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QUEI FAVOLOSI ANNI SESSANTA

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Uno strano personaggio contemporaneo sta provando a rispolverare quegli anni. È Porfirio Rubirosa, cantante, dj radiofonico, attore e scrittore sandonatese che imperversa nelle notti del nostro territorio.
Ormai da qualche tempo uno strano personaggio si aggira nell’etere, sui quotidiani e sui palchi del Triveneto. Di giorno Giovanni Albanese è un apprezzato avvocato, ma di notte si trasforma in Porfirio Rubirosa, il “re solleone” o il “granduca del tuca tuca”, un’artista che riesce sempre a sorprenderti, sia dal vivo che quando trasmette per radio o firma un editoriale sul bon-ton, grazie ad un indiscutibile senso dell’humor e dell’ironia.
Sicuramente in molti, soprattutto i più giovani, non hanno sentito mai parlare dell’orginale Porfirio Rubirosa, vuoi raccontarci brevemente chi fosse e cosa ha a che fare con il tuo personaggio? «Porfirio Rubirosa è stato un playboy degli anni ‘50 e ‘60, all’epoca conosciuto in tutto il mondo per almeno tre aspetti. Il numero e la bellezza delle donne conquistate – da Ava Gardner a Veronica Lake, passando, pare, anche per Marilyn Monroe, “le dimensioni artistiche” per citare Elio e le Storie Tese, e la passione per i motori e l’alta velocità. Proprio quest’ultima lo portò a schiantarsi con la sua fuoriserie a Parigi nel 1965, allorquando perse la vita. Da par mio, il nome mi fu attribuito da mio padre quando ero bambino e mi impomatavo un po’ troppo. Diciamo che, al pari dell’originale, anch’io conservo almeno una delle tre caratteristiche del suddetto Porfirio Rubirosa. Per sapere quale, è sufficiente che lo chiediate alle vostre amiche».
Finora hai pubblicato due album: “Fresco e spumeggiante” e “Ferragosto 68” in cui “ricrei” le atmosfere dei “favolosi anni 60”. Cosa ti affascina di quel periodo? «Degli anni ’60 mi affascina prevalentemente la spensieratezza e la semplicità della grande maggioranza delle canzoni. Mi piace e mi diverte il fatto che, ad esempio, all’epoca si potesse fare un’intera canzone solo per dire “guarda come dondolo”. È un concetto espresso chiaramente, ad esempio, in un bellissimo libro di Edmondo Berselli intitolato “Adulti con riserva – Com’era allegra l’Italia prima del ‘68” di cui evidentemente consiglio la lettura».
Nei tuoi concerti non curi solo l’aspetto musicale, ma anche quello visivo: un tempo giravi sul palco con la guardia del corpo, ora ti contorni di ballerini che indossano una maschera che riproduce il tuo volto. Come nascono queste idee ? «Le trovate nascono dall’esigenza di offrire uno show che non sia esclusivamente musicale. Questo in ossequio all’assunto per il quale alla lunga ogni bel ballo stanca. Spesso un organizzatore di concerti richiede espressamente anche due ore di spettacolo. Troppo, a mio parere, per un normale ascoltatore, la cui soglia di attenzione non potrà essere la stessa dall’inizio alla fine. Ecco che allora cerco di rendere i miei spettacoli curiosi anche dal punto di vista strettamente visivo».
Sicuramente uno degli aspetti che maggiormente colpisce nei tuoi spettacoli è la capacità di andare al di là di quello che è convenzionale. Questo è successo non solo sul palco, ma anche nei meccanismi che regolano l’attività musicale. Una volta per un concerto ti sei fatto pagare in spritz con tanto di notaio a sancire il contratto, altre volte con beni di prima necessità. Come reagisce la “controparte”? «Solitamente bene. Soprattutto se questo implica risparmi e/o ritorni in termini di pubblicità e comunicazione. Quello musicale è, in tutta franchezza, un ambito nel quale girano sempre meno quattrini. Il giro d’affari complessivo è talmente modesto che individuare soluzioni alternative, a volte anche più o meno grandi prese in giro del settore stesso, diventa quasi una necessità».
Un’altra grande provocazione è stata la fondazione del comitato per la C.A.C.C.A. che hai portato addirittura al Festival di Sanremo. Ci spieghi meglio? «C.A.C.C.A. è l’acronimo di Canzone d’Amore Contro Canzone d’Autore. Ho fondato questo movimento goliardico nel 2008 assieme al giornalista musicale bresciano Franco Zanetti e con una serie di amici sono andato a manifestare per tutta la settimana al Festival di Sanremo, proprio davanti all’Ariston. Chiedevamo a gran voce la cancellazione dei brani impegnati dalla scaletta della rassegna. Volevamo che in ogni pezzo fosse inserita almeno una rima “sole cuore amore” e tutta una serie ulteriore di provocazioni, con le quali, in buona sostanza, intendevamo semplicemente lanciare il messaggio di prenderci tutti quanti un po’ meno sul serio. Avevo anche preparato un piccolo volantino, un pamphlet rivoluzionario, a causa del quale fui anche fermato dalla Digos. Per loro, in buona sostanza, ero uno “spacciatore di canzoni d’amore”. Conservo tuttora il verbale redatto per l’occasione».
Indubbiamente quello che colpisce di te è soprattutto il grande contrasto tra la tua attività lavorativa di avvocato contrapposta a quella di cantante/playboy. Ma in realtà fai molte altre cose: fai il dj radiofonico, hai curato una rubrica di costume su un quotidiano… Quali altre cose bollono in pentola? «Mi piacerebbe creare una piccola etichetta discografica che valorizzi artisti non convenzionali. Ci sto lavorando da qualche tempo. Se son rose fioriranno. E se invece son cachi, allora…».
DI ANDREA MANZO

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