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Veneto, terra di suoni, di artisti e di musica

Veneto, terra di suoni, di artisti e di musica
Gigliola Cinquetti, 1964

Dalla “ragazza del Piper” ai giovani talenti, tra voci e suoni che attraversano generazioni

Nella versione cartacea del nostro magazine mensile, a puntate potrete ripercorrere le tappe fondamentali della musica “made in Veneto” dagli anni ’60 a oggi. Pubblichiamo qui le prime tre uscite di questo appuntamento che trovate e potete eventualmente conservare, nei numeri in edicola

 

Nell’ultima edizione di Sanremo, sono stati tre i giovani veneti selezionati per poter partecipare al Festival per eccellenza della canzone italiana.
E non rappresentano l’eccezione di una provenienza che, negli anni, non ha mancato di far arrivare non solo sul palco dell’Ariston ma ai più alti livelli, cantanti, compositori e band.
Il Veneto non è Milano o Roma, dove si trovano le case discografiche più importanti, ma ha saputo dare un proprio importante contributo alla musica italiana spaziando dal pop al rock, dal reggae alla new wave.
E ancora continua a farlo, con “vecchi” e nuovi nomi alla ribalta.

La ragazza del Piper

Lo fa Patty Pravo, la Nicoletta Strambelli veneziana che si è formata al Conservatorio Benedetto Marcello e che, dalla laguna, è approdata a Roma diventando, nei mitici anni’60 “la ragazza del Piper”.
Un locale notturno e un punto di aggregazione cultuale e mondano che ha lanciato allora grandi personaggi della musica e dove Patty ha conosciuto persino Jimi Hendrix. La Pravo (il riferimento è al verso dell’Inferno dantescoguai a voi anime prave”, ovvero malvagie) cantava allora “Se perdo te”, cover di un brano di Sonny & Cher ma non sarebbe mancato molto al successo dei suoi primi singoli e, soprattutto, alla sua consacrazione, con il brano “La bambola”, nel 1968.

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Patty Pravo

Era solo l’inizio di un’evoluzione musicale in continua sperimentazione.
Pochi artisti come lei hanno saputo “cavalcare” tendenze musicali e generi, mantenendo però una forte connotazione personale.
Dalla ribellione giovanile degli inizi ha saputo passare ad un sound più ricercato, mantenendo uno stile personalissimo che la rende unica ancor oggi e non solo in Italia.
Il pubblico la ama, la supporta e la segue, intonando, attraversando intere generazioni, “Pazza idea” (1973), “Pensiero stupendo” (1978) e “...E dimmi che non vuoi morire” (1997).
In oltre cinquant’anni di carriera (l’ultimo album “Red” è del 2019) ha avuto modo di collaborare con il meglio della musica italiana: Lucio Battisti, Paolo Conte, Francesco Guccini, Gino Paoli, Riccardo Cocciante, Francesco De Gregori, Bruno Lauzi, Antonello Venditti, Ivano Fossati, Vasco Rossi, Mango, Lucio Dalla, Roberto Vecchioni, Enrico Ruggeri, Franco Battiato.
A Venezia ci è ovviamente tornata molte volte, per suonare in Piazza San Marco al Carnevale, o per esibirsi al teatro La Fenice. I suoi ricordi sono però quelli di quando era ragazzina, di una Venezia meno turistica e più romantica.

Gigliola, la “bambina prodigio” diventata una star

Patty Pravo è stata un’esplosione che è arrivata come un uragano nella musica italiana, ma già prima di lei una cantante veneta aveva raggiunto l’apice del successo con un brano rimasto nei ricordi di tutti: “Non ho l’età”.
Gigliola Cinquetti, veronese, aveva infatti appena 16 anni in quell’inverno del 1964 quando vinse il Festival di Sanremo aggiudicandosi anche il “titolo” di “bambina prodigio”.
La stessa che bissò il successo qualche settimana dopo all’Eurofestival a Copenaghen.
Quella fu la prima delle sue dodici apparizioni al Festival della Canzone Italiana, che rivinse nel 1966 in coppia con Domenico Modugno con il brano “Dio come ti amo”.

