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La centrale della risata: cosa succede nel cervello quando non riusciamo più a smettere di ridere

La centrale della risata: cosa succede nel cervello quando non riusciamo più a smettere di ridere

Perché davanti alla stessa battuta qualcuno scoppia a ridere fino alle lacrime e qualcun altro sorride appena? Un nuovo studio pubblicato su Trends in Neurosciences prova a entrare nella sala comandi della risata

Per molto tempo abbiamo pensato alla risata quasi come a una risposta automatica: qualcosa ci fa ridere, il cervello lo registra e noi partiamo.
In realtà, non ridiamo solo perché qualcosa è divertente.
Ridiamo per segnalare che siamo coinvolti, per condividere un’emozione, per stare al gioco, per accompagnare una conversazione. E qualche volta ridiamo semplicemente perché qualcun altro ha cominciato a farlo. La risata è contagiosa.
Ma perché?
Cosa accade nel nostro cervello quando ridiamo?
The neural basis of laughter, lo studio firmato da Fausto Caruana e Sophie K. Scott, pubblicato su Trends in Neurosciences il 23 giugno 2026, passa in rassegna gli studi più recenti sulla neurobiologia della risata, compresi quelli ottenuti grazie alla stimolazione elettrica diretta del cervello e alle registrazioni intracraniche.
E ci porta nella centrale di comando della risata, tra segnali che si accendono, circuiti che si mettono in comunicazione creando una rete, comandi che partono verso il volto, la voce, i muscoli, perfino il respiro.
Lasciandoci alla fine, come si suol dire, “piegati in due”.

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Ridere non è un gesto solo

Ci sono risate che nascono spontanee, che ci scappano anche quando magari non dovrebbero e che fatichiamo a trattenere.
E poi ci sono le risate “di circostanza”, quelle che facciamo per stare al gioco, per accompagnare una frase, per far capire a qualcuno che abbiamo capito la sua battuta.
Gli autori dello studio propongono riguardo questa distinzione, quella che definiscono una “dual-system framework”, un’architettura a due sistemi.
Come se nella centrale della risata ci fossero due pannelli: uno sembra essere molto antico. L’altro, invece, ha parecchio a che fare con una delle invenzioni più sofisticate del cervello umano: parlare.

Il pulsante che parte da solo

Il pulsante della risata spontanea si attiva automaticamente di fronte a una situazione buffa, al solletico, al contagio di una risata altrui.
È la parte più antica, più istintiva della rete e non coinvolge solo la bocca ma l’intero corpo oltre che, tra le regioni del cervello, il cingolato anteriore, lo striato ventrale e il polo temporale.
Lo studio lo definisce un “comportamento socio-emotivo complesso e dalle molte componenti”.
Perché ridere è un evento insieme emotivo, motoreo, corporeo e sociale.
Poi c’è il pulsante che possiamo premere noi.
Magari quando siamo a cena e qualcuno racconta una storia non proprio esilarante ma che ci fa sorridere.
E’ quello che lo studio definisce una “risata intenzionale”, che si appoggia a circuiti cerebrali coinvolti anche nella produzione della parola.

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Quando il sorrisino prende velocità

I due percorsi sono disgiunti, è come se la risata scorresse su due canali diversi, a seconda della tipologia.
Ma non è detto che i due canali non possano intersecarsi.
In alcune persone sottoposte dagli autori dello studio a stimolazione elettrica diretta di determinate aree cerebrali, aumentando la stimolazione si è potuti passare dal sorriso alla risata spontanea, accompagnata anche da un cambiamento dell’umore.
Non significa che tutti noi abbiamo nel cervello un cursore universale che funziona così, però dimostra che le diverse componenti della risata non sono interruttori completamente indipendenti.
Quando succede però che tutti i “pulsanti” si attivano insieme, appare la risata con la S maiuscola: quella che comincia con una cosa piccola e finisce con gli occhi pieni di lacrime.
Per il cervello, un gran lavoro: coordina il volto, la voce, il respiro, la muscolatura e mette in gioco contemporaneamente le componenti emotive e quelle legate alle sensazioni del corpo.
Le lacrime possono essere una delle conseguenze di questa grande attivazione.

Tra il “ridere di cuore” e l’abbozzo di un sorriso

Ma perché qualcuno ride fino alle lacrime e qualcun altro, davanti alla stessa battuta, fa appena un sorrisino?
Lo studio non descrive un particolare tipo di cervello incapace di ridere “di cuore”.
E non autorizza a dire che esista un fantomatico pulsante della risata poco sviluppato.
Ma offre una chiave interessante.
Capire qualcosa di divertente, provare divertimento e ridere non sono la stessa cosa.
Possiamo trovare una battuta spiritosa senza avere una grande reazione emotiva. Possiamo provare divertimento ma controllare l’espressione. Possiamo sorridere senza ridere. Possiamo ridere perché lo fanno gli altri.
E possiamo persino ridere senza essere particolarmente allegri.
È uno dei dettagli più curiosi emersi dagli studi di stimolazione passati in rassegna dagli autori: in alcune circostanze la stimolazione di regioni coinvolte nella produzione motoria della risata può provocare quella che il paper chiama “mirthless laughter”, una risata senza ilarità.

La risata non è solo una reazione

La risata non è solo una reazione. Ridiamo per qualcosa, certo.
Ma ridiamo anche per qualcuno.
Una risata dice: ho capito. Sono con te. Questa cosa mi diverte. Sono tranquillo. Possiamo giocare.
E proprio per questo la risata è contagiosa.
Sentire qualcuno ridere può spingerci a sorridere e, qualche volta, a ridere a nostra volta. Il cervello deve allora trasformare un segnale che arriva dall’esterno in una risposta del nostro stesso corpo.
È uno dei problemi che la ricerca deve ancora chiarire fino in fondo: come facciamo a passare così rapidamente dal vedere o sentire la risata di un altro al produrre la nostra? Lo studio lascia aperta proprio questa domanda.
Qualcuno, dall’altra parte del tavolo, ride. Un segnale arriva. Un pulsante si illumina. Poi un altro.
E prima ancora di aver deciso se la cosa è davvero così divertente, ci ritroviamo a sorridere.

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