Dalle ex discariche alle aree industriali contaminate, 31 milioni del Pnrr spingono la fase finale delle bonifiche in 9 territori: obiettivo 70% entro giugno 2026
Sono chiamati “orfani” perché non è più identificabile un responsabile diretto che, secondo quanto prevede la legge italiana, paghi per l’inquinamento ambientale che è derivato dalle attività industriali che erano insediate in quei siti. E la catena di conseguenze che ne deriva è seria.
Perché le necessarie bonifiche delle aree, affidate ai Comuni, in questi casi spesso si bloccano, i terreni restano inquinati e possono così continuare a contaminare falde acquifere e aria, oltre al suolo. Con, logicamente, un potenziale impatto anche sulla salute pubblica. Per tacere dell’impossibilità di riutilizzare, in prospettiva, i siti in questione, vincolando a lungo il territorio.
Proprio per smuovere situazioni ferme da anni, attraverso il Pnrr sono state stanziate importanti risorse, circa 500 milioni di euro complessivi, da destinare a interventi nelle zone ritenute maggiormente critiche. Il nodo della questione, allora, si è spostato sul rispetto delle tempistiche, costringendo in diversi casi a vere e proprie corse contro il tempo. In tal senso, però, una buona notizia arriva dal Veneto.
Il risanamento dei siti orfani veneti entra nella fase conclusiva
L’assessore regionale all’Ambiente, Elisa Venturini, ha infatti appena annunciato l‘entrata nella fase conclusiva del piano della Regione per la riqualificazione ambientale dei siti orfani che il Veneto ha individuato nell’ambito del Pnrr. Grazie agli oltre 31 milioni di euro messi a disposizione e investiti e alla costante collaborazione col Ministero è stato infatti possibile far progredire il risanamento di 9 aree, distribuite su 8 territori comunali.
Il piano veneto prevede operazioni specifiche per ogni area, mirate a rimuovere le fonti di inquinamento e ripristinare la sicurezza del suolo. E la struttura tecnica regionale prevede che verranno rispettati i traguardi temporali fissati. Si stima infatti di poter riqualificare almeno il 70% della superficie complessiva dei siti entro il 30 giugno 2026. A tal fine, per accelerare le operazioni, è stato approvato dalla Giunta regionale un nuovo schema di accordo di programma.
La Regione ha cioè stabilito un’anticipazione dei finanziamenti pari al 30% per consentire ai Comuni, a cui è stato affidato il compito dell’attuazione concreta degli interventi, di procedere speditamente con le fasi operative. La Regione, ha mantenuto invece un forte ruolo di regia e coordinamento, fornendo un supporto tecnico, amministrativo e di monitoraggio. E se il meccanismo si dimostrerà efficace, potrebbe diventare un esempio replicabile anche in altre realtà territoriali italiane, visto che non tutte le Regioni sono riuscite a organizzarsi così rapidamente.
“Il nostro obiettivo primario – sottolinea Venturini – è sanare ferite aperte nel territorio che per troppo tempo sono rimaste in attesa di una soluzione. Bonificare un “sito orfano” non è solo un atto tecnico, ma un dovere verso i cittadini: significa trasformare zone degradate e potenzialmente pericolose in spazi sicuri, riducendo al contempo l’occupazione di terreno e favorendo il risanamento urbano. Restituire queste aree alla collettività, eliminando le minacce per l’ambiente, rappresenta una priorità assoluta per la qualità della vita nelle nostre province”.
La strategia del Veneto sui “siti orfani”
I cantieri aperti sul territorio veneto riguardano 9 siti orfani di 5 province: un numero intermedio, nel panorama nazionale, ma con interventi abbastanza mirati e concentrati. I siti possono essere suddivisi sulla base di diverse categorie relativamente alla tipologia dei siti coinvolti. Vi sono in primo luogo le ex aree industriali, dove il rischio principale è legato alla contaminazione chimica. La seconda tipologia è quella delle ex discariche di rifiuti, in cui il problema-chiave è il percolato e l’attenzione massima si rivolge alle falde acquifere.
Ancora, ci sono ex cave, in cui la questione non è legata tanto all’attività estrattiva, quanto al possibile rischio di successivo riempimento con materiali non controllati. Infine, le aree urbane riqualificare e i siti urbani contaminati, per esempio per la presenza passata di distributori di carburanti, hanno un impatto più localizzato, ma comunque da non sottovalutare, soprattutto per la vicinanza alle abitazioni. I siti più pericolosi, del resto, non sono quelli più visibili, ma quelli che possono contaminare l’acqua o restare irrisolti per decenni.
