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UNA SFIDA DI DIMENSIONI EUROPEE

UNA SFIDA DI DIMENSIONI EUROPEE

La metafora dello sport per comprendere meglio la necessità di crescere e confrontarsi con il panorama economico continentale

Che cosa rende consapevoli i cittadini di vivere in una metropoli? Forse il vedere dispiegarsi di abitazioni e uffici per qualche decina di chilometri quadrati? Forse il vivere in un’area legata da una struttura di trasporti reticolare? O forse, ancora, dal vedere l’ammassarsi di tante funzioni diverse in un’area relativamente concentrata? Se così fosse, il Nordest, e in particolare il suo nucleo centrale lungo il quale corre la circonvallazione interna Padova-Mestre-Treviso, sarebbe già riconosciuto unanimemente per essere una metropoli. Ma, pur essendo tale nei fatti, ancora pochi la riconoscono e ne sono consapevoli. Per avere questo grado di consapevolezza dovremmo forse aspettare che sia completata la circonvallazione esterna che correrà da Montecchio Maggiore fino a Conegliano e poi Pordenone – Portogruaro (quella che viene chiamata Pedemontana), o forse dovremmo aspettare che parta il sistema metropolitano ferroviario di superficie. Potrebbe essere, a quel punto, più chiaro a tutti che di una metropoli vera e propria si tratta. Purtroppo non sarà ancora così. Ogni città, per essere percepita come tale, ha bisogno di simboli riconosciuti, siano essi grattacieli, cattedrali, basiliche o campanili. Infatti, fino ad oggi, proprio “Il Nordest dei campanili” lo abbiamo chiamato. Ed ogni campanile ha avuto la sua università, il suo aeroporto, il suo interporto, la sua squadra di calcio, di basket o di rugby. E con quei simboli ci siamo identificati, pensando a un mondo che girava attorno ad essi.
Nel frattempo, però, il mondo è diventato grande, sempre più grande, globale, come si usa dire.  Così, per fare un paragone con il mondo del calcio, una volta c’era la serie A, dove vincevano sempre il Milan, l’Inter o la Juventus, ma qualche volta, anche il Vicenza, o il Verona o l’Udinese e la Triestina. Perfino il Chievo, per un breve periodo, ha avuto la sua fase di gloria. Poi è arrivata la Champions League, e la competizione si è spostata a livello europeo, ed è li che si è cominciata a giocare la vera serie A odierna, quella che rende i club ricchi e famosi, quella che fa audience televisiva e fa riempire gli stadi. E lì non sono entrate più, se non come comparse, le squadre dei nostri quartieri da 2-300 mila abitanti. I soli protagonisti sono diventati i grandi club delle metropoli. Come il Manchester United, che è un esempio emblematico, diventato primo tra i club mondiali per fatturati e notorietà internazionale. Alcuni certamente lo sapranno. Il Manchester United non è la squadra della cittadina di Manchester. Quella è il Manchester City, cioè la squadra della città, non della metropoli. Il Manchester United è invece la squadra dell’area metropolitana della città inglese, quella che viene chiamata la Great Manchester. La città oggi famosa nel mondo per la sua impresa calcistica, è un territorio grande pressappoco come il nostro triangolo Padova, Venezia, Treviso. Il Manchester United è una squadra nata dalla fusione di due squadre di due cittadine dell’hinterland, paragonabili alle nostre di Padova e Treviso. Insomma, per concludere, il Manchester United è l’equivalente di quella squadra che potrebbe nascere a Nordest se noi fondessimo gli attuali Vicenza, Padova, Treviso e Venezia. E che noi potremmo chiamare, il giorno che la faremo, il Venice United. Ecco, quando anche noi avremo un football club di questo tipo, che unificherà le nostre squadrette di serie A,B,C o D, per farla diventare un club globale, con i migliori giocatori del mondo, con uno stadio da far invidia a quelli di Milano e Torino, pieno di spettatori che arrivano da Udine o da Verona, da Padova e da Venezia, allora avremo il simbolo della metropoli che già c’è. E la potremo riconoscere. Discorso futuribile e visionario? Non credo.
Penso invece che si tratti solo di aspettare un po’. Magari fino a quando gli “animal spirits” del capitalismo nordestino fiuteranno l’affare, collocando lo stadio magari proprio a Veneto City, ossia il centro destinato ad essere bene o male il cuore della metropoli, distante al massimo un’ora o poco più da ogni punto del Nordest. Del resto gli imprenditori del Nordest gli affari li sanno fiutare, sia quando si tratta di capire dove nasceranno i nuovi centri della Metropoli (non a caso hanno investito sui terreni dell’aera sopra citata) sia quando capiscono al volo che le “taglie” delle nostre imprese sono troppo ridotte e  danno vita a consorzi, come è stato il caso di “Cotto Veneto”, capaci di diventare leader nei mercati mondiali solo dopo aver riunificato tante piccole aziende. Dovremo quindi, per vedere la nascita di questo simbolo sportivo della nuova metropoli che qui ho chiamato Venice United, solo attendere ancora un po’. Dovremo aspettare che le nostre squadrette finiscano ai margini del business del calcio, come ci finiscono tutte le imprese che non sanno guardare lontano; dovremo aspettare che quella specie di stadi da 10-20.000 posti si svuotino e le aree diventino appetibili per il mercato immobiliare; dovremo infine attendere che la politica reputi che quel centinaio di voti che portano quelle squadre non siano più essenziali e, soprattutto, che qualche imprenditore fiuti l’affare.
E l’affare sarà questo: avere un bacino di 5-7 milioni di persone ed un brand come Venezia già conosciuto in tutto il mondo. Sarà forse necessario aspettare l’arrivo di un imprenditore (russo, cinese, nordestino?) che valuti la possibilità di entrare in un mercato interessante. Ma prima o poi arriverà. A quel punto si potrà pensare di competere a livello europeo e la metropoli sarà consapevole. E ne saranno consapevoli i suoi cittadini che avranno il loro simbolo. Fra dieci anni, nel 2020, penso sarà certamente così. Ma se costruiremo solo lo stadio, ovvero il contenente, prima di costruire le condizioni perché ne nasca la squadra, ovvero il simbolo, lo stadio diventerà una cattedrale nel deserto. E di certo qualcuno tornerà fuori dicendo che, in fondo, era meglio l’era dei campanili.
DI FILIBERTO ZOVICO*
* EDITORE NORDESTEUROPA.IT

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