Si chiama Prime Test e verifica la capacità di prevenire, prepararsi, rispondere, recuperare e correggere gli effetti di una pandemia
Se il ricordo del Covid si sta attenuando, il rischio che si presenti una nuova pandemia rimane estremamente concreto, per non dire quasi certo.
Ma il mondo non sarebbe sufficientemente preparato per affrontarla, secondo l’editoriale pubblicato su The Lancet per commentare l’appena pubblicato rapporto “Prime” della Commissione Nus-Lancet.
Un lavoro, questo, che cambia la prospettiva delle risposte da mettere in campo.
Perché l’indicazione è chiara: non serve solo prepararsi tecnicamente “sulla carta”, quanto piuttosto fare in modo che le persone siano realmente protette quando arriverà una nuova pandemia che sottoporrà alla massima pressione l’intero sistema sociale.
Non basterà, insomma, arrivare al momento della verità con vaccini, laboratori, ospedali e piani d’emergenza. Per proteggere davvero la popolazione, la società deve iniziare fin da ora a costruire la capacità di proteggere concretamente le persone prima, durante e dopo una crisi sanitaria. E, in questa prospettiva, il rapporto propone un innovativo test per verificare la situazione.
I principali quesiti del Prime test
Quello definito come Prime (acronimo per la definizione inglese traducibile come “preparazione pandemica attraverso istituzioni solide, mobilitazione delle comunità ed equità”) test mette alla prova dal punto di vista della reale protezione delle persone i piani pandemici.
La Commissione propone dunque, insieme all’individuazione di 10 aree prioritarie e 6 elementi di base, una griglia di domande molto concrete da applicare a politiche, piani, investimenti e misure di preparazione.
Nel predisporre un piano pandemico, ci si deve chiedere innanzitutto se protegge davvero il benessere complessivo delle persone, non considerando solo la salute, ma per esempio anche i mezzi di sostentamento. Bisogna cioè capire se una misura che funziona dal punto di vista sanitario crea conseguenze che ne complichi l’applicazione o crei altri danni.
Al riguardo, si cita l’esperienza-Covid di Singapore, che rese le misure sanitarie più sostenibili con il sostegno a salari e imprese.
Un altro aspetto fondamentale è verificare la capacità della misura di funzionare anche sotto stress. Ovvero se gli ospedali sono quasi pieni, manca personale sanitario, i servizi sociali sono sovraccarichi, le forniture tardano o la crisi si protrae per mesi. Il Prime è dunque una sorta di stress sociale del piano pandemico, misurando la capacità dell’intera società di prevenire, prepararsi, rispondere, recuperare e correggere gli effetti di una pandemia.
Altre riflessioni da porsi nella definizione dei piani pandemici
Il rapporto individua 5 vulnerabilità legate ad alcuni sistemi: bisogni essenziali insicuri, abitazioni sovraffollate o precarie, esclusione amministrativa, sfiducia e fragilità dei sistemi sanitari e sociali. Il Prime test chiede allora di verificare se la misura riesce a raggiungere le persone a rischio di esclusione. E ci si deve chiedere anche se le persone interessate sono state ascoltate, perché è fondamentale coinvolgere le comunità e gli operatori direttamente interessati nella progettazione.
Il piano pandemico, infatti, non può limitarsi all’ambito sanitario. Un’altra domanda da porsi è quali effetti produrrà una misura su altri sistemi, dai servizi sociali a imprese e famiglie, interrogarsi sulle conseguenze derivanti dalla chiusura delle scuole, su come garantire cibo, reddito e accesso alle cure quando si isola una comunità, sulla penalizzazione di altri servizi sanitari concentrando le risorse negli ospedali, fino ai rischi di esclusione legati all’introduzione di una misura digitale.
Anche identificare che rischia di essere escluso e definire i criteri di distribuzione dei vaccini, stabilendo chi viene prima se le dosi non bastano per tutti, è un’azione da compiere prima che arrivi una pandemia. La Commissione parla esplicitamente di testare il piano e prevede una fase di applicazione in diversi Paesi, anche per sviluppare indicatori misurabili che rendano concreto il progetto, capendo per esempio chi deve intervenire se un Paese risulta impreparato.
La fiducia come infrastruttura pandemica
L’analisi del rapporto non sminuisce l’importanza, nella prospettiva della risposta a una futura pandemia, di aspetti come sorveglianza epidemiologica, laboratori, scorte di dispositivi e farmaci e sistemi di allerta. Piuttosto, si evidenzia come una pandemia metta alla prova l’intera società, i cui grandi punti deboli che producono vulnerabilità sono bisogni essenziali non garantiti, abitazioni precarie e sovraffollamento, esclusione amministrativa e fragilità dei sistemi socio-sanitari.
Un punto innovativo che viene introdotto, in tal senso, è quello di trattare la fiducia come una vera e propria infrastruttura della risposta pandemica.
Se le persone non si fidano delle istituzioni o delle informazioni sanitarie, anche una misura scientificamente efficace può cioè funzionare peggio. E la fiducia non può essere improvvisata quando arriva l’emergenza, ma deve invece assolutamente essere costruita prima, oltre a essere un aspetto che, secondo la Commissione, può avere un effetto molto concreto anche sul numero di morti.
Al riguardo, utilizzando modelli epidemiologici e dati provenienti da 20 Paesi, il rapporto ha stimato l’impatto di una futura pandemia da influenza A.
Ipotizzando 58,5 milioni di morti, l’introduzione di un vaccino potrebbe ridurre il numero a 23,9 milioni (-59%). Altri 2,7 milioni (nonostante l’aumento da 2,4 a 3,9 milioni nei Paesi ad alto reddito) sarebbero evitabili con criteri di distribuzione basati sulla popolazione e non sulla capacità di acquisto e ulteriori 1,9 milioni migliorando la fiducia della gente nei vaccini.
Alberto Minazzi



