Sulla scia di un sogno: la traversata eco-sostenibile di Dan Lenard

Nella foto in alto: Dan Lenard Lenard in traversata

L’Atlantico era stranamente calmo, anche quella notte.
L’uomo al timone di “Scia” stava regolando la randa. In tutto il mese e mezzo di navigazione il tempo era stato abbastanza buono, ma era mancato il vento e lui era in ritardo sul programma iniziale.
Poteva dirsi comunque soddisfatto perché aveva raggiunto Fort Lauderdale, in Florida, e lì avrebbe richiamato l’attenzione del mondo delle barche a vela.

 

 

Quella crociera inusuale, in solitaria, aveva un unico scopo: salvare il mare.
Aveva issato le vele il 20 gennaio dalla spagnola Cadice per affrontare la sua prima traversata a bordo di Scia, il suo 33 piedi.
Era partito determinato a lanciare un appello per segnalare le condizioni di pericolo degli oceani.
Lui per primo aveva voluto dare l’esempio di come l’industria della vela potesse essere sostenibile.
Per questo aveva creato Scia.

Scia: l’assemblaggio sfidante

Un “piccolo grande” miracolo costruito in appena due mesi e mezzo recuperando pezzi di cinque barche in disuso.
Un’operazione di assemblaggio sfidante, riducendo al minimo anche l’utilizzo di vetroresina.
Ne era uscito uno scafo spartano, ma funzionale. Un paradosso, a pensarci, per lui che, con il suo studio, aveva dato vita a progetti ultramoderni e raffinatissimi, dai quali erano nate imbarcazioni come il Black Pearl e il Seven Seas.
Eppure la sua incredibile traversata Dan Lenard aveva voluto farla con Scia.

 

 

Era partito dal porto da cui, nel 1493, salpò Cristoforo Colombo per il suo secondo viaggio alla volta delle Americhe.
Aveva seguito la sua stessa rotta, fuorché nel tratto finale, dove aveva deviato verso Antigua per avvicinarsi alla Florida.
Nei tanti, troppi giorni di vento debole e mare liscio come l’olio, le onde gli erano parse quasi sincronizzate.
L’acqua si avvicinava e abbracciava lo scafo, poi si ritraeva timida e avanti così, per ore e ore in una sorta di balletto, quasi un irrituale corteggiamento. Non un rumore strano, né cigolii, la barra del timone ferma.
Avevano danzato insieme, Dan e la sua barca.
Tutto il suo universo, per un mese e mezzo, si era concentrato in un piccolo puntino nell’oceano Atlantico.

Scia, l’essenza della vela

Estenuante percorrere quasi 5000 miglia marine in certe condizioni, soprattutto quando si ha scelto di rinunciare al motore.
Dan Lenard, per la sua sostenibile avventura, aveva voluto la barca a emissioni zero, vela in purezza.
Fino ai Caraibi non aveva potuto comunicare con nessuno, non ne aveva i mezzi.
In più aveva deliberatamente scelto di non montare pilota automatico, né GPS o bussola o sestante. Neppure cartografie.

 

 

Alla sua sensibilità aveva affidato il compito di interpretare ogni più piccolo segnale di pericolo o di opportunità.
Era la sua filosofia dell’andar per mare, l’essenza della vela. D’altronde, come avevano fatto i navigatori antichi che non disponevano di strumenti e tecnologie ultrasofisticate?
Dan, che la vela ce l’aveva nel sangue sin da bambino, era consapevole del fatto che per andar per mare bastava poco.
Scia glielo aveva ricordato. Può esser sufficiente alzare gli occhi al cielo e prestare orecchio al vento per capire dove ci si trova e dove si sta andando. Fin dalla partenza l’orologio al polso era stato fissato sull’orario dell’isola di Antigua.
Lui sapeva dove puntare la prua.  In caso di guai avrebbe potuto utilizzare una zattera di salvataggio e un EPIRB per segnalare via satellite la sua posizione.

Scia e la traversata eco-sostenibile

A poche miglia dalla costa americana, aveva potuto constatare con soddisfazione di aver centrato anche il suo secondo obiettivo: nessun rifiuto prodotto durante la traversata, zero plastiche, neppure per l’acqua che era stata stivata in bottiglioni di vetro. Aveva compiuto una traversata eco-sostenibile. Questo era ciò che voleva e adesso era sicuro che la vela poteva tornare a essere a impatto zero. Timone in mano, respirava l’oceano a pieni polmoni, felice.

 

L’appello al popolo del mare

A Fort Lauderdale avrebbe incontrato tanti suoi colleghi, rappresentanti del mondo ambientalista, politici.
Avrebbe lanciato un appello per intraprendere insieme un cambiamento culturale.
Si poteva fare, ne era convinto: bastava utilizzare materiali riciclabili, ridurre gli scarti produttivi o, come aveva fatto lui, recuperare imbarcazioni in disuso, riutilizzarne i pezzi. Uno sforzo collettivo per la sostenibilità ambientale e la difesa del mare.
Anche un lungo viaggio inizia sempre con un piccolo passo, diceva Lao Tzu.
Dan il passo l’ha fatto. Adesso sta a tutti noi continuare.

Dan Lenard

Quello di Dan Lenard è un nome noto nel mondo della nautica. Con Carlo Nuvolari ha fondato, nel 1992, a Scorzé, uno degli studi di design navale più prestigiosi al mondo. Dalle  menti creative di Dan e Carlo sono state concepite alcune delle più belle imbarcazioni in circolazione tra cui Spirit of the C’s (ketch di 64 metri, il più grande yatcht in alluminio al mondo, costruito da Perini), Black Pearl (106 metri, la più grande barca a vela al mondo, di Oceanco), Bravo Eugenia (110metri, di Oceanco) e i già citati Alfa Nero e Seven Seas. La storia della sua traversata con la piccola Scia è realmente avvenuta.
Perché Dan ci crede davvero: l’industria della vela può tornare a essere sostenibile

 

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