Nel nuovo rapporto Censis, l’evoluzione dei costumi sessuali nell’ultimo quarto di secolo, tra ruolo del porno e nuove pratiche online, identità di genere e “cultura del consenso”
Era il 1995 e la battuta del coatto Ivano nel film “Viaggi di nozze” divenne subito cult. “O famo strano?”, chiede il personaggio interpretato dal regista Carlo Verdone a Claudia Gerini, nei panni della sua compagna Jessica.
Sono passati più di 30 anni e si può davvero dire che quel che allora strappò le risate al pubblico fa ormai parte della nostra quotidianità.
Perché la sperimentazione in campo sessuale, nell’ultimo quarto di secolo trascorso dall’ultima grande ricerca sui nostri comportamenti nell’intimità, in generale non è più considerata trasgressione.
Lo conferma il fatto che la sede “naturale” in cui provare qualche pratica meno tradizionale non è più la scappatella, ma nella gran parte dei casi proprio la coppia, che sta dimostrando una, forse inattesa, grande stabilità.
Gli italiani e il sesso: una questione “di coppia”
Queste considerazioni sull’evoluzione del nostro rapporto con la sfera della sessualità sono uno dei principali risultati emersi dal rapporto “Il piacere degli italiani. Come cambiano i costumi sessuali”, appena presentato dal Censis.
L’istituto di ricerca socio-economica ha infatti realizzato, a 25 anni di distanza dalla precedente, una nuova ricognizione delle nostre abitudini sessuali, interpellando un campione rappresentativo di 1.000 italiani tra i 18 e i 60 anni. E, tra i dati che stupiscono maggiormente, c’è appunto quello che sembra in controtendenza rispetto alla comune idea di una società attuale estremamente libera e fluida anche in questo ambito specifico. Perché l’80,4% degli italiani ha risposto di aver rapporti sessuali esclusivamente con la persona con cui ha una relazione stabile di coppia, con un 12% che fa sesso occasionale e un residuo 6,2% tanto col partner “fisso” che con altri occasionali. Del resto, ben il 67% del campione (con una prevalenza, 71,2% contro 63%, delle donne) è convinto che nei rapporti di coppia che durano nel tempo non necessariamente prevale la noia, proprio in quanto ritiene che sia possibile prevenire tale rischio. Inoltre, il 68,9% delle persone con una relazione stabile è soddisfatto della propria vita sessuale: un livello decisamente superiore al 29,8% dei single.
Le pratiche estreme e l’approccio al sesso
Il Censis, come accennato, individua un ulteriore segnale di cambiamento proprio guardando alle esperienze di pratiche più estreme e sperimentali. In occasione del precedente approfondimento sul tema, risalente al 2000, chi ammetteva di aver provato rapporti a 3 o più persone era per esempio lo 0,7% delle donne e il 3,2% degli uomini: oggi, le percentuali sono salite rispettivamente al 6,8% e al 20,1%.
Aumenta anche il cosiddetto “body count”, ovvero il numero di persone con cui un individuo ha avuto rapporti sessuali nel corso della propria vita: le donne che hanno avuto un solo partner sono scese dal 59,6% al 27,6% e la quota di quelle che hanno dichiarato di averne da 6 in su è salita da 8,4% a 21,8%. Variazioni di stesso segno, sia pur più contenute, anche tra gli uomini: si ferma oggi a un solo partner il 15,2% del totale (la percentuale, 25 anni fa, era del 24,9%) e chi ha superato quota 6 è attualmente il 33,7%, contro il precedente 32,8%.
È curioso, poi, leggere l’evoluzione nell’età del primo rapporto sessuale: tra le femmine questo è avvenuto prima della maggiore età nel 35,8% dei casi (nel 2000 la quota era del 29,3%), pareggiando in sostanza i maschi (29,4%), per i quali il trend (si partiva dal 46,7%) è stato di segno decisamente contrario. In questa ultima prospettiva, incide, del resto, anche il ruolo della rete: il 32,5% del campione ha dichiarato di aver conosciuto partner sessuali tramite i social media.

Dai “performanti” agli “astinenti”
Riguardo alla frequenza dei rapporti sessuali, completi o incompleti che siano, gli italiani sono stati divisi in 5 categorie.
Ci sono i “Performanti” (5,3%), che praticano sesso ogni giorno indipendentemente dalla fascia d’età, gli “Attivi” (20,9%), che lo fanno due o tre volte la settimana, i “Regolari” (27,3%), una volta la settimana, i “Saltuari” (21,9%), una volta ogni 1 o 4 mesi, gli “Occasionali” (7,1%), una volta ogni 5/6 mesi o più e gli “Astinenti” (8,5%), che non lo fanno mai e che nel 32,5% dei casi sono single ma nel 3,8% dei casi sono in relazione di coppia stabile.