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Gigliola Cinquetti

Nella fase successiva della sua carriera ha recuperato alcuni brani della tradizione folk, per rimbalzare di nuovo in testa alle classifiche nel 1973, quando ha vinto Canzonissima con “Alle porte del sole”. E poi diventare una star internazionale partecipando all’Eurofestival, a Brighton, dove si è classificata al secondo posto con il brano “”.
La sua più recente partecipazione internazionale risale al maggio scorso quando, a Torino, è tornata a cantare come ospite, all’Eurovision Song Contest, il brano che l’ha lanciata “Non ho l’età”.
La sua ultima partecipazione a Sanremo è invece del 1995 con un brano scritto da Giorgio Faletti “Giovane vecchio cuore”, ma è  “Io che non vivo” (senza te), presentata al Festival nel 1965, che ha ottenuto il maggior successo.

Il maestro delle grandi colonne sonore: Pino Donaggio

L’aveva scritta Pino Donaggio, veneziano, altro grande della musica italiana.
Nativo di Burano, si è formato come musicista al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia e al Verdi di Milano, dove ha collaborato con il maestro Claudio Abbado.
“Convertito” a un sound più moderno, Donaggio aveva già partecipato a diverse edizioni del Festival ma quel brano, nella versione in lingua inglese eseguita da Dusty Springfield con il titolo “You Don’t Have to Say You Love Me” , diventò una hit a livello internazionale, tanto che persino Elvis Presley la inserì nel suo repertorio.

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Pino Donaggio nella sua casa a Venezia

Se i più giovani forse non conoscono le canzoni del primo periodo del percorso artistico di Pino Donaggio, è probabilmente molto difficile che qualcuno non abbia mai sentito la sua musica, perché dagli inizi degli anni settanta il compositore veneziano è diventato un acclamato autore di musica da film, collaborando con importanti registi, soprattutto americani.
Il suo debutto in questo campo è legato alla sua città natale, dove fu ambientato “A Venezia… un dicembre rosso shocking”, un singolare thriller parapsicologico interpretato da Donald Sutherland e Julie Christie.
Subito dopo iniziò una collaborazione, che durò diversi anni, con Brian De Palma, per il quale ha realizzato le colonne sonore di “Carrie”, “Vestito per uccidere”, “Blow out”, “Omicidio a luci rosse”, “Raising Cain”, “Doppia identità”.

Tante anche le musiche per i film horror (“Piranha” e “L’ululato” di Joe Dante, “Trauma” di Dario Argento, per citarne alcuni), non disdegnando nemmeno i toni più leggeri della commedia (“Non ci resta che piangere”, “7 chili in 7 giorni” e molti altri).
E chi se lo fosse perso al cinema o nelle piattaforme di streaming, avrà certamente ascoltato la sua musica nelle serie TV di maggior successo degli ultimi anni, da “Don Matteo” a “Il Maresciallo Rocca” o “Ad un passo dal cielo”.
Ancora oggi, dal suo splendido studio che si affaccia sul Canal Grande, a due passi dalla Chiesa della Madonna della Salute, a Venezia, compone musica straordinaria.
“Non mi trovo bene a scrivere da altre parti, soprattutto a Los Angeles non ci riuscivo proprio. Qui a Venezia basta girare un po’ per essere immersi dall’arte ed è più facile trovare ispirazione – ha dichiarato durante un’intervista a Metropolitano.it -. Qui sono le mie radici e la gente, soprattutto in quest’ultimo periodo, mi ferma per strada e mi dice di essere fiera che io sia veneziano e questo ovviamente mi fa piacere”.

Red Canzian, dei Pooh e le Orme: storie di grandi successi

Tra gli artisti veneti che hanno calcato con grande successo le scene nazionali, c’è anche un componente dei Pooh, gruppo che ha fatto la storia della musica leggera italiana e di cui fa parte il trevigiano Red Canzian.

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Nato nel 1951 a Quinto di Treviso, Bruno Canzian, in arte Red, aveva già diverse esperienze discografiche all’attivo quando, nel 1971, al Festivalbar, incontrò i Pooh.
Ma entrò nel gruppo solo due anni dopo, quando Riccardo Fogli decise di lasciare la band.
Red fu scelto al termine di una lunga selezione di oltre 300 musicisti. Da lì in poi, fu una serie interminabile di successi.

