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Da Lady Liquirizia alle imprenditrici del futuro. Quando il Made in Italy ha il volto di una donna

Da Lady Liquirizia alle imprenditrici del futuro. Quando il Made in Italy ha il volto di una donna
Donne imprenditrici

Viaggio nelle storie delle donne che hanno costruito aziende, mercati e identità. Da “Lady Liquirizia” Pina Amarelli alle protagoniste dell’industria, della moda, della tecnologia e dell’innovazione

Alcune mappe aiutano a capire un Paese.
Una di queste, tracciata dal Report Economia, sviluppo sostenibile, equità e territori, non solo testimonia il ruolo delle donne nel mondo produttivo italiano ma misura una vera e propria forza economica fatta di aziende, fatturati, bilanci, competenze, territori e storie personali.
Quelle di imprenditrici che hanno intravisto una possibilità prima degli altri, che hanno deciso di investire, di rischiare, di affrontare sfide, di trasformare un’intuizione in un’azienda. E di farla crescere.
Sono tante, in Italia, le storie di donne che hanno creato valore economico, sociale e culturale. Che hanno aperto nuovi mercati, formato persone e trasformato territori.
Il Report Economia, sviluppo sostenibile, equità e territori, presentato a Napoli nell’ultima tappa della mostra itinerante Made in Italy. Impresa al femminile, promossa dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ne racconta oltre cento.

Donne d’impresa che creano valore

Tra le protagoniste di questo racconto c’è Pina Mengano Amarelli, conosciuta anche come Lady Liquirizia.
Da oltre vent’anni Cavaliere del Lavoro e insignita della Mela d’Oro della Fondazione Marisa Bellisario, rappresenta una delle storie più emblematiche del Made in Italy.
Con lei la radice della liquirizia è diventata un simbolo internazionale, insieme al territorio dal quale nasce: la Calabria.
Le grandi imprese, a volte, nascono da intuizioni apparentemente piccole.
Ed è così che, nel primo Novecento, un’altra donna italiana ha saputo anticipare il futuro creando un modello di impresa talmente moderno da aver attraversato due rivoluzioni industriali.

imprenditrici
Pina Mengano Amarelli

Si tratta di Luisa Spagnoli: non solo la creatrice del Bacio Perugina e poi di collezioni di moda ancora sulla cresta dell’onda, ma una pioniera della gestione delle persone in azienda, della produzione industriale e della costruzione di un marchio.
C’è poi un terzo nome che si afferma nell’Italia degli anni Ottanta, in piena trasformazione industriale.
E’ quello di Marisa Bellisario, arrivata ai vertici di una grande azienda industriale costruendo una carriera internazionale.
Ma, solo per citarne alcune, ci sono anche Miuccia Prada, Emma Marcegaglia, Diana Bracco, Elena Zambon e Cristina Scocchia.
Le loro, sono storie diverse per epoca, settore e dimensione.
Ma sono tutte storie di imprenditrici che hanno contribuito a segnare il futuro del Paese e ad avere una firma di peso sul suo PIL.
L’imprenditoria femminile – ha sottolineato lo stesso Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso presente al forum degli Stati Generali delle Donne e alla presentazione, a Napoli, del Report Economia, sviluppo sostenibile, equità e territori – rappresenta oggi uno dei pilastri dell’economia italiana”.

Pina Amarelli, la donna che ha trasformato una radice calabrese in un marchio globale

La storia di Pina Amarelli è la storia di una scelta imprenditoriale: trasformare un prodotto naturale del territorio e un sapere tramandato da generazioni in un marchio riconosciuto nel mondo.
L’azienda di famiglia esisteva dal 1731. Alle spalle aveva quasi 3 secoli di esperienza.
Una storia solida, che poteva esser rischioso tentare di riscrivere.
Lady Liquirizia, però, ha lavorato sul marchio, sul packaging, sulla comunicazione, sull’apertura ai mercati internazionali, riuscendo a trasformare la Glycyrrhiza glabra in un racconto italiano.
La sua impresa è diventata un caso di studio su come un prodotto locale possa conquistare nuovi consumatori senza perdere la propria identità. La scatolina nera Amarelli è diventata un oggetto iconico. Non è soltanto packaging. È comunicazione d’impresa, esattamente come lo sono la Fabbrica della Liquirizia, il Museo Giorgio Amarelli, l’Archivio Storico di Famiglia e il recupero del Concio, il primo sistema industriale di estrazione del succo di liquirizia.
Raccontano insieme la storia dell’azienda, della liquirizia e della Calabria, trasformando la memoria in valore economico, perché creano relazioni con i clienti, visitatori, comunità.
Pina Amarelli, com’è stato rilevato durante la presentazione del report, “ ha dimostrato che il territorio non è un limite se diventa identità. Che la tradizione non è un peso se diventa innovazione. Che una storia lunga quasi tre secoli può ancora avere qualcosa da dire al futuro”.