“Gli uomini – si legge nel Report – tendono a collegare la ridotta frequenza dei rapporti a fattori esterni come la disponibilità o le scelte del partner (indicata dal 30,4% degli uomini, contro l’11,4% delle donne)” mentre la parte femminile adduce per lo più motivazioni legate a sé: “la stanchezza, le difficoltà di gestire il tempo e la mancanza di energie, oppure la necessità di concentrare le proprie attenzioni su altri ambiti della vita“.
Ma quanto tempo alla fine si dedica al sesso in Italia?
Solo per il 17,1% la durata dei rapporti sessuali, inclusi i preliminari, supera i 30 minuti. Per il 44% il tutto si risolve tra i 16 e i 30 minuti, mentre per il 35,5% tra i 6 e i 15 minuti.
Ma c’è anche un 3,4% che dichiara di non dedicare più di 5 minuti.
Trasgressioni: tra internet e pornografia
L’impatto delle nuove tecnologie sulla sfera dei costumi sessuali è ancor più evidente tornando a ragionare di pratiche sessuali a tasso più o meno elevato di trasgressività. Il rapporto Censis, per esempio, dice che a ricevere immagini di tipo pornografico sono il 37% dei 18-34enni, il 32,2% dei 35-44enni, il 26,9% dei 45-60enni.
Chi invece pratica attivamente il “sexting”, cioè l’invio, la ricezione o la condivisione di messaggi, foto, audio o video a contenuto sessualmente esplicito, è pari al 43,4% dei 18-34enni, al 33,6% dei 35-44enni e al 19,2% dei 45-60enni, con quote specifiche di chi invia immagini pornografiche attestate rispettivamente al 31,2%, 21,8% e 14,3% per le 3 fasce d’età. Altri 2 aspetti affrontati dal rapporto sono la masturbazione a distanza con altre persone (praticata dal 28,3% dei 18-34enni, dal 23,8% dei 35-44enni e dal 14,5% dei 45-60enni) e l’abitudine di fotografarsi o riprendersi per video durante i rapporti sessuali, dichiarata dal 15,9% dei 18-34enni, dal 17,9% dei 35-44enni e dall’11,6% dei 45-60enni. Ciò non erode, tutt’altro, lo spazio della pornografia “classica”, con un 38,9% del campione che ritiene che guardando questi contenuti sia possibile imparare cose nuove che migliorano la propria sessualità. Scendendo nel dettaglio, il 59,3% degli italiani (76% degli uomini e 42,5% delle donne) guarda porno da solo, con una forbice per età che varia dal 55,6% dei 45-60enni al 66,2% dei 18-34enni. Li guarda in coppia invece il 26%, con un sostanziale equilibrio tra maschi e femmine (27,3% contro 24,6%) e un’inversione tra fasce d’età: si va dal 27,8% degli over 45 al 23,7% degli under 35.
La variabile identità di genere e la contraddittoria “cultura del consenso”
Tematiche particolarmente attuali sono infine quelle relative a identità di genere e orientamenti sessuali da un lato e cosiddetta “cultura del consenso” dall’altro. Sul primo fronte, non si riconosce in una identità di genere netta ed esclusiva il 16,3% del totale, con una punta del 21,9% tra i più giovani. Parallelamente, il 58,3% di chi sa di cosa si tratta ritiene che i movimenti LGBTQIA+ siano importanti perché combattendo le discriminazioni migliorano la società.
Del resto, per il 75,7% degli italiani (salendo all’81% tra i giovani), nel nostro Paese ci sono ancora troppe discriminazioni nei confronti delle persone non cisgender e/o non eterosessuali. Come noto, nella società attuale non mancano comunque anche pesanti e ancora irrisolte problematiche, a partire da quelle della violenza, anche all’interno dei rapporti “classici” tra persone di sesso diverso ben definito. E i dati contraddittori contenuti nel rapporto Censis confermano quanto ci sia da lavorare anche su questo fronte. La quota di chi ritiene sempre possibile comprendere quando una donna non desidera un rapporto sessuale è per esempio del 66,1% (60,6% degli uomini e 71,7% delle donne, con un massimo per fascia d’età del 69,5% tra i 35-44enni). Ma c’è anche un 47% di persone (c’è una differenza di appena 0,2 punti percentuali guardando al genere di chi ha risposto) che concordano con l’idea che indossare determinati abiti o adottare taluni comportamenti come l’uso di droghe o l’eccessiva assunzione di alcol espongano le donne al rischio di subire violenza sessuale. Una posizione che supera la metà del campione (52,6%) se si guarda agli italiani tra i 45 e i 60 anni.
Alberto Minazzi





