Disturbi del Comportamento Alimentare –. C’è un’evoluzione dei riferimenti classici, a partire da quelli estetici, aggravato dal periodo della pandemia, che ha creato paure, isolamento, perdita del senso della comunità. Tutti fattori che colpiscono in età scolare e in particolare tra gli adolescenti, che sono i soggetti più fragili, facendo emergere i disturbi da un disagio generico”.
C’è un disagio giovanile globale del mondo occidentale.

Giovanni Spera (presidente Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare)

“Una situazione – rileva Spera – che ha coinvolto anche le famiglie. Trovandosi spesso costrette a convivere in un contesto di isolamento e magari con problemi di lavoro, involontariamente hanno contribuito ad alimentare, attraverso l’ansia, questa evoluzione. Del resto, il rapporto con i familiari è alla base dei disturbi del comportamento alimentare. E chi ne è interessato, non dimentichiamolo mai, è il classico “paziente al contrario”, che si ritiene nel giusto, rifiuta l’idea di essere malato, si guarda allo specchio e vede un’immagine di sé ben diversa dalla realtà”.

Il 90% di chi si rivolge ai centri specializzati è di sesso femminile

Il Ministero calcola in circa 3 milioni gli italiani, adolescenti o adulti, alle prese con dca. Si stima inoltre che, nel nostro Paese, la diffusione del fenomeno dei disturbi alimentari tra ragazzi e adolescenti possa essere ancor maggiore dei dati emersi dal nuovo studio, riguardando un giovane su tre, anche se la quantificazione della dimensione è complicata dall’elevato grado di casi sommersi. Le più recenti stime dell’Istituto Superiore di Sanità, risalenti a circa un anno fa, indicano che il 90% dei quasi 9 mila giovani che si rivolgono ai centri specializzati sono di sesso femminile, peraltro con dati in crescita anche tra i maschi. Il Ministero della Salute indica una prevalenza tra lo 0,2% e lo 0,8% dell’anoressia, del 3% della bulimia, che ha un’età media di insorgenza di 17 anni.

Tra anoressia, bulimia e binge eating

La fascia d’età più interessata dai dca, con il 58% degli utenti, è quella tra i 13 e i 25 anni, anche se c’è un 7% che ha meno di 12 anni e il 30% degli ammalati ha meno di 14 anni.
Il disturbo più frequente è l’anoressia nervosa (36,2%), poi la bulimia nervosa (17,9%) e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating, traducibile come “abbuffate di cibo”, 12,4%).
L’esplosione della pandemia ha poi complicato le cose, con un aumento di nuovi casi tra il 40% e il 45%, oltre all’abbassamento di 2 o 3 anni dell’età di esordio.

Sul sito della Fondazione Veronesi, il responsabile dei Disturbi dell’alimentazione dell’Istituto Auxologico Italianao, Leonardo Mendolicchio, a fine 2022 affermava: “Erano circa 3,5 milioni nel nostro paese. Adesso si ipotizza siano almeno 5 milioni a soffrire di anoressia, bulimia, binge eating disorder. Molte sono poco più che bambine, appena 10 o 11 anni, altre appena più grandi. In genere, hanno massimo 16 anni e sono quasi tutte femmine. I dati sono allarmanti. E lo sono ancora di più se si considera che sono dati dettati unicamente dall’esperienza empirica: numero di richieste visite specialistiche e accessi ospedalieri”.

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I disturbi del comportamento alimentare

Proprio la stessa Fondazione Veronesi ricorda che i dca sono “un contenitore gigantesco al cui interno si collocano manifestazioni e patologie differenti come anoressia, bulimia, binge eating disorder, tutte quante accomunate da una grande sofferenza psicofisica e da un rapporto conflittuale e faticoso con il cibo, che è ovviamente la spia di dinamiche psicologiche estremamente complesse”.
Le motivazioni dell’aumento dei casi, concordano gli esperti, sono del resto articolate e multifattoriali: dalla solitudine alle pressioni sociali, siano esse i modelli estetici irraggiungibili o le aspettative familiari.

Dca seconda causa di morte tra i giovani

“Se non trattati in tempi e con metodi adeguati – riporta invece il sito del Ministero – i disturbi dell’alimentazione possono diventare una condizione permanente e compromettere seriamente la salute di tutti gli organi e gli apparati del corpo e, nei casi gravi, portare alla morte. All’anoressia nervosa è collegata una mortalità 5-10 volte maggiore di quella di persone sane della stessa età e sesso”.
Si registrano del resto circa 3 mila decessi all’anno, facendone la seconda causa di morte tra i giovani dopo gli incidenti stradali.

Sono ancora pochi i centri di cura per i disturbi alimentari in Italia

Il Centro Nazionale Dipendenze e Doping ha sviluppato, su affidamento del Ministero della Salute, il censimento, in continuo aggiornamento, delle risorse territoriali per il trattamento dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Una mappatura geolocalizzata dei centri di cura presenti sul territorio, soprattutto in Lombardia, Emilia-Romagna, Umbria e Campania. Il censimento presentato dall’Iss poco meno di un anno fa parlava, al riguardo, di 108 strutture (101 del Servizio sanitario nazionale e 7 del privato accreditato), di cui 55 al Nord (di cui ben 19 solo in Emilia Romagna), 18 al Centro, 35 tra Sud e Isole, con 1.099 professionisti, tra medici, nutrizionisti e psicologi, al lavoro nei centri.
Una risposta territoriale, però, ritenuta insufficiente dagli operatori del settore. Anche perché, sottolinea sempre Mendolicchio, “attualmente i letti a disposizione per gli eventuali ricoveri sono nel complesso in Italia, tenendo conto degli ospedali, delle comunità e dei centri diurni, solo circa 900: un numero dunque infinitesimale rispetto ai bisogni effettivi”.

La necessità del trattamento interdisciplinare

Il Ministero ha creato un apposito fondo per il contrasto ai disturbi dell’alimentazione, con l’obiettivo di rendere il mondo dei dca autonomo rispetto a quello della psichiatria. “Finora – ricorda l’endocrinologo Spera – l’organizzazione sanitaria della rete di accoglienza è stata riservata a questo settore, in maniera un po’ scorretta, perché questa patologia non è di competenza squisitamente psichiatrica, ma multidisciplinare.
Uno psichiatra – spiega- non è infatti sempre in grado di riconoscere per esempio le caratteristiche di un anoressico e sono stati molti i casi in cui ha avuto più successo in questo un internista. La creazione dei virtuosi “percorsi lilla”, nella fase dell’accoglienza, sta dando delle risposte, attivando da subito tutta la serie di consulenze necessarie per il caso specifico. Per quanto restino estremamente labili le linee di demarcazione tra disturbi molto diversi tra loro. Non ci sono solo quelli restrittivi, come anoressia e bulimia, ma anche quelli compulsivi, come il binge eating, che porta all’obesità. E sicuramente non si possono dirottare tutti gli obesi in area psichiatrica”.

Alberto Minazzi

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