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UNA NUOVA VIA PER IL TURISMO

UNA NUOVA VIA PER IL TURISMO


 
Si sta diffondendo sempre più la moda del cicloturismo: un modo diverso per conoscere e apprezzare il paesaggio. Itinerari spesso poco conosciuti ma di grande suggestione caratterizzano il nostro territorio .
Il turismo e la scoperta delle bellezze naturalistiche viaggia sempre di più su due ruote, soprattutto in Veneto. La varietà dei paesaggi naturali, i tanti luoghi da visitare, la buona organizzazione dei percorsi sono i motivi per cui è in costante aumento il numero di turisti (sia veneti che provenienti da altre parti d’Italia, ma soprattutto dall’estero) che scelgono la bicicletta per conoscere il nostro territorio. Perché i requisiti necessari per avvicinarsi al cicloturismo sono pochi, ma essenziali: «Amore per la natura, voglia di riscoprire il valore della lentezza, curiosità per un mezzo che consente di osservare veramente dal di dentro paesaggi e realtà urbane». Come spiega Alberto Fiorin, veneziano, classe 1960, che si definisce “viaggiatore in bicicletta” e che sulla sua due ruote ha esplorato Italia, Europa e anche luoghi più lontani (come racconta su www.albertofiorin.it). Le vacanze estive le ha passate in famiglia sul lago di Costanza – naturalmente in bicicletta – e la sua esperienza aiuta a tracciare “l’identikit” del cicloturista tipo: cultura medio-alta, età dai 55 anni in su – quando la pensione consente di godersi il proprio tempo in maggior relax – oppure genitore giovane e sportivo che vuole trasmettere ai figli la curiosità e l’amore della scoperta in mezzo alla natura, e che quindi viaggia con carrettini e seggiolini al seguito.
Ma al cicloturismo si può avvicinare chiunque abbia una bici e la passione per l’aria aperta, partendo dalle piste ciclo-pedonali (solo per citarne alcune, quella che corre lungo l’ex ferrovia Rocchette-Arsiero nell’Alto vicentino, percorrendo gli argini ciclabili e l’anello fluviale attorno a Padova, gli itinerari della Grande Bonifica intorno a San Donà, ma anche le semplici stradine di Quarto D’Altino, altrimenti inaccessibili) per poi arrivare alle grandi ciclovie e agli itinerari di lunga percorrenza (anello ciclabile dei Colli Euganei, intinerario storico-naturalistico dei colli asolani, fino ad arrivare al Cammino di Sant’Antonio che collega Padova a Monselice, Rovigo e Ferrara), fino alle salite prealpine e dolomitiche con gli itinerari della Grande Guerra. Con una “regina”, la mitica Treviso-Ostiglia, 130 chilometri di percorso immerso nella natura che dal cuore del Veneto arriverà alle porte di Mantova, attraversando 5 province venete. Ed è proprio questo suo carattere verde che ha recentemente fatto alzare gli scudi agli abitanti di Sivelle, frazione di Trebaseleghe (Padova), interessata dal passaggio della pista: centinaia le firme raccolte contro la decisione della Provincia di Padova di ricoprire il fondo di terra battuta con una sorta di asfalto, il bynder.
I cicloturisti più esperti comunque, quelli che hanno percorso palmo a palmo le piste ciclabili europee, sostanzialmente promuovono la dotazione veneta in materia: itinerari vari, modulabili, sostanzialmente sicuri. Unico neo i collegamenti, che ancora non consentono pedalate ininterrotte per decine di chilometri (ma stimolano l’organizzazione e la creazione di reti di cicloturisti). Per esemplificare le potenzialità dei percorsi veneti, lo stesso Fiorin cita il tratto lungo il Sile tra Treviso e Portegrandi: «È un percorso bello e quasi totalmente sicuro, e una volta scavallata la conca di Portegrando si potrebbe arrivare a Jesolo lato laguna con grande gioia di tutti, basti pensare ai turisti tedeschi». Qualcosa di sistematico comunque le istituzioni lo stanno facendo: la Regione Veneto dal 2009 ha dato il via al Progetto interregionale “Cicloturismo” per promuovere il turismo sulle due ruote. Nel luglio 2010 è stato adottato il Piano di valorizzazione del cicloturismo veneto, che individua sette escursioni giornaliere (una per ciascuna provincia) e quattro itinerari settimanali suddivisi in tappe (Lago di Garda-Venezia, Anello del Veneto, Via del Mare e Dolomiti-Venezia).
E Venezia? Oggi chi vuole raggiungerla in bici non ha altra scelta se non sfruttare lo stretto marciapiedi che costeggia le carreggiate. La volontà di trovare lo spazio per una ciclabile resta, ma si tratta di una strada in salita ora che sul ponte sono iniziati i lavori per il tram e sono finiti in soffitta i progetti che volevano affacciato sulla laguna un percorso ciclopedonale nuovo di zecca e attrezzato con servizi e negozi. In alternativa l’amante del cicloturismo può imbarcarsi al Tronchetto sul ferryboat che porta al Lido insieme alla sua due ruote: si arriva a San Nicolò (l’estremità ovest dell’isola) e da qui si pedala per 12 chilometri fino al porto di Malamocco.


DA VENEZIA A POTENZA IN BICI: LA SINGOLARE IMPRESA DI OSVALDO BOCCA
Ottocento chilometri in otto giorni in sella alla sua bicicletta, per tornare nella sua città d’origine, in Basilicata. Così Osvaldo Bocca, pensionato 63enne, ex maresciallo dell’Esercito, lo scorso 23 giugno è salito in sella ed è partito da Martellago, dove vive dal 1970, per raggiungere Rapolla, in provincia di Potenza. Ad accompagnarlo l’amico di sempre, Giovani Papa, che l’ha seguito in camper. Un esempio di “cicloturismo della memoria” messo in atto, tra l’altro, da un neofita delle due ruote: se coprire quel tratto a piedi sarebbe stato troppo impegnativo, mentre in auto perde di senso, ecco che la bici diventa la scelta ideale. «Di solito la uso al massimo tra Martellago e Mestre, un percorso di una decina di chilometri, ma ora ci ho preso gusto e continuerò a correre – racconta Osvaldo Bocca – sono talmente entusiasta che sto già organizzando il bis per l’anno prossimo insieme ad altre persone di Mogliano, con un percorso ancora più lungo che ci permetterà di vedere altri posti splendidi». Quello che ha colpito di più Osvaldo, infatti, è stata proprio la possibilità di assaporare luoghi e sensazioni che solo la bicicletta consente: «Pedalavo 6, 7 ore al giorno ma la sera quando mi fermavo già non vedevo l’ora tornasse la mattina per ricominciare – per me si è trattato di un’impresa incredibile, anche se in fin dei conti ho solo pedalato». Positivo l’impatto anche con il percorso in sé: «Fino in Abruzzo ho trovato quasi sempre piste ciclabili o strade che comunque mi consentivano di viaggiare in sicurezza e godermi il paesaggio. Da lì in giù per evitare il traffico della Adriatica si doveva allungare percorrendo statali all’interno dei paesi».

 
 
DI FRANCESCA FUNGHER

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