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Non era scontato per un musicista, sia pur di grande esperienza e gavetta, proveniente da un’area geografica un po’ “ai confini dell’impero” ovvero lontana dalle città come Roma e Milano, dove hanno sede le grandi case discografiche.
“Siamo stati ai confini anche un po’ per colpa nostra – analizza l’artista trevigiano – c’era in realtà allora un fermento musicale incredibile in Veneto, c’erano mille gruppi tra Venezia, Padova e Treviso negli anni sessanta, solo che non sapevamo “esportarli”. E devo dire che i musicisti veneti in quegli anni avevano anche tutti un po’ di spocchia, di presunzione. Io che mi divertivo a suonare anche cose molto pop, venivo preso un po’ come un matto”.
Che alla fine, però, ce l’ha fatta, a dispetto di molti che invece non hanno trovato un loro posto nel mondo della musica nazionale e internazionale.

Red Canzian non è mai stata persona alla quale piacesse stare con le mani in mano. Ed è apparso subito evidente.
Non bastasse tutto quello che è riuscito a fare con i Pooh, tantissimi sono i progetti che ha seguito negli anni in prima persona.
Tra questi, la creazione della Fondazione Q, dedicata alla scoperta e al supporto di giovani talenti musicali, la produzione di dischi di altissimo livello come quello delle sonate al pianoforte del giovanissimo Alberto Tessarotto di Oderzo, del quartetto d’archi che interpretava canzoni rock, di Arianna Cleri, vincitrice, a sedici anni, del programma TV “Io canto”. Nei suoi studi a Milano ha aperto una scuola di canto e musica dalla quale “ogni tanto succede che emerga qualche talento”, dice.
Nel 2012 Red ha anche pubblicato la sua autobiografia, “Ho visto sessanta volte fiorire il calicanto”, e il suo secondo album solista, “L’istinto e le stelle”, dopo “Io e Red”, del 1986. Nel 2018 ha poi partecipato da solo al Festival di Sanremo con il brano “Ognuno ha il suo racconto”, che anticipava il nuovo album “Testimone del tempo”.
Dopo lo spettacolo “Red in blue”, in cui si è raccontato attraverso le canzoni, ha messo infine in scena, nel 2022, Casanova Operapop”, ispirato alla Venezia del ‘700, grandissimo successo che continua a calcare i più grandi palchi teatrali.

All’ultimo Festival di Sanremo, Red è tornato a suonare con gli altri Pooh, con i quali terrà a breve una serie di concerti.

Le Orme

Altro gruppo, originariamente tutto veneziano, sono “Le Orme”, che ormai hanno superato i cinquant’anni di carriera, riuscendo a destreggiarsi tra le mode e a mantenersi attivi nonostante gli innumerevoli cambi di formazione, come testimonia l’imminente uscita di un nuovo album.
Il gruppo si è formato nel 1966 a Marghera.
Inizialmente ne facevano parte Nino Smeraldi e Aldo Tagliapietra, ai quali presto si sono aggiunti Claudio Galieti e Marino Rebeschini.
Sembra che inizialmente volessero chiamarsi “Le Ombre”, tributando un omaggio alla band inglese Shadows, ma, anche per evitare l’assonanza con il tipico bicchierino di vino a Venezia, il nome venne presto cambiato in “Le Orme”.
Inizialmente legati al sound beat dell’epoca, con il nuovo batterista Michi Dei Rossi, che ha poi sostituito Rebeschini, e con Tony Pagliuca alle tastiere, hanno inciso il primo album nel 1968: “Ad Gloriam”.
Partito Galieti per il servizio militare, sostituito al basso da Tagliapietra e andatosene anche Smeraldi, il gruppo si è trasformato in un trio.

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Un paio di viaggi in Inghilterra, la scoperta del rock progressivo, la decisione di portarlo anche in Italia.
Sono nati così gli album Collage  nel 1971 (considerato il primo disco di prog italiano), seguito da “Uomo di pezza” nel 1972, “Felona e Sorona” nel 1973 e “Contrappunti” in quello successivo.
Tutti album caratterizzati da un sound di una certa complessità compositiva affine alla musica colta e tematiche dei testi molto diverse da quelle in voga all’epoca.
Se oltre il confine era il periodo dell’affermazione, anche commerciale, di gruppi britannici quali Pink Floyd, Genesis, Yes, King Crimson, Emerson, Lake & Palmer, Van Der Graaf Generator, in Italia erano le Orme a capitanarlo assieme a Banco del Mutuo Soccorso e Premiata Forneria Marconi.

