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L’inno che tutti conoscono e il ragazzo che non vide mai l’Italia

L’inno che tutti conoscono e il ragazzo che non vide mai l’Italia

Lo abbiamo imparato da bambini e dato per scontato come simbolo dell’Italia. Eppure l’Inno di Mameli è ufficiale solo dal 2017. Adesso c’è chi vuole inserirlo nella Costituzione.  Dietro quelle parole c’è la storia romantica e brevissima di un giovane morto a soli 21 anni

Siamo cresciuti con lui. Lo abbiamo cantato a squarciagola durante i Mondiali del 1982, del 2006 e agli Europei del 2021.
Lo conoscono tutti, almeno nel ritornello.
“Fratelli d’Italia” è sempre stato lì, insieme al Tricolore, nelle scuole, nelle cerimonie ufficiali, negli stadi e nelle grandi occasioni.
Eppure, quello che tutti consideriamo da sempre l’inno nazionale, è diventato ufficialmente tale soltanto nel 2017. E adesso potrebbe fare un altro passo ancora, entrando direttamente nella Costituzione italiana.

L’idea di metterlo accanto al Tricolore

Proprio in questi giorni il tema è tornato al centro del dibattito. Il 22 giugno, a Palazzo Madama, si è svolto un convegno dedicato al “Canto degli Italiani” e alla proposta di inserirlo nell’articolo 12 della Costituzione, quello che oggi parla esclusivamente della bandiera italiana.
Una modifica apparentemente simbolica, dietro la quale c’è però la volontà di dare dall’Inno di Mameli la stessa ufficialità, valore e tutela del tricolore, uno dei simboli fondativi della Repubblica.
Tra i partecipanti al convegno c’era anche il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che ha ricordato come sentirsi “Fratelli d’Italia” rappresenti qualcosa che va oltre la semplice cittadinanza.
Ed è qui che la storia si fa davvero affascinante.

Il ragazzo dai capelli lunghi che immaginò un Paese che ancora non esisteva

Perché dietro quelle parole che tutti abbiamo cantato almeno una volta nella vita non c’è un politico, né un generale, né un padre della patria già affermato.
C’è un ragazzo di appena vent’anni che sognava un’Italia ancora inesistente.
Goffredo Mameli era genovese, portava i capelli lunghi e respirava quell’aria di rivoluzione e speranza che in quegli anni attraversava un’ “Italia” che era ancora divisa in tanti Stati.
Era vicino agli ideali di Giuseppe Mazzini, voleva cambiare il mondo e, come succede spesso ai vent’anni, tra entusiasmo e convinzioni assolute, nel 1847 finì per scrivere quei versi che oggi conosciamo tutti e che, ancora prima di diventare inno, erano soprattutto un sogno.

Una melodia nata quasi per caso

Il testo arrivò a Torino nelle mani dell’amico Michele Novaro, musicista e compositore.
La tradizione racconta che Novaro ne rimase folgorato.
Lesse quei versi pieni di passione e si mise immediatamente al pianoforte, scrivendone la musica praticamente di getto.

inno
Il 10 dicembre 1847 il brano fu per la prima volta eseguito a Genova davanti al pubblico.
E si diffuse in poco tempo in tutta la penisola.

Mameli non vide mai l’Italia che aveva sognato

Goffredo Mameli non vide mai l’Italia unita.
Dopo aver scritto il suo canto, partecipò alle battaglie del Risorgimento e alla difesa della Repubblica Romana accanto a Giuseppe Garibaldi.
Durante uno scontro fu ferito a una gamba e subito fu chiaro che sarebbe stato impossibile salvarla.
I medici tentarono anche l’amputazione ma l’infezione peggiorò rapidamente e il giovane morì il 6 luglio 1849, all’età di solo 21 anni.
12 anni prima che l’Italia che aveva immaginato e sognato nascesse.

L’inno ignorato dai Savoia ma amato dagli italiani

Per lungo tempo il “Canto degli Italiani” non fu neppure l’inno ufficiale del Regno d’Italia.
I Savoia preferivano la Marcia Reale e guardavano con una certa diffidenza quel brano nato negli ambienti mazziniani e repubblicani.
Ma mentre gli inni ufficiali cambiavano, gli italiani continuavano a cantare quello di Mameli.
Così, quando nel 1946 nacque la Repubblica, fu proprio quel canto scritto da un ventenne romantico a diventare il simbolo musicale del nuovo Paese.
E forse è questa la parte più bella della storia.
Perché, quasi centottant’anni dopo, quelle parole le cantano i bambini a scuola, gli atleti sul podio, le cantiamo noi, davanti alla televisione, quando gli Azzurri scendono in campo.
E adesso potrebbero trovare posto anche nella Costituzione.

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