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SVILUPPARE UNA MENTE VINCENTE

SVILUPPARE UNA MENTE VINCENTE

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QUAL È IL SEGRETO PER ALLENARE LA MENTE DEGLI ATLETI?
Questa è una domanda da centomila dollari. Ma la prima cosa che mi viene in mente è senz’altro che un allenatore deve essere assolutamente esigente e in allenamento deve fare ogni cosa allo lo scopo di sviluppare la mentalità vincente. I giocatori devono imparare a vincere sempre, in ogni circostanza. Quando allenavo anche negli esercizio più semplici e basilari, anche negli uno contro uno dicevo: “voglio i due punti”.

L’ho ripetuto all’infinito nella mia vita. In questo senso l’allenatore deve essere esigente, deve insistere su una cosa finchè la squadra non la esegue alla perfezione. Un coach non può accettare neanche la minima sbavatura, non ci deve essere pressapochismo. Bisogna essere precisi. Questo essere esigente da parte del coach ispirerà fiducia nei giocatori.

COME MAI OBRADOVIC E MESSINA VINCONO SEMPRE?
Perchè loro due sono i più esigenti. Un’altra cosa fondamentale per allenare la mente è la ripetitività.
Quando allenavo all’Accademia Navale io ero il secondo assistente di coach Ben Carnevale.
Ricordo ancora come fosse ieri che lui faceva svolgere ogni giorno alla squadra dodici esercizi difensivi soprannominati “daily dozen“, ovvero la “dozzina quotidiana”. La squadra sapeva benissimo che se non avesse svolto alla perfezione quegli esercizi in allenamento tanto meno ci sarebbe riuscita in partita. Cito questo esempio per sottolineare l’importanza della ripetitività. E se si leggono le cose sotto quest’ottica si può dire che ogni singola cosa che fa l’allenatore è non solo un allenamento fisico ma anche mentale. I più grandi giocatori che ho allenato, i vari D’Antoni, Meneghin, McAdoo avevano perfettamente la consapevolezza che l’allenamento non è finalizzato solo a giocare la partita ma è fatto per vincerla. Ed ogni allenatore deve allenare per vincere. Questo non significa essere presuntuosi, ma significa inculcare nel giocatore la mentalità vincente. E a volte possono essere anche le piccole cose a fare la differenza.
Ricordo un episodio significativo.
Quando allenavo a Bologna tra i miei giocatori avevo Gianni Bertolotti, un talento eccezionale soprannominato il Doctor J d’Europa. Ma da lui pretendevo più costanza di rendimento. Gli dicevo: “mi basta un minimo di produzione, purchè sia costante”. Lavorammo molto su di lui e il risultato fu che il primo anno ebbe 13 punti di media e il secondo ancora 13. Al terzo anno arrivò però la svolta. Durante un allenamento, per spiegargli uno schema volevo dirgli “tu devi fare il taglio che gli anni scorsi era affidato al giocatore americano”, ma dal momento che parlavo male la lingua italiana sintetizzai troppo e gli dissi: “tu farai il taglio americano”. Lui si sentì equiparato ad uno straniero e si convinse delle proprie possibilità. Si sentì più forte grazie alle mie parole. Da un mio errore era scattato qualcosa nella sua mente, senza che io lo volessi o lo potessi prevedere avevo lavorato sulla sua psiche. Quell’anno risultò immarcabile e chiuse con 26 punti di media.

DI DAN PETERSON

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