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“Epidemia di solitudine”: un fenomeno che uccide. Anche il fisico

“Epidemia di solitudine”: un fenomeno che uccide. Anche il fisico

L’allarme lanciato dalla massima autorità sanitaria Usa. E gli studi confermano l’impatto non solo psicologico dell’isolamento

Ci vuole un pizzico di attenzione nella lettura, perché nella maggioranza dei casi il tema trova spazio in brevi trafiletti di giornale. Ma le storie di persone decedute nella propria abitazione in completa solitudine, senza che nessuno se ne accorgesse, sono purtroppo un fenomeno di triste attualità, in Italia, così come in molte società occidentali odierne.
Quella della settantenne comasca Marinella Beretta non è certo la più recente, risalendo ormai a più di un anno fa. Ma resta impressa nella memoria di molti, quasi come un simbolo di questa realtà. Perché il corpo della donna, in avanzato stato di decomposizione, è stato ritrovato nel suo salotto, in maniera quasi casuale, forse più di due anni dopo il decesso.

La solitudine: un’epidemia pericolosa per il corpo

Nel terzo millennio, come hanno sottolineato in molti, per la solitudine si può del resto parlare di una sorta di epidemia. L’ultimo a sottolinearlo, lanciando un allarme, è stato Vivek Murthy, “Surgeon general of the United States”. Ovvero la massima autorità sanitaria statunitense, che ha affermato come ne sia “già colpita metà degli adulti americani”.
E se la differenza, di primo acchito, può sembrare sottile, va ben distinto il morire “in” solitudine dal morire “di” solitudine.
Murthy, rifacendosi alle scoperte scientifiche degli ultimi anni, ha sottolineato infatti anche che l’essere isolati non ha conseguenze solo psicologiche, ma anche direttamente sul fisico di chi si trova in questa condizione.

Vivek Murthy, surgeon general of the United States

 

La solitudine aumenta il rischio di morte prematura

Il ragionamento che il medico ha invitato a sviluppare è inserito all’interno di una più ampia “Strategia nazionale per promuovere la connessione sociale”, una relazione di una ottantina di pagine nelle quali Murthy ha quindi aggiunto un’analisi dal punto di vista medico, citando i risultati delle ricerche da cui è emerso ed è stato dimostrato che dall’isolamento sociale possono derivare, oltre all’ansia, alla depressione, alla demenza e alle dipendenze da alcool e altre sostanze, anche insonnia, alterazioni immunitarie, patologie cardiache, alimentari e algiche (dolore fisico ma determinato da fattori psicologici ndr).
Alcuni esperti stimano un aumento del 30% del rischio di morte prematura.
“La solitudine – conclude Murthy – è come la fame o la sete. Una sensazione che il corpo ci invia quando qualcosa di cui abbiamo bisogno per la sopravvivenza viene a mancare. Ecco il motivo per cui ho lanciato l’allarme”.

L’influsso della solitudine sui globuli bianchi

Sono del resto passati 8 anni e mezzo da quando uno studio, sempre americano, dimostrò che la solitudine può aumentare la suscettibilità nei confronti delle malattie infettive e associarsi a un rischio di morte prematura, in quel caso quantificato nel 14%.
Le risposte psicologiche scatenate dall’isolamento sociale, in particolare in adulti e anziani, inviando segnali di stress a livello cerebrale, innescano infatti un circuito vizioso anche a livello fisico.

solitudine

L’organismo di chi soffre di solitudine, cioè, porta all’aumento della produzione di monociti immaturi, particolari cellule immunitarie che presentano un’aumentata espressione dei geni coinvolti nell’infiammazione e una ridotta espressione di quelli coinvolti nelle risposte anti-virali. Il meccanismo può dunque influenzare la produzione di globuli bianchi, riducendo la risposta immunitaria e aumentando il livello di infiammazione del corpo.

Solitudine e salute per l’Iss

In un articolo su “Solitudine e salute” pubblicato lo scorso luglio, l’Istituto Superiore di Sanità esordisce affermando che “la solitudine non è di per sé una condizione che generi effetti negativi sulla salute ma può determinarli quando viene subita e percepita con angoscia; quando genera la sensazione di non avere nessuno cui importi di noi, nessuno su cui fare affidamento”.
Subito dopo, però, aggiunge che “se si prolunga nel tempo, la solitudine può portare all’innalzamento del livello del cortisolo, il cosiddetto “ormone dello stress”.

solitudine
Se prodotto in maniera continuativa, il cortisolo può provocare uno stato di infiammazione dell’organismo e causare la comparsa di malattie persistenti nel tempo (croniche) come il diabete di tipo 2 o la pressione arteriosa alta (ipertensione). Alcuni studi mettono in relazione la solitudine con un maggior rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer”.

Tanti i giovani soli

Anche in Italia, dunque, si comincia a prendere sempre più coscienza dei rischi legati alla solitudine. Proprio la considerazione che ci sono troppi giovani soli, per esempio, ha portato una parrocchia di Isola Rizza, nel Veronese, a organizzare, attraverso i social network, una cena per una cinquantina di single, per favorire la conoscenza di persone tra i 27 e i 45 anni in un’epoca in cui i rapporti interpersonali si stanno sempre più evolvendo verso la virtualità senza contatto fisico diretto.

Non solo suicidi

Molto, però, resta ancora da fare, anche per approfondire la conoscenza del fenomeno.
Attraverso i dati dell’Iss, peraltro risalenti all’indagine Istat sulle cause di morte del 2016, l’unico aspetto in parte correlato alla solitudine è quello dei suicidi, con 3.780 italiani che si sono tolti la vita in quell’anno.
“Il suicidio – conclude l’Iss – si conferma come la risultante di molti fattori (genetici, biologici, individuali e ambientali) e, come indicato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la malattia psichiatrica non è l’unico fattore di rischio, pertanto le politiche di prevenzione del suicidio non possono essere confinate al solo ambito sanitario ma devono tener conto anche dei potenziali fattori di rischio a livello di contesto sociale, economico e relazionale del soggetto”.

Alberto Minazzi

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