Nella seconda metà degli anni settanta (dopo l’ingresso  del chitarrista trevigiano Tolo Marton, con cui fu registrato l’album “Smogmagica”e la fuoriuscita dello stesso, sostituito con un altro musicista trevigiano, Germano Serafin),la band partecipò anche al Festivalbar con il brano “Canzone d’amore”, che scalò la hit parade.
L’arrivo del punk rock e della new wave segnò un po’ la fine di un’epoca dorata.
La band modificò il proprio sound e, in totale controtendenza, produsse nel 1979 l’album “Florian”, affine alla musica da camera.
Non fu un successo, anche se il produttore Gian Piero Reverberi fu probabilmente ispirato anche da quelle sonorità quando, successivamente, diede vita al successo internazionale dei “Rondò Veneziano”.
Negli anni ottanta, con un sound più elettronico, per due volte Le Orme hanno partecipato anche al Festival di Sanremo, nel 1982 con il brano “Marinai” e nel 1987 con “Dimmi che cos’è”.
Dieci anni dopo, però, ancora un cambiamento nella formazione del gruppo. Pagliuca, da tempo in disaccordo con certe scelte stilistiche, decise infatti di lasciare la band.
Altro momento chiave arrivò nel 2009, quando fu Aldo Tagliapietra a mollare.
Una decisione seguita da una lunga guerra giudiziaria per impedire che fosse ancora utilizzato il nome del gruppo.

Una battaglia persa, perché le Orme hanno continuato a fare musica con il proprio nome e ora, nel 2023, è in uscita un doppio album dal titolo “Orme & Friends” a cui hanno collaborato appunto moltissimi musicisti che hanno vissuto questa lunga cavalcata: oltre al nucleo attuale composto da Michi Dei Rossi, Michele Bon, Federico Gava e Luca Sparagna, hanno partecipato alle registrazioni anche Tony Pagliuca, Tolo Marton, Francesco Sartori, Jimmy Spitaleri e Fabio Trentini.

In questo mezzo secolo di attività della band, infatti, sono stati davvero molti i musicisti che hanno fatto parte dell’organico in vari momenti, e sicuramente merita spendere qualche parola in più anche sull’attività solista di alcuni di essi.

Aldo Tagliapietra

Partiamo dal muranese Aldo Tagliapietra,che della band fu uno dei fondatori.
Il suo primo album solista fu, nel 1984, “Nel buio”, caratterizzato da uno sound rock blues.
Nel 1992, fu la volta di “Aldo Tagliapietra – Radio Londra” live registrato nel locale padovano.
Molto particolare è il cofanetto a tiratura limitata “Il viaggio”, che contiene, oltre al cd, anche la sua autobiografia, scritta nel 1998 ma pubblicata dieci anni dopo.
Nel 2011 ha fatto inoltre uscire un doppio album che rivista i brani de Le Orme in chiave acustica, denominato appunto “Unplugged”.
E’ seguito nel 2012 l’album solista “Nella pietra e nel vento” e nel 2013 “L’angelo rinchiuso”. Infine, nel 2017, il suo ultimo disco: “Invisibili Realtà”.
Nel 2010, di nuovo assieme a Tony Pagliuca e con Tolo Marton alla chitarra, ha inoltre partecipato al festival Prog Exhibition a Roma, appuntamento a cui il pubblico ha risposto calorosamente seguendo anche date successive, sempre molto apprezzate.

Tolo Marton

Vittorio “Tolo” Marton, trevigiano classe 1951, ha sposato solo per un breve periodo le Orme, ma ha ottenuto grande rilievo internazionale soprattutto per le sue qualità chitarristiche, vincendo, nel 1998, il prestigiosissimo Jimi Hendrix Electric Guitar Festival di Seattle, premiato nell’occasione da Al Hendrix, padre di Jimi.
Profondamente legato ad un sound rock e blues, ha prodotto ben 10 album da solista, da “The Blues Won’t Go Away” del 1981 a “My Cup of Music” del 2016.
Dopo il breve periodo con le Orme ha a lungo militato nella Blues Society di Guido Toffoletti.
Ha inoltre “incrociato” la chitarra con alcuni dei più grandi nomi del rock internazionale collaborando per esempio con il batterista dei Deep Purple Ian Paice e anche con il bassista della band Roger Glover oltre ad aver suonato insieme agli ex Cream Jack Bruce e Ginger Baker, prendendo il posto di quello che era stato il chitarrista della band, Eric Clapton.
Non si può infine non citare anche il tastierista Francesco Sartori che, assieme a Lucio Quarantotto, ha scritto molte canzoni per il tenore Andrea Bocelli, tra cui la celeberrima “Con te partirò”, uno dei maggiori successi di musica italiana nel mondo.

