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Vendemmie in laguna. Poco vino ma ottima qualità

Nella foto in alto: I filari del convento di San Francesco della Vigna, a Castello, Venezia

Vino? Poco. Ma buono.
Il periodo delle vendemmie, quest’anno, ha chiuso con un mese di ritardo sui tempi normalmente previsti.
In laguna come altrove, la primavera fredda e piovosa che ha lasciato spazio a un’improvvisa estate afosa, non ha portato grandi quantità d’uva. E questa è la notizia cattiva.
Quella buona è però che il vino delle vendemmie 2019 in laguna promette ottima qualità.
Ma si vendemmia davvero anche a Venezia?
Certo. Anche se forse non tutti lo sanno, “nel centro storico la vendemmia è una tradizione e va salvaguardata -dice Renzo De Antonia, presidente dell’associazione “La Laguna nel bicchiere”- Esiste un paesaggio originale e quasi sconosciuto che rivela il nascosto rapporto città-campagna di Venezia”.

Vendemmie a Venezia, una tradizione

I filari di cui si prende cura l’associazione si trovano nei terreni in gestione dell’Ires e del Cipriani, alla Giudecca. Sono coltivati e manutenuti dai soci con un lavoro arduo e continuo,volto a recuperare e valorizzare i vitigni dimenticati nelle isole e nel centro storico. Ora interverranno anche i bambini delle scuole, dove i volontari dell’associazione, durante l’anno, fanno anche didattica.
Ma a vendemmiare ci sono andati in molti in questo mese di ottobre, a Venezia. A Sant’Erasmo come nel convento di San Francesco della Vigna, a Castello, in quello del cimitero di San Michele in isola, alle Vignole, a Torcello, Mazzorbo, Malamocco e alle Zitelle.

Poco ma buono

Alle Zitelle la vendemmia ha prodotto poche casse d’uva rispetto a quella decisamente più abbondante del 2018. Ma poco importa. Il rito ecumenico che questi coraggiosi veneziani hanno riportato in auge, si consuma invariabilmente come nei secoli passati. L’uva viene raccolta e caricata nella barca per essere trasportata nel convento di San Michele in isola, da anni senza frati, nella cinquecentesca cantina in gestione da Veritas e Comune di Venezia. Qui l’uva, che è stata scelta e curata mentre veniva raccolta nelle casse, viene passata una seconda volta. Un’antica “stasa”, un setaccio fatto ancora con la trama di legno, è usata dai soci che si alternano divertiti nel diraspare i grappoli con le mani. E poi c’è la pigiatura, da fare allegramente con i piedi in enormi tinozze. Infine il travaso nelle botti antiche a fermentare.

“Il mosto attacca a bollire dopo poche ore, tanto l’aria di questi locali è intrisa di lieviti” spiega Renzo De Antonia mentre fa assaggiare “In vino Veritas, San Michele in Purezza”, l’eccellente vino imbottigliato l’anno scorso, frutto di vitigni di malvasia, dorona e prosecco.

Una pianta di rose per ogni filare

I filari del convento di San Francesco della Vigna, invece, ospitano il vigneto più antico di cui si abbia notizia a Venezia. E’ citato, nel 1253, nel lascito del nobiluomo Marco Ziani ai Frati minori del convento.
“Sia nel brolo che nel terreno adiacente – spiega Fra’ Antonio, il religioso che si occupa della manutenzione della vigna durante l’anno – fino al 2012 c’erano dei vitigni di Merlot, Cabernet e qualche altra vite che sono stati sostituiti da quelli di Teroldego e Refosco dal Peduncolo Rosso”.


Sono uno spettacolo la veduta di filari ordinati e composti, più di mezzo migliaio, separati dall’acqua dal muro di cinta del convento. A capo di ogni filare c’è una pianta di rose.
“Qualora la vite presentasse qualche malattia, questa si rivelerebbe nelle foglie della rosa” spiega ancora Fra’ Antonio, che mostra anche un orto molto ben servito e gli alberi da frutto che coronano il terreno: mele, pere, nespole, giuggiole e olive destinate alla mensa del convento.

Il vino per le borse di studio

Per la vendemmia arrivano a dare man forte ai frati Luciano Brandolisio, l’86enne che da una vita si occupa dell’orto del brolo, e dei lavoranti dall’azienda di Portogruaro che poi vinificherà l’uva e imbottiglierà il vino. Dopo qualche ora sono pronte una cinquantina di casse che vengono riunite nella cavana e da qui caricate sulla barca in direzione Tronchetto, dove un camioncino le porterà in cantina a Portogruaro. “Produciamo circa un migliaio di bottiglie di “Harmonia mundi”, nome del trattato del 1525 di padre Francesco Zorzi, che servì a cambiare il progetto di Jacopo Sansovino della chiesa di San Francesco della Vigna” conclude Fra’ Antonio. “La vendita del vino serve a pagare le borse di studio agli studenti provenienti dall’Europa dell’est e dall’Africa, che vengono qui all’istituto di Studi ecumenici San Bernardino che è una delle sedi della Pontificia Università”.

La Festa del Mosto e il “vin salso”

Il luogo deputato per degustare il vino lagunare è invece la “Festa del Mosto”, a  Sant’Erasmo, anche quest’anno raggiunta da moltissime persone in barca e con i mezzi pubblici.
La ricorrenza rammenta la vocazione agricola dell’isola, una volta rinomato orto dei dogi.

I festeggiamenti iniziano infatti la mattina  sul piazzale della chiesa dei santi Ermete ed Erasmo, dove il parroco benedice le macchine degli agricoltori dell’isola, piccoli trattori e motozappe. Un piccolo mercato mette in mostra i ricercati prodotti di Sant’Erasmo: il vino in primis (di diversi vitigni), ma anche il miele, la frutta e la verdura, in modo particolare le prelibate “castraure” del carciofo violetto di Sant’Erasmo, presidio Slow Food.

Tutti prodotti che lasciato nel palato un leggero, particolare e unico retrogusto salato. Lo si può ben assaporare nello stand gastronomico della festa, che lavora incessantemente per tutta la giornata: con le pietanza viene servito il “vin salso”, un bianco prodotto dal trebbiano e un rosso dal raboso. Il mosto dal sapore di sale si può assaggiare solo qui.

 

 

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