Luisa Spagnoli: un lungo successo, dal cioccolato alla moda

La storia di Luisa Spagnoli è iniziata in un piccolo laboratorio artigianale del primo Novecento. E si è avviata verso il successo grazie a un’intuizione industriale giunta come soluzione per valorizzare ingredienti semplici riducendo gli sprechi.
La sua rivoluzione è nata dentro una pralina.
Con alcuni soci, tra i quali il marito, aveva fondato nel 1907 la Perugina. E qui ha inventato il “Bacio, il cioccolatino in cui le nocciole, spesso considerate un ingrediente secondario, si sono aggiunte al cioccolato.
Un prodotto che racconta un sentimento, che lega un sapore a un’emozione.
La parte forse più sorprendente della sua storia arriva però dopo, quando ha scelto di ricominciare concentrandosi sulla moda e creando uno dei marchi italiani più riconoscibili nell’abbigliamento femminile.
Pensava che un’impresa funziona meglio quando le persone che la fanno crescere stanno meglio. E ha tradotto quest’idea in una scelta manageriale introducendo servizi dedicati ai dipendenti, attenzione alle condizioni di lavoro e iniziative rivolte alle famiglie: scelte che oggi definiremmo welfare aziendale, ma che allora erano una visione completamente nuova.
Luisa Spagnoli è morta nel 1935, ma ha lasciato un modello destinato a durare. E ha contribuito a creare il Made in Italy puntando sulla qualità, sulla creatività, sulla capacità manufatturiera e il legame con il territorio.

baci

Marisa Bellisario, la prima manager donna della grande industria

Marisa Bellisario è un simbolo dell’Italia degli anni Ottanta e ha costruito la propria reputazione sul lavoro, sui risultati e sulla capacità di guidare organizzazioni complesse.
Nata nel 1935, laureata in Economia e Commercio, ha costruito una carriera internazionale che l’ha portata a confrontarsi con culture aziendali diverse. E’ stata alla guida della Olivetti in un momento in cui si stavano verificando dei grandi cambiamenti. L’elettronica avanzava, l’informatica modificava i mercati e la competizione internazionale diventava sempre più forte.
Sapeva che la tecnologia, da sola, non poteva bastare.
Così ha puntato sulla formazione, sulla valorizzazione delle competenze, sulla trasformazione continua: alle soglie, c’era il futuro digitale e lei ha visto prima degli altri ciò che stava arrivando.

Miuccia Prada, la donna che ha anticipato le tendenze

Miuccia Prada ha ereditato l’azienda di famiglia nata nel 1913 per la pelletteria di lusso e l’ha trasformata in uno dei simboli più riconoscibili della creatività italiana nel mondo.
Quando Miuccia Prada entrò, Prada è già un nome conosciuto. Era un laboratorio che produceva borse e accessori di lusso.
Prodotti associati a materiali preziosi, loghi evidenti, codici riconoscibili.
Lei puntò invece sul nylon.
Un tessuto tecnico, funzionale, quasi industriale.
Ma la borsa in nylon nero con il triangolo Prada diventò un oggetto destinato a cambiare il modo di intendere il lusso e l’azienda diventò un punto di riferimento culturale.
Anticipava le tendenze, costruiva un’identità, rappresentava un modo completamente nuovo di pensare il rapporto tra impresa e cultura.
La storia di Miuccia Prada occupa un posto particolare perché “dimostra che il valore non nasce solo dalla produzione ma anche dalle idee”.

Prada
Venezia 2025_ Prada store

 

Emma Marcegaglia, l’imprenditrice dell’acciaio

E’ con l’acciaio, un prodotto poco attrattivo e simbolo della grande industria, tradizionalmente considerato uno dei più duri e competitivi dell’economia, che Emma Marcegaglia ha costruito la propria storia imprenditoriale.
Anche per lei il punto di partenza è stata un’azienda di famiglia costruita nel tempo e solida, ma radicata in Italia.
Con Emma Marcegaglia, si è trovata a competere su scala internazionale.
Sullo sfondo, nuovi processi produttivi, crisi economiche, cambiamenti dei mercati, aumento della concorrenza globale.
E necessità di prendere decisioni importanti per trovare equilibrio tra crescita, sostenibilità economica e capacità di adattamento.

Diana Bracco, quando la ricerca diventa impresa

Il Made in Italy non è solo manifattura, moda o agroalimentare.
È anche ricerca, scienza, tecnologia. Diana Bracco, con la sua storia, racconta un volto meno conosciuto dell’impresa italiana: quello fatto di laboratori e di sperimentazioni nel settore chimico-farmaceutico.
Fondata a Milano nel 1927 dal padre, l’azienda Bracco ha puntato tutto sull’innovazione scientifica.
Un campo in cui non si può improvvisare.
Una delle grandi intuizioni della leadership di Diana Bracco è aver compreso il valore del capitale umano. E che era importante attrarre competenze e creare un ambiente in cui ricercatori, tecnici e specialisti potessero crescere.
Tanto da portare, insieme a lei, l’azienda a diventare un punto di riferimento internazionale nella diagnostica globale.

Elena Zambon, la forza del reinventare

Anche la storia di Elena Zambon nasce dentro una delle realtà più significative della farmaceutica italiana: un’azienda fondata nel 1906 a Vicenza da Gaetano Zambon e cresciuta nel corso del Novecento fino a diventare un gruppo internazionale.
E anche Elena Zambon ha affrontato la sua leadership portando avanti una visione fondata su innovazione, ricerca e cultura aziendale.

Cristina Scocchia, una nuova generazione di leadership italiana

Ci sono imprenditori che costruiscono aziende da zero. Altri che custodiscono e trasformano un patrimonio industriale. E ci sono manager chiamati a guidare organizzazioni già grandi attraverso momenti di cambiamento.
Cristina Scocchia appartiene a questa terza categoria.
La sua storia racconta l’impresa contemporanea: meno legata a un singolo prodotto, più concentrata sulla capacità di leggere i mercati, sviluppare persone, innovare processi e affrontare la velocità delle trasformazioni.
Dopo le radici territoriali di Amarelli, l’invenzione industriale di Luisa Spagnoli, la trasformazione tecnologica di Bellisario, la visione creativa di Prada, la forza manifatturiera di Marcegaglia e la ricerca scientifica di Bracco e Zambon, Cristina Scocchia rappresenta la capacità di guidare il cambiamento.

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