Donatella Rettore, Massimo Bubola e Claudio Cecchetto

Può piacere o non piacere, ma di sicuro non lascerà mai indifferenti.
Donatella Rettore, nata a Castelfranco Veneto nel 1955, fin dagli esordi, negli anni Settanta, si è fatta notare per la capacità di spaziare tra i generi e di essere provocatoria, sempre però sul filo dell’ironia.

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Donatella Rettore @Orlando Bonaldo

Con la passione per la musica sin da bambina, quando cantava le canzoni di Caterina Caselli, dopo la maturità decise di trasferirsi a Roma per fare la cantante.
Un sogno coronato molto presto: già nel 1973, infatti, fu scelta per aprire i concerti di Lucio Dalla.
Il suo primo singolo,“Quando tu”, è uscito l’anno successivo, seguito immediatamente dopo da un altro 45 giri,“Ti ho preso con me” scritto da Gino Paoli.
Nello stesso anno ha partecipato per la prima volta al Festival di Sanremo con il brano “Capelli sciolti”, facendo uscire il suo primo album “Ogni giorno si cantano canzoni d’amore”.
L’accoglienza fu tiepida, ma con un 45 giri uscito nel 1976, “Lailolà”, sono arrivati i primi riscontri, anche se soprattutto dall’estero, Germania e Svizzera soprattutto.
Nel 1977 è tornata a Sanremo con “Carmela”, ricordata però più per la performance provocatoria portata sul palco. Anche il suo successivo LP,“Donatella Rettore”, faticò a decollare.
Le cose cominciarono però a girare l’anno dopo quando, passata all’etichetta Ariston e lasciato il nome Donatella, si è presentata con il singolo “Eroe” con sonorità più rocheggianti e un nuovo look, riscuotendo maggiori consensi.

@Archivio Privato Donatella Rettore

Ma la consacrazione arrivò, nel 1979, con il singolo “Splendido splendente”, tratto dall’album “Brivido divino”.
Da lì in poi si annoverano l’uscita di un altro singolo di grande successo, “Kobra”, con cui ha vinto il Festivalbar nella categoria donne, l’album “Magnifico delirio”, che scalò le classifiche e il singolo del 1981 “Donatella”, uno dei primi esempi di ska italiano, che la portò a vincere Festivalbar. E poi altri due strepitosi successi: Kamikaze Rock ‘n’ Roll Suicide, concept album ispirato alla cultura giapponese che vendette tre milioni di copie tra Europa e Giappone e il singolo “Lamette”.
Secondo una classifica pubblicata dal settimanale “Sorrisi e Canzoni TV”, tra gli artisti che hanno venduto più 45 giri in quel decennio, la Rettore è stata seconda tra le donne solo a Mina.
Negli anni Novanta, dopo aver cambiato diverse etichette ma senza replicare il successo degli album precedenti, ha raggiunto di nuovo la top ten nel 1994 tornando al Festival di Sanremo con il brano “Di notte specialmente”.
Ha continuato la sua incessante attività live anche negli  anni duemila, raggiungendo ancora la ribalta nel 2004, quando ha partecipato come ospite al programma TV “Grande Fratello” e a un altro reality, “La Fattoria”.
A raccogliere la sua intera carriera è il CD 36 canzoni,che contiene anche due DVD con le sue più importanti apparizioni televisive.
Nel 2022, a quasi trent’anni dalla sua ultima partecipazione a Sanremo,ha presentato al Festival il brano “Chimica” in coppia con Il dito nella piaga aggiudicandosi un disco di platino.  L’anno scorso, infine, il suo ultimo singolo, realizzato insieme all’ex concorrente di Amici Tancredi, è diventato uno dei tormentoni dell’estate.
Rettore sta lavorando sul suo quattordicesimo album di inediti, “Dottoressa”, che dovrebbe uscire a breve, ma nel frattempo ha pubblicato per Rizzoli la sua autobiografia “Dadauffa. Memorie agitate” ed è stata insignita della Laurea Honori Causa del Master in Management delle Risorse Artistiche e Culturali dello Iulm di Milano.