I siti che maggiormente possono incidere su salute, ambiente e quotidianità delle persone sono allora quelli delle ex discariche, critici per le infiltrazioni che continuano a contaminare l’acqua. Le bonifiche più lunghe e costose, invece, riguardano le aree ex industriali, in particolare quelle ex chimiche, i cui contaminanti risultano più persistenti e difficili da degradare. Quanto ai possibili rilasci dalle cave riempite, più lenti, hanno un potenziale impatto intermedio.
In generale, i siti orfani del Veneto su cui si sta intervenendo sono quasi tutti l’eredità storica di 3 grandi fasi. Si parte dal boom economico tra gli anni ’50 e ’70 dello scorso secolo, quando si registrarono un’industrializzazione e un’urbanizzazione rapide e poco regolate. Tra gli anni ’70 e i ’90, invece, il problema principale si legò alla gestione dei rifiuti, anche in questo caso troppo “libera”. Nel decennio successivo, infine, emersero i problemi, ma la transizione normativa nella gestione ambientale rese complicato individuare i responsabili.
I siti orfani al centro del piano del Veneto
Nel piano Veneto, il primo pacchetto, di 4 interventi, è relativo all’area veneziana e al bacino scolante. In primis, a Forte Marghera di Mestre, è in atto un grande progetto di pulizia e rimozione dei terreni contaminati per rendere fruibili ai cittadini ben 75 mila metri quadri di area verde e storico-militare, interessata dal ‘900 anche da un progressivo uso industriale e oggi al centro di una grande rigenerazione urbana.
Un altro sito orfano veneziano sono le ex cave Casarin, molto utilizzate nel boom edilizio del dopoguerra, dove si sta completando la bonifica dei terreni per eliminare ogni residuo inquinante. Spostandosi in provincia, ci sono l’ex discarica di via Luneo, a Spinea, che vede attualmente in atto l’intervento finale per la messa in sicurezza permanente dell’area, isolando i vecchi rifiuti dall’ambiente circostante, e l’ex stazione travaso di Cavallino-Treporti, dove avveniva il carico dei rifiuti, interessata da una pulizia profonda del terreno e rimozione dei materiali inquinanti.
Sempre nel Veneziano, ma in questo caso nel Veneto Orientale, a Portogruaro c’è il sito dell’ex industria chimica Perfosfati, produttrice di fertilizzanti, la cui area sta venendo messa in sicurezza per bloccare la diffusione di sostanze nocive. Uno dei progetti economicamente più rilevanti è poi quello dell’ex cava Bastiello di Isola Rizza, nel Veronese, sottoposta ad estrazione intensiva per l’edilizia tra gli anni ’60 e ’80: 7,5 milioni per completare la bonifica totale.
Infine, nel Padovano si sta procedendo alla bonifica dell’area di un vecchio distributore di carburanti in via La Marmora, a San Martino di Lupari, con la pulizia della terra circostante; nel Rodigino, ad Adria l’ex discarica Soceic, collegata probabilmente in passato a diverse attività industriali polesane, è soggetta a messa in sicurezza con sistemi di isolamento a protezione delle falde acquifere; nel Vicentino, a Sarego, sono in corso analisi dettagliate e pulizia dei terreni per restituire sicurezza ambientale a un sito precedentemente compromesso.
La bonifica dei siti orfani in Italia
Il piano del Veneto si inserisce all’interno di un programma nazionale che ha visto il censimento di centinaia di siti, ritenuti critici per lo stallo pluriennale dovuto all’impossibilità di bonificarli senza fondi pubblici, ma anche per il loro posizionamento spesso in aree urbane o periurbane, e mira al raggiungimento dell’obiettivo europeo della bonifica di almeno il 70% delle superfici entro il 2026.
Guardando ad altre realtà italiane, la Campania ha ricevuto circa 60 milioni di fondi Pnrr, puntando in particolare alla rigenerazione economica, oltre che ambientale, attraverso un riuso delle aree con destinazione urbana o immobiliare. La Lombardia, con oltre 50 milioni di euro, ha scelto invece la strada della bonifica di circa 42 siti piccoli ma diffusi. Priorità diverse che rispecchiano anche le differenze storiche nello sviluppo economico, urbanistico e industriale.
Alberto Minazzi



