L’OMS dichiara il secondo livello di emergenza più alto: il ceppo che si sta diffondendo tra Congo e Uganda non ha ancora vaccini né cure specifiche
Dopo il Covid, non era più accaduto.
Oggi, però, l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha dichiarato il livello di allerta più alto dopo quello che, nel 2021, ci ha portati alla pandemia.
Non siamo di fronte a una situazione analoga.
Tuttavia, quanto sta accadendo in questi giorni in Africa centrale, preoccupa non poco gli esperti.
Nella Repubblica Democratica del Congo e nei Paesi confinanti, infatti, si sono registrati 88 morti e 366 casi sospetti di Ebola.
Al di là dei numeri, già elevati e probabilmente al rialzo visto le condizioni di accertabilità che ci sono nel Paese, è soprattutto il ceppo del virus, una rara variante di Ebola, il Bundibugyo, per la quale non esiste cura né vaccino.
Il nuovo focolaio
L’epidemia si sta sviluppando soprattutto nell’est della Repubblica Democratica del Congo, un’area già devastata da conflitti armati, povertà estrema e infrastrutture sanitarie fragili.
I casi sospetti sono almeno 336, mentre i contagi confermati in laboratorio continuano ad aumentare.
Nelle ultime ore è stato individuato anche un caso nella città di Goma, una metropoli al confine con il Ruanda e controllata dalla milizia M23. Si tratta di una donna risultata positiva dopo essersi spostata da Bunia, dove il marito era morto proprio a causa dell’Ebola.
Due casi sono stati confermati anche in Uganda. Qui un uomo di 59 anni è morto dopo essere risultato positivo al virus.

Perché questo Ebola è diverso
Il ceppo Bundibugyo ebola virus è stato identificato per la prima volta nel 2007 proprio in Uganda.
È meno letale rispetto al ceppo Zaire — quello storico scoperto nel 1976 — ma resta estremamente pericoloso: il tasso di mortalità può arrivare al 50%. Uccide una persona su due.
I sintomi iniziali, spiega l’OMS, “sono simili a quelli di molte infezioni tropicali: febbre alta, dolori muscolari, stanchezza, mal di testa e mal di gola. Successivamente possono comparire vomito, diarrea, eruzioni cutanee, ed emorragie interne ed esterne”.
Il contagio avviene attraverso il contatto con fluidi corporei infetti, sangue o tessuti contaminati. Una persona diventa contagiosa solo dopo la comparsa dei sintomi, ma il periodo di incubazione può durare fino a 21 giorni, rendendo molto difficile tracciare tutti i contatti.
Nessun vaccino disponibile
I vaccini oggi esistenti contro Ebola sono efficaci soprattutto contro il ceppo Zaire, responsabile delle epidemie più devastanti degli ultimi anni.
Per il Bundibugyo, invece, non esiste ancora una protezione approvata su larga scala.
Questo significa che medici e operatori sanitari possono contare quasi esclusivamente sull’isolamento dei pazienti, il tracciamento dei contatti e sulle misure di contenimento.
In un Paese enorme come la Repubblica Democratica del Congo — quasi otto volte l’Italia — tutto questo diventa complicatissimo. Molte zone colpite sono isolate, difficili da raggiungere e prive di strutture ospedaliere adeguate.
“Le persone muoiono in casa”
A rendere il quadro ancora più drammatico sono le testimonianze arrivate dal territorio.
“Abbiamo visto morire persone nelle ultime due settimane. Non c’è un posto dove isolare i malati”, ha raccontato Isaac Nyakulinda, rappresentante della società civile locale, all’agenzia France Presse.
In molte aree i malati restano nelle abitazioni familiari e i corpi vengono maneggiati senza protezioni adeguate: una delle principali vie di diffusione del virus.
Anche Medici Senza Frontiere ha annunciato la preparazione di una risposta “su larga scala”, definendo la diffusione dell’epidemia “estremamente preoccupante”.
Una minaccia che il mondo conosce bene
Non è la prima volta che il Congo affronta Ebola. Questa è già la 17ª epidemia registrata nel Paese.
La più devastante resta quella del 2018-2020, che provocò quasi 2.300 morti.
Negli ultimi 50 anni il virus ha ucciso circa 15.000 persone in Africa.