Massimo Bubola, musica e poesia

Magari non a tutti il nome di Massimo Bubola è noto ma in realtà si tratta di uno dei musicisti più apprezzati del panorama italiano e una collaborazione su tutte basta a far capire di che livello stiamo parlando: quella con Fabrizio De Andrè.

Massimo Bubola

Nato a Terrazzo, in provincia di Verona, nel 1954, ha iniziato la sua carriera con la Produttori Associati come autore e musicista.
Il suo primo lavoro è stato per un altro artista veneto: Pino Donaggio.
Nel 1976 ha pubblicato il suo primo LP, “Nastro giallo”, che piacque a De Andrè, che gli propose una collaborazione sfociata nell’album “Rimini” del 1978, di cui Bubola è coautore e nel disco “Fabrizio De Andrè” del 1981.
Andrea” è senz’altro il brano più famoso creato assieme dai due.
Seguito da “Tre rose”, al quale hanno partecipato anche Cristiano De Andrè, Dori Ghezzi e Mauro Pagani e da “Senza famiglia”,tra i successi del Festivalbar 1981, in cui Bubola venne premiato come “rivelazione dell’anno”.
Dopo l’album Massimo Bubola, del 1982, l’artista veneto si è dedicato più all’attività di scrittore e di giornalista, tornando a registrare un nuovo disco solo nel 1989, “Vita, morte e miracoli”, seguito, cinque anni dopo, da “Doppio lungo addio” e da “Amore e guerra”.
Nel 1997 fu la volta di “Mon trésor”, nel 1999 di “Diavoli e farfalle” e, nel 2001, del doppio album live “Il Cavaliere Elettrico – vol. I & II” a cui seguì l’anno successivo il terzo volume.

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Massimo Bubola

Tre anni dopo, il suo decimo album in studio, “Segreti trasparenti”, in cui esplora sonorità folk-rock, realizzato con il violinista Michele Gazich.
Ai due nel 2005 si aggiunse come produttore Simone Chivilò per il progetto “Quel lungo treno” concept album dedicato alla prima guerra mondiale, con anche alcuni riarrangiamenti di canti tradizionali degli alpini.
Particolare anche il lavoro uscito l’anno successivo, “La neve sugli aranci” formato da un libro e da un cd, in cui si mescolano musica e poesia.
Il suo percorso musicale è proseguito poi con “Ballate di terra & d’acqua” del 2008, che si sviluppa su undici brani divisi tra le radici delle storie di terra e la fluidità delle storie d’acqua e, nel 2013, con l’album “In alto i cuori”.
Negli anni Bubola ha collaborato anche con Milva, Fiorella Mannoia (che ha interpretato il suo brano “Il cielo d’Irlanda”), Cristiano De André, Estra, Grazia Di Michele e Tosca.

Claudio Cecchetto: il dj che ha fatto ballare tutta Italia

C’è un artista che ben si colloca tra i talenti veneti della musica pur non essendo propriamente un cantante.
Anche se lo conosciamo per mille altre ragioni (dee jay, talent scout, inventore di radio e canali televisivi) è innegabile che una sua canzone, agli inizi degli anni Ottanta, abbia fatto ballare davvero tutta Italia.
E’ Claudio Cecchetto, divenuto famoso nel 1981 con il suo “Gioca Jouer”.

Claudio Cecchetto

Nato a Ceggia, in provincia di Venezia, nel 1952, Claudio Cecchetto si è trasferito in realtà giovanissimo a Milano dove il padre aveva trovato lavoro, ma è sempre rimasto legato alla sua terra.
A lui, il mondo della musica e dell’intrattenimento italiano deve moltissimo.
Ha iniziato come dj nei locali milanesi, è approdato poi alla prima radio libera, Radio Milano International, e ha dato vita a una miriade di progetti, da Radio Deejay a Deejay Television, a Radio Capital, solo per citare i più importanti.
E’ anche un grande scopritore di talenti: da Jovanotti a Fiorello, dagli 883 ad Amadeus, oltre ad una lunga serie di artisti (Sandy Marton, Paola & Chiara, Sabrina Salerno, Tracy Spencer, Taffy, Via Verdi) consacrati al successo della musica dance degli anni Ottanta.

(Continua…..)

Andrea Manzo

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