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UNA QUESTIONE DI MENTALITA

UNA QUESTIONE DI MENTALITA

Serve un’operazione culturale per costruire la città metropolitana. Senza uno sforzo del genere da parte di cittadini e amministratori, si rischia di avere il contenitore ma non il contenuto.

Il tema della città metropolitana ha finora affascinato più i costruttori di architetture istituzionali astratte che la gente comune. Perché? Venezia è una delle città italiane alle quali è stato riconosciuto questo “status”. Anni fa subì una profonda revisione del decentramento (passando dai quartieri alle Municipalità) proprio nella prospettiva di diventare città metropolitana. Ma la riforma sta mostrando forti limiti (sei Municipalità con una pletora di consiglieri e delegati che si sovrappongono a consiglieri e assessori comunali) perché calata dall’alto. Lo stesso è per la città metropolitana, la quale finora è una realtà astratta che – se non calata nella vita quotidiana dei cittadini – rischia di produrre effetti simili a quelle spartizioni territoriali decise a tavolino, con un tratto di penna sulla carta geografica, dopo ogni guerra. Tutto questo per dire che senza la costruzione di una mentalità metropolitana, senza creazione di utilità per i cittadini, non si realizza una città metropolitana. Senza uno sforzo culturale da parte di cittadini e amministratori, si rischia di avere il contenitore ma non il contenuto, si rischia di disperdere quei benefici anche economici che derivano da questo “status” così come sono state buttate tante risorse di quella Legge speciale che doveva salvare (anche) il tessuto economico e sociale della città. L’operazione culturale per costruire la città metropolitana arriva prima di qualsiasi discorso sui confini, sui limiti legislativi, sulle competenze, sugli organi di governo.
Finché i veneziani si continueranno a sentire “solo” veneziani e i mestrini rivendicheranno “solo” la loro mestrinità, l’operazione culturale resterà ferma. Non si tratta per entrambi di fare un passo indietro e rinunciare a qualcosa della propria identità, ma di fare un salto avanti e costruire un’identità nuova. Un cittadino del Queens o di Brooklyn è e resterà fiero di essere nato nel Queens e a Brooklyn, ma si sente prima di tutto newyorkese. Quattro referendum hanno detto che Venezia deve essere unita. È dovere della maggioranza che si è espressa per l’unità (o che quantomeno non si è espressa per la separazione) operare perché si realizzi. Altrimenti non ha senso aver votato contro la divisione e poi continuare a vedere solo fino al limite del ponte della Libertà, da qualsiasi parte si guardi. I mestrini sono perlopiù i figli dei veneziani trapiantati in terraferma e negli anni sono riusciti a creare una “mestrinità” che affonda le radici nella storia della città di terra. Ma hanno un debito di riconoscenza verso la città d’acqua da cui arrivano. I veneziani rimasti in centro storico sono fieri difensori di tradizioni millenarie ma se non riescono ad agganciarsi alla terraferma non riusciranno a realizzare quella che il regista Bruno Tosi in un’intervista a Il Gazzettino ha felicemente definito “La più antica città del futuro”.
Entrambi i versanti della città hanno bisogno di incontrarsi, parlarsi, trascinarsi, capire di far parte di una sola identità, valorizzare i rispettivi talenti. Ma per aiutare questo processo, il loro sforzo culturale non basta. Qui entra in campo la politica. L’orizzonte temporale di programmazione non possono essere i dieci anni, né piani strategici che contengono tutto e il suo contrario. Prima di tutto occorre potenziare i trasporti, favorire la mobilità, lavorare su scenari di prospettiva lunga (50 anni), costruire una rete ragionata, non tanti piccoli pezzi a se stanti. La città metropolitana – da Pellestrina a Mogliano, da Mirano a Marcon – va resa utilizzabile 24 ore su 24 (di notte non possono esserci fratture come oggi avviene), va collegata al resto del territorio regionale. Chi ha le leve del potere politico deve mettere nelle condizioni investitori e aziende di avere vantaggio a investire a Venezia, non chiedere solo la carità con la mano tesa.
Perché il bel nome di Venezia non basta più.  E poi i cittadini metropolitani hanno bisogno di un’iniezione di ottimismo, di identificarsi in un progetto, in un obiettivo. Ma che c’entra questo tema con le pagine di questo magazine? C’entra perché queste considerazioni sono partite dall’osservazione di una comune domenica di basket al Taliercio. La costruzione del progetto Reyer è uno degli esempi di come, se si dà ai cittadini metropolitani la prospettiva di un futuro, di un obiettivo, (in questo caso sportivo) che affonda le radici nelle tradizioni del passato, si riescono a far passare in secondo piano divisioni che, evidentemente, non sono così radicate se basta una partita di basket per sentirsi comunque veneziani di terra e di laguna.
DI DAVIDE SCALZOTTO*
*CAPOCRONISTA REDAZIONE DI VENEZIA DE IL GAZZETTINO

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